IL CASO/ Le imprese italiane che “ribaltano” le statistiche

- Gianfranco Fabi

L’Italia, spiega GIANFRANCO FABI, ha carte importanti da giocare sul fronte dell’innovazione all’interno delle imprese, che spesso avviene in modi imprevedibili

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Se ci fermiamo alle statistiche, l’industria italiana avrà un futuro sempre più difficile. Basti pensare che la spesa pubblica per la ricerca è calata da 4 a 2,8 miliardi all’anno dal 2008 al 2014. E le università non stanno meglio: nello stesso periodo le matricole sono diminuite del 20% e la spesa è scesa da 8,6 a 7,8 miliardi. Fermarsi alle statistiche può essere facile, ma si fotografa solo parzialmente la realtà. E infatti per l’economia italiana continua a essere valido il paradigma del calabrone: secondo le leggi della fisica non potrebbe volare perché ha il corpo troppo grosso e le ali troppo piccole, ma, dato che il calabrone non conosce le leggi della fisica, vola lo stesso.

È questa la strategia che ha meritoriamente scelto Paolo Gila, giornalista televisivo, nel realizzare un libro-inchiesta sulla ricerca e l’innovazione in Italia (“Ho visto più lontano”, ed. Guerini e associati, pagg. 214, euro 18,50) in cui si è condotti per mano per tanti incontri con i testimoni più autorevoli dell’industria, del mondo scientifico, della cultura, dell’economia.

Il titolo, come ricorda nella prefazione Marino Golinelli, prende spunto dalla famosa frase contenuta in una lettera di Isaac Newton: “Se ho visto più lontano è perché stavo sulle spalle dei giganti”. “Agli italiani, da sempre – scrive Golinelli – sono universalmente riconosciuti estro e genialità. E sono tanti i giganti del passato che hanno dato lustro al nostro Paese”. Ma non ci sono solo artisti, letterati e poeti: ci sono scienziati, matematici, fisici che hanno fatto compiere decisivi passi in avanti alla società. È così che “le testimonianze raccolte da Paolo Gila sono la puntuale dimostrazione della genialità italica che non è frutto della sola intuizione, ma nasce dalla capacità di studio, dal lavoro d’équipe, da spirito di abnegazione, convinzione e sicuramente creatività”.

Il percorso di Paolo Gila è ottimista e rassicurante. L’Italia della genialità è sempre all’opera: anche se molto spesso silenziosamente, senza grandi rumori e in fondo anche senza clamorose scoperte. Ma molto si muove, anche nelle imprese di media dimensione così come nei laboratori delle università. “Purtroppo – sottolinea Gila – i media cartacei e televisivi divulgano male e scarsamente i risultati positivi che si raggiungono nella scienza e nell’innovazione tecnologica e questa lacuna tiene sopito l’interesse verso materie e discipline molto affascinanti che alla fine appaiono invece difficili e complicate”.

Che l’Italia abbia comunque molte carte da giocare lo dimostrano non solo i grandi scienziati del passato, ma anche gli attuali successi come la direzione generale del Cern di Ginevra affidata a Fabiola Gianotti, così come i risultati conseguiti dai laboratori di fisica del Gran Sasso. Certo, il passato è ricco di errori e di occasioni perdute. L’Italia avrebbe potuto essere in prima fila in settori come l’informatica, la chimica, l’energia nucleare. Scelte strategiche sbagliate e meschine lotte di potere hanno di volta in volta bloccato sviluppi che avrebbero potuto offrire grandi opportunità. Ma se la storia può offrire severe lezioni è comunque indispensabile guardare avanti cercando di sfruttare gli elementi positivi e di minimizzare quelli negativi.

È stato teorizzato negli anni scorsi che una delle caratteristiche dell’industria italiana era quella di riuscire a fare innovazione senza ricerca. Qualcosa di vero indubbiamente c’è. Dato che, come detto, ufficialmente si spende poco in ricerca, ma le imprese italiane sono comunque all’avanguardia in molti settori, la ragione potrebbe essere nella capacità di mettere a frutto la creatività e l’intuizione data la limitazione dell’attività di studio e di approfondimento.

Può essere un’analisi, ma non può essere un consolazione. Questa capacità di fondo, questa volontà di crescere che è nel dna degli italiani, è comunque un ottimo punto per riprendere il cammino. “La ricerca – scrive Gila nella conclusione del suo libro – non è solo una funzione che pochi o tanti ricercatori svolgono quotidianamente: è soprattutto un senso, una visione che ogni cittadino dovrebbe avere e che lo rende partecipe di una comunità che vuole progredire e come tale è una ragione di vita”.





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