BANCHE E POLITICA/ La lezione italiana ai “cultori” del denaro

- Gianfranco Fabi

Il sistema bancario non gode complessivamente di buona fama. Ma in Italia dimostra di saper fare qualcosa di più dell’intermediazione del credito, ricorda GIANFRANCO FABI

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Il sistema bancario non gode complessivamente di buona fama. Soprattutto negli ultimi anni la crisi finanziaria globale, da una parte, e le difficoltà di alcuni istituti di credito locali, dall’altra, hanno posto sul banco degli imputati una realtà, come quella del credito, che tuttavia rimane di grande importanza sul fronte dello sviluppo economico e sociale. Anche la politica ha contribuito per la sua parte a mettere in ombra la validità di un assetto che si è andato formando nel corso dei secoli e che ha rappresentato nel tempo un valido equilibrio tra le esigenze del mercato internazionale e la realtà concreta dei territori. 

È stato così che all’inizio dello scorso anno il decreto di riforma delle banche popolari ha messo in discussione l’identità stessa di alcuni grandi istituti di credito che sono nati, cresciuti e sviluppati mantenendo la forma cooperativa con tutti i suoi aspetti, non ultimo quello di destinare una parte degli utili a iniziative di carattere assistenziale, sociale e culturale. 

È stato così che all’inizio di quest’anno è maturata un’altra improvvida riforma: quella che obbliga le banche di credito cooperativo a mettersi sotto l’ombrello di una holding unica, con gravi limiti alla propria libertà di manovra tradizionalmente collegata con una forte attenzione al territorio.

La logica imperante e dominante è ormai quella delle grandi dimensioni, di quel gigantismo bancario che peraltro ha dato pessimi esempi di efficienza e di affidabilità e che ha richiesto in paesi come la Germania e la Gran Bretagna forti iniezioni di denaro pubblico per salvare le banche in difficoltà.

Il sistema bancario italiano ha certamente conosciuto negli ultimi decenni episodi di crisi e difficoltà. Ma sono tutti riconducibili a precise circostanze. Azioni apertamente criminali, com’è stato per le banche che facevano capo a Michele Sindona; colpi di mano di avventurieri della finanza, come nel caso di Gianpiero Fiorani e della Banca Popolare di Lodi; aperte ingerenze della politica e di interessi personali, com’è avvenuto per il Monte dei Paschi di Siena.

Ma le eccezioni non smentiscono la regola. Il sistema bancario italiano è fondamentalmente sano anche perché ha nel proprio dna dei valori che vanno al di là della stretta operatività finanziaria. Lo dimostra il fatto che le banche sono i primi mecenati del Paese, i difensori della cultura e i promotori di iniziative di salvaguardia e valorizzazione del patrimonio artistico del Paese. Lo dimostra molto bene il libro di Costantino D’Orazio, “La cultura delle banche oggi” (Ed. Il Mulino, pagg. 210, euro 19), un libro in cui si raccontano le mille iniziative che piccole e grandi banche, da sole o attraverso le loro associazioni, hanno realizzato negli ultimi mesi. Si va dall’organizzazione di mostre all’apertura della sedi storiche, dalla realizzazioni di volumi d’arte alla sponsorizzazione di eventi, dai festival culturali e musicali ai sostegni alle biblioteche. “La ragione è profonda – spiega il presidente dell’Abi (Associazione bancaria italiana), Antonio Patuelli – ed è che l’impegno per la cultura è divenuto ormai un elemento costitutivo per le banche, qualcosa di letteralmente irrinunciabile. Quasi che attività bancaria e cura del bene comune siano ormai qualcosa di inseparabile”.

I mitici cultori del mito del denaro che riservano interesse solo ai, pur importanti, equilibri patrimoniali così come ai coefficienti di redditività dovrebbero forse allentare i loro paraocchi e cercare di guardare alle multiforme dimensioni della società. Il mestiere della banca è certamente quello di intermediare il denaro ed è necessario, anzi indispensabile, che i bilanci rispondano ai requisiti della correttezza e dell’affidabilità. Ma sulla base di questi presupposti le banche hanno una responsabilità in più, quella che era stata teorizzata dai francescani che avevano creato i primi monti di pietà, come quello fondato a Perugia nel 1462 da frate Barnaba Manassei, per calmierare il costo del denaro, per liberare i contadini dagli usurai, per gettare le basi di quello che ora viene chiamato mini-credito, per dare una visione solidaristica dell’economia. E allo stesso modo bisognerebbe ricordare alla fine dell’Ottocento la fondazione delle prime banche popolari, delle casse rurali, del credito cooperativo.

Le banche italiane hanno nella loro storia una visione aperta ai valori sociali. Sarebbe utile recuperarli e valorizzarli invece di buttarsi nelle braccia della finanza in stile moderno, senza valori, tranne quello del profitto, e soprattutto senza un’anima. 





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