LA STORIA/ Dalla Brianza al mondo, quando i commercialisti hanno un’anima

- Gianfranco Fabi

Il mestiere di commercialista è solo un “male necessario”? No, e lo dice l’esperienza professionale di Giacomo Corno. Il libro di Stella Casiraghi a lui dedicato. GIANFRANCO FABI

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Immagini di repertorio (LaPresse)

Il mestiere di commercialista è altrettanto importante quanti spesso giudicato come un “male necessario” per trovare un filo d’Arianna nel nostro complicatissimo sistema fiscale e burocratico. Il commercialista è colui che aiutare a calcolare le tasse, magari cercando lecitamente di pagare il meno possibile, è colui che sa leggere e soprattutto interpretare leggi e regolamenti, è colui che aiuta gli imprenditori a dedicare più tempo alla strategia della propria impresa senza perderne per compilare grandi moduli e rispettare minuziose formalità.

Ma leggendo la storia e l’esperienza di Giacomo Corno, scomparso nel novembre dello scorso anno, si ha immediatamente l’immagine di una persona che ha vissuto la sua vita come una vera e propria missione al servizio delle imprese e quindi della società. Stella Casiraghi ha tracciato così in questo libro (L’uomo al centro dell’impresa, Giacomo Corno dalla Brianza al mondo, Guerini e associati, pagg. 126) la storia di una personalità per oltre quarant’anni uno dei motori silenziosi della storia economica e delle molteplici trasformazioni di una terra che è stata e continua ad essere un simbolo dell’imprenditoria, la Brianza appunto.

Una storia che è anche un insieme di testimonianze (la prefazione è di don Antonio Mazzi), una raccolta di interventi e documenti, una ricerca del grande filo della passione che ha segnato questa esperienza. “Sono un commercialista – scrive in una nota – ma preferisco definirmi un aziendalista perché ho sempre voluto svolgere la mia professione nelle aziende a contatto con gli imprenditori. Io credo nell’uomo che conosce l’impresa a 360 gradi, studia continuamente sviluppando la creatività per sé e il suo lavoro e opera nel campo del non profit per migliorare le condizioni umane e dell’ambiente”.

Essere vicino all’impresa vuol dire aiutare la trasformazione, sollecitare l’innovazione tecnologica, aprire ai nuovi mercati, prevedere il passaggio generazionale, sviluppare processi di responsabilità sociale. Ed è con questa prospettiva che Corno ha sentito il dovere di completare la propria attività con un centro studi d’impresa, in cui promuovere corsi, seminari, giornate di aggiornamento, e poi con l’organizzazione di missioni all’estero strettamente finalizzate al business. Ma anche con la creazione e il sostegno ad una Onlus, “Crescere insieme”, associazione per l’adozione internazionale.

In una lezione all’Università Lomonosov di Mosca (da cui ricevette una laurea honoris causa di cui andava particolarmente fiero) Giacomo Corno sintetizzò così la sua visione: “L’impresa e l’imprenditore non sono elementi isolati al di fuori o al di sopra della società in cui vivono. Il loro interesse privato non può essere considerato l’unico interesse valido così come la semplice somma degli interessi privati non costituisce affatto l’interesse sociale. L’impresa ha il preciso dovere di considerare se stessa parte integrante di un ambiente sociale complesso. Per questo essa deve assumersi tutte le responsabilità che da un ruolo tanto delicato derivano. E a un certo punto la responsabilità puramente economica, anche se prescritta dalle leggi, non basta a far funzionare non solo l’economia, ma l’intera società”. 

E’ questa visione estremamente concreta che ha guidato la vita non solo professionale di Giacomo Corno. Una testimonianza la sua con i fatti, con l’esperienza delle tante imprese che ha aiutato a superare le crisi, con i successi, ma talvolta anche le delusioni, che hanno accompagnato il suo impegno. “Alla sua maniera — scrive don Mazzi — il Dottore era rude, inquieto, virulento, senza puzza di borotalco e vampirismo ideologico, aveva intuito che urgeva un nuovo umanesimo con ingredienti sottostimati, capaci di riqualificare l’economia anziché svuotarla, quali la formazione, la creatività, la mobilità, la cultura e l’esperienza internazionale”.





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