LETTURE/ Cinque domande per andare oltre Darwin

Nel suo ultimo libro, FIORENZO FACCHINI traccia una rassegna dei punti chiave della ricerca sull’evoluzione, senza tralasciare le grandi domande sulle origini

07.09.2012 - int. Fiorenzo Facchini
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Statue of Charles Darwin, opera di Joseph Boehm, Natural History Museum, Londra (particolare)

«Alla luce delle attuali conoscenze il processo evolutivo nel suo insieme appare assai complesso. Le modalità e i meccanismi evolutivi appaiono sempre meno esauribili in un unico modello, come quello darwiniano, che è funzionante e verificabile nella genetica di popolazioni per la biodiversità. La ricerca sulle modalità e sui meccanismi evolutivi è tutt’altro che chiusa e sembra dischiudere nuovi orizzonti». È a partire da questa considerazione che Fiorenzo Facchini, uno dei più noti antropologi viventi, porta a galla cinque interrogativi cruciali attorno ai quali si dovrà snodare la ricerca non solo in campo paleontologico e biologico ma anche in tutte le discipline che inevitabilmente intersecano il grande tema dell’evoluzione. Nel suo ultimo libro, Evoluzione – Cinque questioni nel dibattito attuale (Jaca Book), Facchini traccia una rassegna dei punti chiave della ricerca nel campo della paleontologia e della biologia senza trascurare le grandi domande che i temi delle origini sollevano. Su questi stessi temi ha risposto alle domande de ilsussidiario.net.

Creazione ed evoluzione: davvero la seconda rende superflue la prima?
Tutt’altro. Bisogna anzitutto chiarire sempre che si tratta di due piani distinti: detto in termini semplici, evoluzione e Creazione rispondono a domande diverse e quindi la diversità delle risposte non pone alcun problema, non genera alcun conflitto. Sono due strade di conoscenza diverse e complementari. Non solo. Vorrei aggiungere che non c’è solo complementarietà. Mi piace pensare anche al concetto di armonia: l’evoluzione può essere vista come una modalità della Creazione nel tempo, cioè un modo con cui la Creazione si compie nel tempo. D’altra parte è ormai ampiamente spiegato dalla riflessione filosofica e teologica che il concetto di Creazione non riguarda soltanto gli inizi lontani delle cose, quasi che poi, una volta create, le cose possano essere abbandonate a se stesse. Il concetto di Creazione implica un rapporto diretto di Dio con la realtà creata e che cambia nel tempo. In questo senso si parla di creazione continua, attraverso la quale Dio mantiene la natura nell’esistenza e che in qualche modo si manifesta attraverso l’evoluzione. Una natura che cambia e cambiando rivela la sua sorprendente capacità innovativa, che è il corrispondente dell’idea di creazione: cioè di qualcosa che è sempre nuovo e si compie nel tempo.

Circa l’evoluzione e la modalità con la quale si svolge, si può dire che può essere spiegata dal caso, eventualmente corretto dalla selezione naturale?

Vi sono nel corso dell’evoluzione delle restrizioni e delle canalizzazioni a livello genetico che non hanno niente a che vedere con la selezione naturale, o per lo meno sono già presenti prima che intervenga la selezione; quindi bisogna capire come può essere avvenuto tutto questo. Il problema è vedere come si combinano fenomeni puramente casuali con le finalità che si manifestano nella natura. Ma qui è facile essere indotti a pensare a una finalità di ordine più generale, che riguarda tutto il sistema della natura: è il discorso del finalismo, che però è questione più filosofica che scientifica, non risolubile su base puramente empirica.

C’è la tendenza, tra alcuni studiosi, a ritenere che siano esistite più specie umane nella stessa epoca e nello stesso territorio: lei cosa ne pensa?
Mi sembra che ciò derivi da una visione riduzionista e da un atteggiamento ideologico che tende ad accentuare le diversità per attenuare la specificità dell’uomo, non riconoscendolo in tutte le sue dimensioni, fisiche e spirituali, e riducendolo alla pura dimensione biologica. Certo non è facile individuare le specie sulla base della documentazione disponibile, sia essa paleontologica che biomolecolare. Però, se ci si basa sul concetto biologico di specie come viene inteso oggi, e cioè caratterizzato dall’interfecondità tra gruppi, allora l’idea della molteplicità di specie appare ben poco verosimile.
C’è continuità biologica nel processo di ominizzazione ma ci sono anche delle discontinuità: nel suo libro lei descrive una discontinuità culturale, ecologica e ontologica. A cosa guardare per cogliere i tratti dell’identità umana?
Il vero problema è proprio quello dell’identità dell’uomo, che lo distingue dagli altri esseri animali. Ci sono ancora punti problematici oggi anche a livello biologico, ci si interroga ancora su come possa essere spiegato il fatto della cerebralizzazione, cioè l’aumento notevole del cervello umano che non ha confronto con quello delle altre specie di Primati. L’aspetto essenziale tuttavia è che l’uomo è tale quando pensa, la sua identità è legata alla sua capacità di pensare e agire liberamente. Di fronte a questo, il livello morfologico o l’appartenenza a una particolare specie hanno molto meno importanza.

Cosa ha caratterizzato l’avvento di un essere identificabile come “uomo”?
A prescindere dal livello strutturale biologico, si può dire che la comparsa dell’uomo è avvenuta quando l’ominide è diventato capace di pensare, di intelligenza astrattiva, di porsi domande. E fra queste certamente una domanda che deve essersi posto è quella sulla realtà, su tutto quello che lo circondava e su quello che lo sovrastava. Il senso dell’infinito e del sacro è oggi riconosciuto come elemento caratterizzante dell’uomo, a partire da quando è “uomo”.

(a cura di Mario Gargantini)

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