LEONARDO/ Il “rimbalzo” della politica estera che serve al gioiellino italiano

- Paolo Annoni

Ieri in Borsa Leonardo ha chiuso con un rialzo del 10% sull’ipotesi di una Ipo della controllata Drs. All’azienda italiana serve un Governo forte in politica estera

Mario Michele Giarrusso e Nicola Acunzo
Luigi Di Maio (LaPresse)

Ieri Leonardo, già nota con il nome di Finmeccanica, ha chiuso la giornata in Borsa con un rialzo di quasi il 10% dopo la diffusione di alcune indiscrezioni sulla quotazione della controllata americana Drs. Le indiscrezioni sono state poi sostanzialmente confermate dalla società nel tardo pomeriggio. Per il mercato portare fuori dal perimetro Drs consentirebbe agli investitori di apprezzare pienamente un’attività che oggi rimane nascosta all’interno di un gruppo ampio e che invece merita un trattamento borsistico migliore. Oltretutto Drs è una società “americana” e quindi sarebbe particolarmente apprezzata. Il mercato italiano non è estraneo a queste prassi perché in questo modo Marchionne, con gli spin-off da “Fiat”, ha costruito un caso di creazione di valore borsistico eccezionale.

Questo è l’evento di giornata che però si innesta in una storia borsistica che merita un approfondimento. Le società esposte al business della difesa, sia americane che europee, negli ultimi anni hanno avuto performance borsistiche molto positive trainate dall’apprezzamento del mercato per un settore che è svincolato dal ciclo economico e che ha per committenti gli Stati che attuano programmi di lungo periodo visibili e stabili. Leonardo è stata un’anomalia negativa, ma la responsabilità non è né nella qualità dei prodotti, né nelle competenze, né nel management. 

Il business della difesa sviluppa investimenti colossali ed è un’attività assolutamente “politica”. I prodotti di Leonardo così come quelli dei suoi competitori europei non si vendono al supermercato, ma sulla base di partnership strategiche e alleanze al più alto livello. Leonardo, ovviamente, non può vendere elicotteri da guerra alla Russia o alla Cina. I mezzi per la difesa sono un cardine non solo delle alleanze militari ma anche della politica estera di un Paese. In questo settore, proprio per le dimensioni dei programmi dei governi, la concorrenza avviene ai massimi livelli e tra Paesi perché spesso si generano commesse ingenti che da un lato danno un lavoro stabile a decine di migliaia di persone, contando l’indotto, dall’altro permettono a un Paese di “legarsi” in partnership con governi e sviluppare una collaborazione che include anche attività civili. Tipicamente un Paese sviluppato vende a uno in via di sviluppo tecnologia in un accordo che include anche imprese civili.

Il problema di Leonardo, in estrema sintesi, è il problema della debolezza estrema che l’Italia ha avuto in politica estera da più di cinque anni. L’Italia ha perso la Libia, a causa di due concorrenti europei, e fa una fatica enorme a sviluppare accordi con Paesi che si affacciano, per esempio, sul Mediterraneo. Il rapporto con questi Paesi, e non solo, fa gola ai suoi competitor europei che hanno forza e coesione politica per ricavare i dividendi politici ed economici, resistendo alla propaganda ostile e ricorrendo anche colpi bassi. Il caso libico è evidente, ma non è l’unico. 

Il concorrente europeo di Leonardo, soprattutto dopo l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione, è il settore della difesa francese. Nell’Europa post-Brexit l’unico rivale rimasto al settore francese è proprio Leonardo forte, tra l’altro, dei suoi legami storici con “l’anglosfera”. Se l’Italia non ha autonomia o forza, per esempio perché il suo Governo è politicamente debole o ricattabile finanziariamente o miope dal punto di vista strategico, è impossibile che il suo settore della difesa possa essere florido. L’esempio massimo è la Francia che stende tappeti rossi, sapendo benissimo con chi ha che fare, a Paesi che pure sono governati da leader discutibili. La politica francese, così come quella inglese che oggi difende il diritto di vendere armi all’Arabia saudita dalle critiche, non è infantile o naive e comprende perfettamente che quello che conta nel medio periodo è il Paese non il suo leader. Nessuno si è sognato di sospendere i rapporti con gli Stati Uniti perché il Presidente era Trump in attesa che arrivasse un Biden. Chi l’ha fatto deve rincorrere.

Oggi Leonardo tenta la carta finanziaria, giusta, dello spin-off di Drs, ma questo stesso fatto dimostra quanto sia stato debole il suo retroterra negli ultimi dieci anni. L’Italia ha tagliato i ponti con tutti colpita e affondata dalle pressioni che arrivano dall’esterno e che non possono non essere interessate. Il settore lambendo “la guerra” è ovviamente sottoposto anche alla “propaganda di guerra” La politica italiana è stata semplicemente troppo debole, “naive”, diciamo così, e miope per resistervi. Gli Stati adulti che vogliono mantenere le posizioni non solo sono forti per passarci sopra ma anche, forse, abbastanza scaltri per passare all’attacco. Basterebbe, d’altronde, osservare chi ha sostituito gli italiani tutte le volte che questo o quello scandalo hanno immobilizzato e reso inaffidabile dai parte dei potenziali partner il nostro Paese: dall’India alla Libia, dal Mediterraneo al Medio Oriente e così via. 

Volete avere una prova dei successi internazionali del nostro Governo? Guardate le commesse di Leonardo e viceversa. Perché nessuno mette in dubbio la leadership tecnologica in tanti settori dagli elicotteri in giù.

—- —- —- —-

Abbiamo bisogno del tuo contributo per continuare a fornirti una informazione di qualità e indipendente.

SOSTIENICI. DONA ORA CLICCANDO QUI





© RIPRODUZIONE RISERVATA