LETTERA/ Dietro le parole del Papa sulla pace in Medio Oriente

- Antonio Quaglio

Nel suo discorso di Bari Papa Francesco ha avuto parole di forte preoccupazione non solo per i migranti ma anche per la situazione in Medio oriente

chiesa_sanpietro_zoom_lapresse_2017
LaPresse

Caro direttore,
nel suo discorso pronunciato a Bari davanti ai vescovi riuniti per il summit Cei sul Mediterraneo, Papa Francesco ha avuto parole di forte preoccupazione non solo per il destino dei migranti ma anche per la situazione sulla sponda mediorientale del Mare Nostrum. Come ha giustamente evidenziato Paolo Rodari su Repubblica, il monito del Pontefice è risultato particolarmente forte sia riguardo al protrarsi della guerra civile in Siria, sia sui numerosi rischi individuati sotto la superficie del piano di pace in Israele presentato dal presidente americano Donald Trump. Ed è in questa cornice geopolitica ampia che vanno forse più opportunamente collocate le dure parole del Papa verso “alcuni leader delle nuove forme di populismo e i loro discorsi che seminano paura e odio”. A Francesco ricordano “i discorsi che si sentivano negli anni 30 del secolo scorso”. 

Se una lettura italiana del passaggio è parsa aver rimesso nel mirino della Santa Sede il leader della Lega Matteo Salvini, una lettura “mediterranea” sembra invece guardare soprattutto alle elezioni politiche (le terze nell’arco di dieci mesi) in programma fra una settimana in Israele. Qui il premier Bibi Netanyahu rimane in trincea dopo dieci anni, nonostante il recente impeachement in corso per presunti fatti corruttivi. Gli ultimi polls confermano per la futura Knesset la prospettiva di un nuovo stallo fra il Likud (tuttora al governo a Gerusalemme con l’appoggio dei partiti della destra nazional–religiosa) e il centrosinistra di “Bianco e Blu” guidato dal generale Benny Gantz. Entrambi i leader – che hanno già negoziato a fine 2019 un possibile esecutivo di coalizione – sono volati un mese fa a Washington per la presentazione del piano Trump.

L’ipotesi Usa di “pace in Israele” – basata sulla definitiva legalizzazione degli insediamenti dei coloni israeliani nei Territori – è stata subito applaudita da Netanyahu (propenso addirittura ad annessioni immediate), di fatto non commentata da Gantz e invece duramente respinta dall’Autorità nazionale palestinese. Dalla Ue sono giunti segnali di perplessità, ma l’ultimo Consiglio dei ministri degli Esteri si è diviso sull’opportunità di una condanna formale.

La posizione critica della Santa Sede è stata invece ufficializzata a Bari, direttamente attraverso la voce del Papa: che ha rammentato “il conflitto irrisolto fra israeliani e palestinesi, con il pericolo di soluzioni non eque e quindi foriere di nuove crisi”. In un’altra parte della sua omelia, Francesco ha lamentato “l’inadempienza o comunque la debolezza della politica e il settarismo quali cause di radicalismi e terrorismo”.

Entrambi i passaggi hanno registrato la reazione immediata da parte di un’importante esponente della comunità israelita italiana: Fiamma Nirenstein, giornalista, parlamentare per Forza Italia, inizialmente designata dal governo Netanyahu come ambasciatore d’Israele a Roma. In un commento richiamato sulla prima pagina del Giornale di ieri Nirenstein ha espresso la sua perplessità per un Papa che “accusa gli Usa ma così fa il gioco di chi attacca Israele”. Ha difeso la validità del piano Trump, anzitutto quando pone al centro del piano di pace “Gerusalemme, capitale di Israele, tutti i giorni più bella, più aperta, più libera per chi visita dal Santo Sepolcro alla Spianata delle Moschee…”. Ha rammentato, l’opinionista, i 50 miliardi di investimenti destinati dal piano allo sviluppo della nuova Palestina. Ha espresso riserve sulla presunta ambiguità della denuncia del Papa contro “radicalismo e terrorismo”. Ha – soprattutto – reso merito all’America di Trump di aver definitivamente “ripristinato la verità che il popolo ebraico è nato in Israele”.

Quest’ultima notazione è parsa ribadire l’equazione “antisemitismo/antisionismo” emersa con forza nell’era Netanyahu, caratterizzata in Israele da una crescente sovranismo a sfondo etnico–religioso. È d’altronde la linea ispiratrice della recente normativa di contrasto all’antisemitismo varata da Trump negli Usa, con il plauso maggioritario della vasta comunità ebraica statunitense e di un ampio fronte di cristiani evangelici. È un approccio avallato recentemente, in un’intervista, anche dal presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, Noemi Di Segni. È – fra l’altro – l’orizzonte nel quale ha recentemente ribadito l’impegno politico della Lega sul fronte della lotta all’antisemitismo, parlando alla presenza dell’ambasciatore israeliano a Roma, Dror Eydar.

Diverso è parso invece, fin dapprincipio, il punto di partenza della senatrice a vita Liliana Segre: la reduce da Auschwitz divenuta oggi l’esponente più nota della comunità israelita in Italia. Prima ancora di imporsi all’attenzione politico–mediatica per la promozione di una commissione parlamentare straordinaria sui fenomeni dell’antisemitismo e del linguaggio d’odio, Segre aveva preso la parola in Senato in occasione del voto di fiducia al governo Conte 2. “Mi hanno preoccupato – disse la senatrice il 5 settembre scorso – i numerosi episodi susseguitisi durante l’ultimo anno che mi hanno fatto temere un imbarbarimento con casi di razzismo trattati con indulgenza, la diffusione dei linguaggi di odio. Anche con l’utilizzo di simboli religiosi in modo farsesco e pericoloso un revival del gott mit uns”.

A numerosi osservatori il richiamo diretto alle origini del nazismo è parso allora tratto direttamente da un’intervista rilasciata poco prima da Papa Francesco alla Stampa, mentre si andava aprendo la crisi politica in Italia.  

© RIPRODUZIONE RISERVATA