LETTURE/ 1577, come “cavare un frutto” dalla tragedia della peste

- Danilo Zardin

La peste? Non solo un tributo insensato di vite umane, ma un appello, drammatico, a mendicare il Destino: l’“Antidoto” di Gaspar Loarte

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Cesare Nebbia, Carlo Borromeo durante la peste di Milano del 1576 (collegioborromeo.eu)

Gaspar Loarte è stato uno dei gesuiti più in vista della prima ora. Nato in Spagna intorno al 1498, fu accolto nelle file della Compagnia di Gesù nel 1553. L’anno seguente si trasferì a Roma, e qui poté accostare da vicino la personalità carismatica del fondatore, sant’Ignazio di Loyola. Gli furono affidati sin dall’inizio diversi incarichi di responsabilità, prima a Genova, poi a Messina, a Milano, a Loreto, in Corsica, con l’esito finale del ritorno nella terra natale, dove si spense nel 1578.

Loarte si distinse per la capacità di unire il talento letterario alle doti di educatore e di maestro di vita cristiana. Si cimentò nella scrittura di manuali di edificazione religiosa e divenne un autore di successo, che per seguire questa sua vocazione fece però una chiara scelta di campo: non si applicò agli studi di più alto livello intellettuale, come quelli in cui eccelsero i dotti teologi gesuiti della Seconda Scolastica, ma si mise al servizio della diffusione dello spirito devoto rendendolo accessibile al popolo dei fedeli nella sua generalità. Cercò di favorire in ogni modo l’“esercizio della vita cristiana”. Compose meditazioni e preghiere sulla Passione di Cristo e sui misteri del santo Rosario. Spiegò come condurre i pellegrinaggi, come guadagnarsi le indulgenze e combattere il vizio della bestemmia. Una speciale attenzione la riservò al “conforto degli afflitti”. E quando gran parte dell’Italia del nord, tra il 1576 e il 1577, fu messa in ginocchio da una violenta ondata epidemica, scrisse un preziosissimo Antidoto spirituale contra la peste (Genova, 1577).

I contagi su vasta scala sono sempre stati una delle prove più dure che potevano aggredire la comunità sociale, rompendone i ritmi della vita ordinaria. Oggi la storia rischia di ripetersi a livello globale, planetario. Ma ancora più insidiosi erano gli attacchi alla salute pubblica che si scatenavano nei secoli scorsi, a fronte di una medicina ancora povera di conoscenze e del tutto modestamente attrezzata nelle sue strutture di contenimento e di intervento terapeutico. Loarte non era un politico, e tantomeno un tecnico della Protezione civile o del Servizio sanitario nazionale. Ragionava con le categorie degli uomini di fede del suo tempo, cercando di andare subito al sodo nel guardare in faccia a uno dei drammi collettivi più angosciosi che affliggevano la coscienza della cristianità.

La fede, in questo contesto così diverso dal nostro, non era in ogni caso una fuga ingenua e miracolistica dal mondo, tale da implicare la rinuncia a un minimo buon senso ragionevole. L’intero capitolo VII del “trattato” di Loarte è dedicato, infatti, a “Come (sia) lecito procurare di rimediare e impedire la peste con rimedii naturali e industrie umane, e in che modo far si debbe”.

Opportune sono dichiarate tutte le cautele che si potevano opporre al dilagare dei contagi: la cura della “salubrità dell’aria” e della “nettezza delle strade”, l’astensione dal contatto con persone e cose “infette”, l’isolamento dei focolai epidemici, la quarantena obbligata per i colpiti, il ricorso a scrupoli igienici e farmaci grossolani che promettevano di aiutare a uscire indenni dall’offensiva più acuta del male.

Ma proprio il realismo imponeva di riconoscere che le difese materiali allora concepibili arrivavano solo fino a un certo punto di efficacia: poi si delineava, quanto mai arcigno, il profilo di una sfida nei confronti della quale le risorse da attivare come scudo di protezione erano del tutto carenti. A Loarte premeva fare i conti con questa sproporzione insuperabile. Se l’incombere di un morbo devastante vanificava le povere armi di contrasto imbracciate da una comunità sotto scacco, per non lasciarsi travolgere occorreva inoltrarsi senza indugio verso il tentativo di “cavare un frutto” dall’esperienza della tragedia in cui ci si trovava coinvolti. Alla minaccia oscura di qualcosa che non si sapeva ancora spiegare nei suoi meccanismi biologici e di cui si ignoravano le cause “naturali” più prossime, si poteva reagire solo aprendosi alla “causa prima” che si manifestava nell’esposizione implacabile a una mortalità fuori misura. La peste diventava una circostanza straordinaria da accogliere per fare i conti con il proprio destino e rimettere in discussione i rapporti con il motore primario della storia del mondo: la provvidenza rigorosamente giusta, e allo stesso tempo sovranamente misericordiosa, del Dio creatore e salvatore dell’uomo.

La piaga bruciante della peste era, così, da vedere come una provocazione radicale, il cui senso stava nel costringere a “isvegliarsi” dal torpore dell’inerzia per entrare decisamente “in giudizio con se stesso”, in vista di una verifica che, se voleva essere seria e sistematica, non poteva non partire dall’io. Bisognava sforzarsi di capire da dove fosse scaturita la sofferenza permessa da Dio e come si potesse cambiare indirizzo di vita per riconquistare i favori del cielo.

La logica strettamente religiosa, impostata sul nodo centrale del rapporto tra l’uomo e la legge di Dio, era il cuore del messaggio che Loarte lanciava. Lo lanciava ai lettori dell’intera penisola. Ma più direttamente ancora all’insigne prelato a cui l’Antidoto spirituale risultava dedicato: l’illustre arcivescovo di Milano Carlo Borromeo, pastore che già aveva dato prova del suo spirito di impareggiabile dedizione al bene dei suoi fedeli, nella diocesi più vasta e popolosa del mondo cattolico europeo, e che proprio nei mesi in cui Loarte mise a punto l’Antidoto stava cercando di fronteggiare il prorompere di una nuova ondata pestilenziale.

A Milano il Borromeo diede prova della sua intraprendenza di vigoroso uomo di governo e di solerte “padre dei poveri”, disposto a ogni sacrificio per la cura amorevole della Chiesa a cui si era legato. Organizzò grandiose processioni di penitenza per implorare il dono della guarigione e strutturò un sistema di preghiere collettive in momenti fissi della settimana, a cui ciascuno poteva partecipare stando segregato in casa, senza bisogno di creare assembramenti in luoghi chiusi. Incitò a intensificare i gesti di pietà e a moltiplicare le opere caritatevoli. Diffuse regolamenti e istruzioni minuziose. Diede l’esempio in prima persona, venendo incontro alle sofferenze di tutti. Per i milanesi in quarantena diede impulso a una sorta di scuola di religione a domicilio, facendo stampare una stupenda Raccolta di varii ragionamenti dei grandi Padri del cristianesimo dei primi secoli, incentrati “sopra la cura e aiuto de i poveri e infermi, e la fortezza nel morire”.

Ma san Carlo valorizzò di buon grado anche il volumetto dell’amico gesuita. Come documentano le lettere che i due si scambiarono nei primi mesi del 1577, l’arcivescovo milanese chiese di poter avere almeno trecento esemplari dei “libretti” stampati dal padre gesuita, e in aggiunta a questi anche una buona quantità dei “libriccini” più piccoli che contenevano unicamente i testi delle preghiere vocali raccomandate da Loarte come esercizio pratico per favorire il ravvedimento dei costumi e il salto di qualità nello zelo religioso. Nella sua visione molto semplice ed essenziale della vocazione cristiana, era proprio questo l’antidoto migliore da usare per capovolgere in occasione di bene l’offensiva dolorosa di un male che aveva messo impietosamente a nudo tutta la “fragilità” della “misera carne” di chi, se voleva salvarsi, nella salute dell’anima prima ancora che nella salute del corpo, poteva solo affidarsi alla misericordia invincibile del Dio amante del bene ultimo dell’uomo.

L’appendice con le orazioni contro la peste del padre Loarte lascia spazio al fiume in piena di una carità attaccata alla forza tenace di una “grazia” che sovrasta e dirotta il corso della “natura”. Per confezionare il prontuario delle preghiere in situazioni di emergenza, si attinge al patrimonio della Bibbia, agli esempi delle vite dei santi, al repertorio di tutte le forme devozionali costruite dalla pietà cristiana nel corso dei secoli. Sono sette testi in lingua italiana, accompagnati ognuno da un’immagine illustrativa e da un’invocazione di soccorso, rivolti alle tre persone della Santa Trinità, alla Vergine Maria, agli angeli e a “tutti li santi”: piccoli esercizi di fervore per l’uomo qualunque, da distribuire nei diversi giorni della settimana o, per i più volenterosi, da accumulare giorno per giorno, nelle “sette ore canoniche” della grande preghiera corale del corpo mistico della Chiesa.

L’affidamento al “benignissimo e clementissimo Iddio, padre della misericordia” era l’incipit squillante di una sequenza in cui la richiesta del perdono si intreccia al dolore stringente per le proprie colpe, sul filo di una speranza sempre aperta, nonostante tutte le avversità, alla luce ostinata del positivo.

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