LETTURE/ Buzzati a Natale, il “dono” di una tristezza inguaribile

- Valerio Capasa

Da Buzzati a Montale i grandi autori parlano spesso della tristezza del cuore. Quella che ci invade anche il giorno di Natale. E se fosse una benedizione?

dinobuzzati 1 web1280 640x300 Dino Buzzati (1906-1972) (Foto dal web)

Che i cieli risuonino di armonie musicali alle orecchie di Dante o che la luna rimanga silenziosa e muta sopra il cuore angosciato di Leopardi, sollevare lo sguardo verso l’alto salva pur sempre dal chiacchiericcio mondano. La felicità infatti ha un suono, ma suona anche la tristezza, sotto la cassa armonica del cielo.

“Quando un musicista ride / è perché dentro sente una strana gioia vera” cantava Enzo Jannacci; allo stesso tempo la tristezza non gli fa paura: “sente che la sua angoscia è buona / perché è la sua tristezza che suona”. Piuttosto sono i discorsi al riparo dai bassi e dagli acuti della tristezza a risultare ottusi, atoni, inzuppati di ovvietà.

Il guaio è quando lo sguardo rimane schiacciato in basso, tra le vogliuzze e le cose da fare, quando – secondo l’intuizione montaliana – “ci riporta il tempo / nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra / soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase. / La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta / il tedio dell’inverno sulle case, / la luce si fa avara – amara l’anima” (I limoni).

D’inverno il cielo si intravede a stento, e ci si incupisce nelle case, nelle aule, negli uffici: l’anima si fa avara di musica e rintronata di rumori. Una pioggia di scadenze e passatempi stanca così di continuo la terra del cuore che ci scordiamo di averlo: “il vento che nasce e muore / nell’ora che lenta s’annera / suonasse te pure stasera / scordato strumento, / cuore” (Corno inglese).

Il cuore è uno strumento “scordato” anche perché è dissonante rispetto al mormorio del mondo: quando però lo si dimentica, l’esistenza non suona più.

“Tu non m’abbandonare mia tristezza”, esordisce Montale in un’altra poesia: “Se mi lasci anche tu, tristezza, solo / presagio vivo in questo nembo, sembra / che attorno mi si effonda / un ronzio” (Incontro). Senza tristezza, imperversa un fastidioso ronzio, mentre invece un musicista – canta ancora Jannacci – “sente che la sua tristezza è buona / e allora prende lo strumento e suona” (Quando un musicista ride).

Questo “scordato strumento” si strugge per qualche enorme voragine. Nel VII canto del Purgatorio Virgilio si presenta subito in tonalità minore: “lo ciel perdei”. Passano cinque terzine e ribadisce la stessa malinconia, con lo stesso verbo: “ho perduto / a veder l’alto Sol”. Più che un professionista riuscito, l’autore dell’Eneide si considera segnato da una mancanza inguaribile. Quel contrappunto di tristezza non viene oscurato dalla fanfara del successo. “Io son Virgilio”, ossia: un uomo che ha perso il cielo, che ha perso il sole. Quest’ombra gli tormenta l’anima, e al tempo stesso la fa vibrare: l’amarezza di non essersi trovato al posto giusto al momento giusto, cioè quando i cieli si aprirono e Maria partorì. Sarebbe Natale. E a Natale Il panettone non bastò, come si intitolano i racconti natalizi di Dino Buzzati.

“Il Natale più bello che io ricordi è stato quando la sera del 25 dicembre 1961 noi quattro fratelli ci siamo trovati a pranzo in casa di mia sorella, c’erano anche le figlie di mia sorella coi mariti e i nipotini. E tutto era come succede nei buoni e onorati Natali di famiglia. Soltanto una mancava di noi, che il Natale precedente c’era. Mancava lei, non c’era più […]”.

Tutto prosegue “come nei classici Natali, con un pranzo da famiglia borghese”, e “certo si era allegri”; eppure “in ciascuno di noi, mentre si rideva, parlava, scherzava, c’era un pensiero”, una nota dominante: “il pensiero di colei che per il primo Natale della vita nostra non era più seduta a capotavola”. Perciò “il grande eterno spirito del Natale si portava attaccato dietro un peso un’ombra una tristezza una fatale solitudine uno smarrimento della vita”. Questa tristezza rovina l’allegria? Tutt’altro: “Ho detto il Natale più bello che ricordo. Perché bello non significa soltanto bello ma può significare anche terribile e profondo. Anzi. Le più grandi bellezze, in questo mondo, forse stanno proprio qui. Nel dolore, nel rimpianto di ciò che è stato e non sarà più, nella nostra solitudine, della quale noi in genere non ci accorgiamo, o preferiamo non pensarci. Ma verrà il giorno” (Mio fratello aprì un pacchetto…).

Buzzati ridefinisce la bellezza, come già aveva fatto Leopardi evocando Il pensiero dominante: “terribile, ma caro”. Sarà esistita, altrove, una felicità piena, tutta luce: quella della presenza. “Dietro il do maggiore c’era una concezione della vita”, osserva ancora Montale. “In pochi anni” – sarà che a Natale manca lei, sarà che a Natale manca Lui – “il passo da compiere era quello di dar corso legale alla dissonanza”: alla terribile – bellissima – mancanza. “Non si era tenuto conto, tuttavia, di un fatto: che l’uomo aspira al caos ma non rinunzia al comfort”. Non trova spazio, nell’albergo dei suoi calcoli e dei suoi mugugni, per la scordata tristezza del cuore. Sì, d’accordo, a volte si affaccia un’ombra, ma non vorrai mica lasciarla entrare? Chiudi il portone, non senti come stona rispetto alla serenità natalizia? “Oggi il disordine musicale non è più una minaccia, è un gioco di società”.

Forse “l’uomo si vergogna di essere uomo”, di quei momenti in cui, in mezzo al “tedio dell’inverno”, gli si scioglie l’anima per i conti che non tornano, per le ferite che non si rimarginano, per i portoni che – Benedetto il cielo! – non si chiudono: “Quando un giorno da un malchiuso portone / tra gli alberi di una corte / ci si mostrano i gialli dei limoni; / e il gelo del cuore si sfa, / e in petto ci scrosciano / le loro canzoni / le trombe d’oro della solarità” (I limoni).

Paradossalmente è “da un malchiuso portone” che ricomincia la musica. I cuori chiusi nelle loro idee e nelle loro abitudini si illudono di poter sistemare tutto; eppure in questa “piccola patria di piccoli enti, i quali dovrebbero intendere a procacciarsi quaggiù la possibile felicità, poggiando non più in cielo, ma in terra i propri ideali, senz’altro dimandare”, Pirandello si chiedeva: “è possibile che la domanda non sorga se la terra rimane pur sempre circondata di cielo?” (Rinunzia).

Per dirla con Jovanotti, “non si può vivere in un mondo senza cielo, non si può vivere in un mondo chiuso” (Affermativo). Si alzano gli occhi al cielo – a quel cielo perduto, lontano, invisibile dai bunker delle tavolate – sperando che sia malchiuso, e piova finalmente giustizia, come recita una commovente antifona d’Avvento: “Rorate coeli desuper et nubes pluant iustum”.

Qualche sonora risposta del cielo dovrà pur accordarsi a queste scordature di un cuore fuori tempo, a questi silenzi tesi verso il primo soffio della nota giusta, a questa apertura di canto alla Jannacci: “e come in un concerto / che piove ma è all’aperto / si guarda in giro e gli vien voglia di cantar”.

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