LETTURE/ “Catalogovagando”, anche la memoria del bello può diventare arte

- Elena Pontiggia

Il sito Catalogovagando ha digitalizzato una enorme quantità di cataloghi d'arte dell'Ottocento e del Novecento, salvandoli dall'oblio

catalogovagando sitoweb 1280 640x300 La home page del sito Catalogovagando

C’è un sito internet che si chiama “Catalogovagando” e che può suggerire qualche riflessione. È un sito nato una trentina di anni fa dalla passione e dall’intuito di Oscar Iuzzolino, un insegnante salernitano ma ligure d’adozione. In questi ultimi decenni Iuzzolino ha raccolto, digitalizzato e reso consultabili, con un modico importo, un’enorme quantità di cataloghi d’arte dell’Ottocento e del Novecento, vale a dire circa due secoli di attività artistica soprattutto – ma non esclusivamente – italiana.

Pubblicazioni, fotografie, lastre, microfilm e tanti altri documenti, provenienti da archivi privati, biblioteche, gallerie, istituzioni, ma anche da solai in via di eliminazione, cantine traboccanti di carte, eredi di artisti poco interessati all’arte del caro congiunto e all’arte in generale, sono stati sistematicamente raccolti e informatizzati, sottraendoli alla distruzione. Coinvolti in questa attività di ricerca sono stati anche storici dell’arte come Franco Sborgi, Corrado Maltese, Leo Lecci, galleristi come i fratelli Enrico e altri ancora.

Oggi l’attività di informatizzazione è capillarmente diffusa. La Permanente di Milano, per citare un solo esempio, grazie al lavoro di Elisabetta Staudacher che presiede al suo Archivio storico, ha digitalizzato i suoi cataloghi ormai introvabili (tra cui quelli delle Mostre annuali dei Premi Brera, così importanti, dei primi decenni del secolo) e tante altre carte. Un’analoga ricerca hanno compiuto varie istituzioni, musei, accademie, università. In America “Internet Archive” ha informatizzato milioni di pagine (ben poche italiane, purtroppo), e così hanno fatto “Gallica” in Francia e “Heidi” in Germania, ovviamente solo con le pubblicazioni del loro Paese. In Italia, con qualche ritardo, sono stati messi online le edizioni dall’Ottocento a oggi di numerosi quotidiani, tra cui il Corriere della Sera e La Stampa, e le annate di varie riviste d’arte e letteratura.

Non era così trent’anni fa. Quello però che interessa nel caso di “Catalogovagando”, a parte la sua precocità, è la sua attenzione non solo alle grandi mostre, come le Biennali di Venezia, le Triennali di Milano, le Quadriennali di Roma, ma anche alle manifestazioni più dimenticate, che a prima vista non sembrano di nessun interesse, e invece… È un aiuto prezioso per gli studiosi, soprattutto oggi, in tempi di pandemia, quando per consultare un libro in biblioteca bisogna prenotare, attendere di trovare un posto libero e sottoporsi ad altre dilazioni.

Ma non solo. La bellezza del sito, come nei migliori fra quelli che sono nati più recentemente, consiste nel fatto che non si limita a mostrare un elenco di nomi e dati (per questo c’è il suo gemello “CatalogArt”, che funziona appunto come una banca dati), ma ci fa vedere tutto il corpo dei cataloghi, con la loro veste editoriale, la copertina, i fregi e la grafica dell’epoca, la pubblicità, anzi la réclame, come allora si diceva. Anche queste cose ci dicono molto.

Non occorre essere degli studiosi d’arte per apprezzare il catalogo della Promotrice di Genova del 1896, dove una bella donna scioglie i suoi lunghi capelli biondi sulla copertina, mentre sotto il titolo si intrecciano rami di foglie verdi. E non c’è bisogno di essere degli storici per capire quanto tempo divide quel disegno dal catalogo della mostra “Pittura di guerra” di Anselmo Bucci, aperta alla Galleria Pesaro di Milano nel 1917, dove in copertina tre soldati sono asserragliati in una trincea. La matematica ci dice che tra l’uno e l’altro sono trascorsi ventun anni, ma l’esperienza (che cosa sia la guerra ormai lo vediamo tutti i giorni al telegiornale) ci dice che sono passati secoli. Alle linee fluide e morbide della Promotrice si sono sostituite masse dure e pesanti, perché è la vita che non è più fluida e morbida, e la Belle Époque ha lasciato il posto al duro e pesante “Secolo breve”.

Diceva Proust che la grande architettura del ricordo si regge su piccole sensazioni di profumi e sapori. Un piccolo biscotto, una tazza di tè possono farci tornare in mente città e giardini che non ci sono più. “Quando niente sussiste d’un passato antico, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, soli, più tenui ma più vividi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l’odore e il sapore, lungo tempo ancora perdurano, come delle anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sopra la rovina di tutto il resto, portando sulla loro stilla quasi impalpabile, senza vacillare, l’immenso edificio del ricordo”.

E allora, se ricordo ha a che fare con “cuore”, anche la copertina di un catalogo può diventare una sorta di madeleine.

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