LETTURE/ “Chiese chiuse”: ma lo sguardo di Dio ci parla ancora

- Giuseppe Frangi

“Chiese chiuse” di Tommaso Montanari ha il merito di mettere a tema, in termini giustamente drammatici, una questione sottaciuta da tutti, cattolici compresi

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Interno della chiesa di Santa Maria Novella a Firenze (Pixabay)

Ad oggi la Banca dati nazionale delle chiese italiane comprende 67.336 chiese frutto del lavoro di censimento realizzato dalle 219 diocesi. Di queste 31.021 sono di proprietà della Chiesa, mentre le restanti appartengono allo Stato. È un numero che parla da solo e che dice quanto lo specifico italiano, “l’anima del paese”, coincida con queste presenze così fitte e così disseminate anche negli angoli più remoti.

È un tesoro che fa dell’Italia un paese unico al mondo e che è frutto stratificato di secoli di vita e di storia. Eppure su questo immenso tesoro incombe una minaccia imponderabile: quello di restare un tesoro non più frequentabile.

È l’allarme che viene lanciato in modo appassionato e anche intransigente da un libro appena uscito, Chiese chiuse, scritto da Tomaso Montanari (Einaudi, 2021). Montanari è uno storico dell’arte, oggi rettore dell’Università per stranieri di Siena, che non ha certo mai nascosto la sua militanza di sinistra. In questo libro affronta il nodo delle tante, troppe chiese italiane che hanno le porte sbarrate o hanno cambiato surrettiziamente la loro destinazione.

Montanari parte da un caso molto personale, quello della basilica di Santa Maria Novella a Firenze, basilica domenicana del Duecento, che lui aveva frequentato da ragazzo e che oggi è stata completamente assimilata ad un museo, essendo stata abolita anche la messa domenicale (è prevista solo la liturgia di Natale). Per entrare si paga un biglietto e non c’è neppure la possibilità di un ingresso laterale e separato per chi vuole solo pregare, come accade in tante chiese storiche.

“Non avevo mai saputo separare, dentro di me, la preghiera e la partecipazione alla liturgia dallo sguardo – ora penetrante ora distratto, fulmineo o indugiante – con cui carezzavo da anni la Trinità di Masaccio o il Crocifisso di Brunelleschi”, scrive Montanari a proposito di Santa Maria Novella. “Dove finiva dentro di me il ‘fedele’ e dove iniziava il bambino perso in quel caleidoscopio di forme e di colori, e poi, pian piano, lo storico dell’arte, e il fiorentino adulto, non del tutto inconsapevole di se stesso e della sua città?”.

Dalla lettura di Montanari emerge questa continua sovrapposizione e inscindibilità dell’impronta religiosa con quella culturale e artistica. Le chiese chiuse, quindi, rappresentano una débacle dal punto vista civile, perché viene impedita una possibilità di formazione culturale “sul campo”. Una formazione per semplice osmosi visiva.

“Personalmente, più che assimilarle a musei, credo che la via giusta per lasciare entrare di nuovo Dio nelle antiche chiese sia considerarle per quello che in effetti sono: un monumento indistinguibilmente civile e religioso”, scrive Montanari.

Solo in diocesi di Firenze sono ben 170 gli edifici religiosi messi sul mercato, per ammissione di Giuliano Landini, parroco di Settignano e presidente del locale Istituto per il sostentamento del clero. Venderle per farne che? Questo è il grande tema che spesso viene affrontato semplicisticamente, badando soprattutto al ritorno economico, seppur ammantato da buone cause.

Papa Francesco è stato molto chiaro in tanti suoi interventi, comprese le due Encicliche, Laudato si’ e Fratelli tutti. In occasione di un convegno dedicato al problema e intitolato “Dio non abita più qui?”, aveva ribadito con forza che Dio continua ad abitare le chiese dismesse. “Il senso comune dei fedeli”, ha detto il Papa, “percepisce per gli ambienti e gli oggetti destinati al culto la permanenza di una sorta di impronta che non si esaurisce anche dopo che essi hanno perduto tale destinazione”.

Osservazione semplice che mette in guardia dal pericolo di eliminare questa dimensione percepita dalle persone nel segno di un’omologazione dettata dalle mode e dall’egemonia del mercato. Francesco dice, e Montanari accoglie questa sua prospettiva, che come uno spirito di profezia aveva guidato nell’edificazione delle chiese così oggi è ugualmente indispensabile spirito di profezia nella ricerca di soluzioni per un loro nuovo uso che rispetti la loro natura. Che per Montanari è quella di rappresentare “un antidoto al consumismo globale, alla riduzione dell’uomo a merce” e di tenere sempre “al centro l’umano”.

Si possono certamente discutere e contestare alcune tesi contenute in questo libro. Ma certamente va anche riconosciuto a Montanari il merito di avere messo a tema, in termini giustamente drammatici, una questione sottaciuta da tutti, cattolici compresi.

Tra le pagine si respira sempre una simpateticità di fondo con la realtà che viene scandagliata. È infatti un libro dettato da un sentimento di riconoscenza e gratitudine per ciò che le chiese (non solo in quanto edifici storicamente importanti) hanno rappresentato nella vita dell’autore.

“Le nostre antiche chiese sono ancora con noi”, scrive Montanari in chiusura del volume: “avremo il coraggio di accettare il loro bacio silenzioso, la loro muta risposta di amore?”.

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