LETTURE/ Da Eschilo al coronavirus, i confini dei Greci sono ancora i nostri

- Stefano Arduini

Sia il greco che il latino hanno diversi termini per indicare i confini. Il confine è essenziale per definire la propria identità. Il coronavirus ce lo ha mostrato di nuovo

immigrazione migranti grecia 1 lapresse1280 640x300
Profughi a Edirne, in Turchia, diretti verso la Grecia (LaPresse)

Ci sono concetti dotati apparentemente di una tale autoevidenza che hanno bisogno di poche o nulle specificazioni. Un esempio ci è offerto dal concetto di “confine”, come barriera geografica e politica, e dai suoi usi linguistici figurati. Spesso è usato come sinonimo di “frontiera”, altre volte è simile a “limite”, una instabilità terminologica che in realtà non permette di cogliere lo spazio concettuale in cui l’idea di confine si articola. Per comprendere tale ricchezza concettuale può essere utile rivolgerci all’ampiezza terminologica del campo semantico di “confine” nel mondo antico.

Qui troviamo una serie di voci che sono arrivate nelle culture in cui siamo e nelle lingue che parliamo.

Sia il greco che il latino hanno diversi termini che possono essere interessanti. Il greco ha, fra gli altri, olkos, oros, peirar, erma. Il latino, sulcus, limes, limen, finis e cum-finis, pomerium, margo, terminus.

Un confine può essere un solco fatto dall’aratro spinto dall’uomo per segnare i limiti di un campo. Corrisponde a un gesto, implica un atto di volontà che separa l’indistinto da qualcosa che può essere compreso perché circoscritto, che esclude chi non fa parte della comunità e include chi si identifica in essa. Ritroviamo questo aspetto nella leggenda di fondazione di Roma. In greco abbiamo olkos e oros, il significato è tirare, trascinare, tracciare il solco e quindi confine, limite; termine. In qualche modo ha a che fare con il finis e successivamente con il cum-finis, nel significato originario di incisione nel terreno; il confine delimita le proprietà, oppone qualcuno a un altro che però si conosce, ha un terminus che lo segna. È un confine che presuppone altri confini successivi e dunque non è peirar greco, il punto finale di un percorso. Il finis è diverso dal limes che separa ciò che fa parte della civiltà da ciò che è sconosciuto, in questo senso il suo significato si avvicina a quello di frontiera, un termine di origine militare derivato da frons, ciò che sta di fronte. È una barriera verso l’ignoto rappresentato dai territori dei barbari. Un termine che presenta somiglianza fonetica con limes è limen il cui significato più proprio è “soglia” e per metafora “inizio”, “principio”. Limen è la soglia, che consente il passaggio, dunque è ciò che rende possibile il rapporto, l’incontro, la comunicazione. Il limes esclude, il limen rende possibile l’inclusione. La soglia sta fra due realtà, territorio di passaggio e al tempo stesso di distinzione. La soglia permette l’accesso che il confine impedisce. Può essere simile a margo, cioè lo spazio che non appartiene a nessuno. Un po’ come il pomoerium, spazio sacro attorno le mura.

Dunque i confini esistono, in origine sono più limen e margo che limes, sono uno spazio di transito nel quale a un certo punto occorre stabilire qual è la parte della soglia a cui appartenere se non si vuole restare nel mezzo e dunque senza identità. È quello che è accaduto all’inizio della storia d’Europa quando i Greci definiscono la loro identità e si riconoscono come comunità nel confine segnato dallo scontro con l’impero persiano. Un fatto così straordinario che alle origini della letteratura europea la prima tragedia giuntaci, i Persiani di Eschilo, mette in scena una reggia straniera orientale, così come accade con il primo poema, l’Iliade e come accade con Erodoto che nelle Storie narra di nuovo della guerra d’Ellade contro i Persiani. È proprio segnando il confine con l’Oriente che per la prima volta i Greci definiscono chi sono.

Questo punto di vista non è scontato. Buona parte degli studi culturali, così come molti approcci postmoderni, si sono al contrario dedicati a dimostrare che i confini non esistono e le culture sono strutturalmente un insieme ibrido. La realtà si è rivelata molto più fantasiosa della teoria. Gli eventi del 2020 hanno mostrato come ibridi, globalizzati, senza frontiere sono i virus mentre le comunità umane, comprese quelle che non appartengono all’Occidente neoimperialista, in situazioni di crisi chiudono i confini e li rendono impenetrabili, chiedono di essere riconosciute come soggetti fortemente identitari ed escludenti. Il 2020 ha fatto sperimentare che uno spazio globale senza confini è una creazione della tecnologia, ma che di fronte a qualunque pericolo esterno il solco viene segnato di nuovo e i confini si ridefiniscono a protezione del proprio gruppo. Ci sono confini morbidi e confini netti, confini che si spostano e confini che sono tanto larghi quanto un territorio, confini che lasciano un segno sulla terra e confini segnati dagli alberi, confini per cui si uccide ed altri per cui si combatte, confini da cui si fugge e confini entro i quali si vuole stare. Questo accade nella contemporaneità che ha esperienza della porosità di molti confini, dai social ai trasporti, ma anche di confini che marcano le differenze come quelli che coinvolgono gli interessi di gruppi o degli Stati. Se non riconosciamo questo, ci sfugge la complessità del mondo contemporaneo e finiamo per non comprendere quello che accade in situazioni straordinarie.

Costruire un’identità significa costruire una rappresentazione della propria appartenenza marcando un confine in una zona di passaggio. È il prodotto di una dialettica che si definisce nel rapporto e nello scontro con le altre identità. È un’operazione di segnatura di confini che da culturali diventano politici e nazionali.

© RIPRODUZIONE RISERVATA