LETTURE/ Dai Greci ai cristiani: come cambia la felicità

- Moreno Morani

Se per i Greci la felicità era segno della benevolenza degli dei e per i Romani dell’abbondanza del raccolto, solo con la Chiesa assume un valore spirituale

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Luca della Robbia, Aristotele e Platone

“Il bene più grande è ciò che uno desidera ottenere. La felicità dunque, essendo cosa bellissima e ottima, è il bene più grande”. Sono parole di Aristotele (Ethica Eudemia 1214a7).

“Felicità” in greco si dice eudaimonía, e l’uomo felice eudaímōn, che propriamente significa “uno che ha la benevolenza degli dèi” o, meglio, “del divino”, perché col termine daímōn il greco indica degli esseri soprannaturali di natura e definizione incerta (i daimones appunto) e spesso la semplice percezione di un divino non meglio definito. Dunque, la parola greca ci porta in un terreno in cui il benessere umano trova la sua origine e la sua spiegazione su un piano che trascende l’uomo.

I termini latini e italiani per felice e felicità (in latino felix e felicitas) ci portano invece in un ambito molto più terreno. In origine felix è l’albero che produce frutti oppure il terreno fecondo. Poi la parola viene impiegata per indicare tutte quelle circostanze che nella scienza augurale sono da interpretare come segni favorevoli e di buon augurio.

Con un passaggio ulteriore, felix è la divinità dalla quale ci si aspetta uno sguardo propizio (e si prega il dio di essere felix et faustus, cioè favorevole), e infine felix si dice della persona in cui si realizzano, se non tutte, almeno molte delle aspettative e dei desideri che l’uomo può avere. Propriamente, se la divinità può essere felix perché può creare situazioni favorevoli, nell’uomo l’aggettivo ha valore prevalentemente passivo: homo felix è l’uomo che è stato toccato dai beni della fortuna.

La felicitas all’inizio è guardata con sospetto, perché all’accumulo di situazioni favorevoli può concorrere più la sorte (fortuna) che il valore dell’individuo (virtus); poi subentra un giudizio meno severo, perché l’ottenimento della felicitas può sì essere condizionato dal concorrere di situazioni favorevoli, ma spesso è anche la conclusione di un comportamento saggio e consapevole da parte dell’uomo (bonum consilium).

Per spiegare l’origine della parola felix si deve partire da una radice indoeuropea (*dhēi- secondo la ricostruzione della linguistica storica) che troviamo in diverse lingue e che designa in modo specifico l’allattamento al senso. In latino troviamo felare, che significa “succhiare (il seno materno)” e femina, che era all’origine il participio di un verbo scomparso in latino, ma vivo e vitale in molte altre lingue indoeuropee: femina è colei che allatta (questa è l’etimologia esatta della parola, ma il parlante latino non aveva i mezzi per riconoscere questo valore che solo le conoscenze della moderna scienza linguistica possono mettere in luce), e poi la creatura vivente di sesso femminile, contrapposto all’essere maschile (nell’uomo, femina e vir).

Per capire meglio questa vicenda linguistica, ci si deve collocare ai primordi della civiltà romana. Per molti secoli Roma, centro del Lazio che progressivamente amplia la sua sfera d’influenza e il suo dominio, è abitata da una popolazione poco incline a riflessioni filosofiche: è gente semplice e dedita all’agricoltura, che dedica tutta se stessa al lavoro dei campi e ha un fortissimo senso di appartenenza allo Stato (res publica, civitas). Solo il contatto con culture più evolute, e in modo particolare con quella etrusca prima e quella greca poi, infondono nell’uomo romano amore per l’arte, il pensiero e la scienza.

Tutto questo si coglie nel vocabolario romano primitivo, che si rifà spesso al quotidiano lavoro dei campi per esprimere con metafore svariate concetti e giudizi di natura politica o morale. Ne può essere prova il confronto con un’altra parola che s’inquadra nello stesso orizzonte semantico di felix, la parola laetus, “lieto”. Anche laetus, termine di cui ignoriamo completamente l’etimologia, è parola del lessico agricolo, che indica in origine i campi che danno un buon raccolto o le messi abbondanti: laetamen è ciò che “rende lieti” i campi, vale a dire che ne favorisce la fertilità (il letame). Poi nell’uso corrente lieto e letame si sono progressivamente distanziati, e il parlante oggi non percepisce nemmeno più il legame che connetteva queste due parole, essendo la seconda nient’altro che un derivato dalla prima.

Parole entrambe nate nell’ambito del lessico agricolo, laetus e felix hanno molti valori che si sovrappongono, ma anche qualche differenza. La felicitas fa sempre appello, poco o tanto, a una componente di fortuna, mentre la laetitia è un sentimento interiore che si esprime anche fisicamente, nell’espressione del volto o nella modalità di comportarsi.

Molti di noi avranno letto a scuola le pagine dei Fioretti di San Francesco in cui il discepolo Frate Leone chiede a San Francesco dove stia la perfetta letizia, e San Francesco, dopo una breve disamina, gli risponde che perfetta letizia è accogliere tutti i possibili disagi e maltrattamenti per amore di Dio: “Sopra tutte le grazie e doni dello Spirito Santo, le quali Cristo concede agli amici suoi, si è di vincere se medesimo e volentieri per lo amore di Cristo sostenere pene, ingiurie e obbrobri e disagi”. Letizia assume così anche una risonanza spirituale che manca a felicità.

La lingua della Chiesa affianca a felice e lieto anche la parola beato, a indicare chi raggiunge il pieno appagamento umano e cristiano facendo leva solamente sulle sue risorse interiori. Beato diventa, poi, il termine tecnico per indicare quei personaggi di cui la Chiesa ha riconosciuto le virtù eroiche e che ritiene ormai accolti nella felicità eterna del Paradiso.

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