LETTURE/ Dai latini all’India, ecco il segreto dell’intelligenza

- Moreno Morani

Diciamo “capire” e “comprendere”, ma non più “intellegere”: perché? E poi: che differenza c’è ta intelletto e intelligenza?

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Pieter Bruegel, Babele (1563)

La parola intelligenza ha in origine un significato neutrale e indica genericamente la capacità di intendere. In questo senso oggi viene usata solo quando ci si riferisce a contenuti specifici (“l’intelligenza di una situazione o di una lingua”), altrimenti ha un significato esclusivamente positivo (“la sua dote principale è l’intelligenza”).

La parola è l’astratto di intelligente, che a sua volta è l’antico participio di un verbo latino (intellegere) scomparso dall’uso. Appartengono a questo gruppo anche parole meno diffuse e limitate a uno strato lessicale più elevato, come intelligibile e intelletto. Il rapporto tra intelletto e intelligenza è descritto dai lessici come un rapporto di potenza ed atto: l’intelletto è la facoltà generica che l’uomo possiede di concepire pensieri e idee, l’intelligenza è l’attuarsi di questa facoltà. Come leggiamo nel vecchio ma sempre utile Dizionario di Tommaseo-Bellini, “Ogni uomo è dotato d’intelletto; non tutti d’intelligenza”.

Tornando al verbo latino, che cosa significa esattamente intellegere? Si tratta di un composto di inter (non di intus “dentro”, come capita di leggere talvolta, cosa che sarebbe foneticamente impossibile!) e legere. Inter vale “tra, in mezzo” (inter nos “tra di noi”) e legere ha assunto normalmente in latino (e poi nelle sue continuazioni romanze) il valore di “leggere”, partendo però da quello originario di “raccogliere, mettere insieme”, valore che peraltro si è mantenuto, sia pure marginalmente, in alcuni usi soprattutto nella lingua dell’agricoltura, che conserva e utilizza spesso forme molto arcaiche. Dunque intellegere evoca l’idea del frugare tra i molti pezzi della realtà (inter per l’appunto) e del cercare i nessi appropriati per ricavarne i collegamenti che permettono di dare un senso alle cose.

I verbi che in italiano hanno preso il posto di intellegere (uscito dall’uso in tutte le lingue romanze eccetto il rumeno, che ha conservato înțelege) sono capire e comprendere. Per il primo si parte dall’idea di una capacità di afferrare in modo stabile (latino capiō “io prendo”), e poi di riservare spazio a ciò che si è preso: capire infatti si dice anche di recipienti atti a contenere un determinato bene.

Anche in comprendere abbiamo l’immagine del prendere con in più un preverbo (con-) che aggiunge l’idea della globalità: afferrare la realtà o un concetto con una visione d’insieme su tutti i suoi aspetti. L’immagine peraltro è presente in modo esplicito in espressioni come afferro il concetto. In italiano abbiamo anche intendere (e in spagnolo e portoghese entender) che suggerisce più l’idea della tensione verso qualcosa fino a ottenere un contatto.

La metafora del protendersi per afferrare e mettere insieme i pezzi del reale appare in varie lingue. In tedesco uno dei verbi per “capire” è begreifen, composto di greifen “afferrare”, e in russo ponjat’ o ponimat’, che nella seconda parte contiene un’antica forma verbale che significava “prendere”. In greco antico una delle parole usate per esprimere la comprensione è sýnesis, e syníēmi il verbo corrispondente (“io capisco” composto da syn– “con” e híēmi “faccio andare, mando, emetto”). A differenza del latino, che descrive l’analisi della realtà come un’indagine fra i suoi diversi elementi (inter-), in greco si ha piuttosto l’idea di un approccio complessivo, con un termine più prossimo quindi al comprendere dell’italiano: infatti il valore di syn– “tutto insieme, globalmente” è molto nitido. Il verbo che si usa in greco moderno è katalavénō, che continua, attraverso diverse vicissitudini fonetiche e morfologiche, l’antico katalambánō: nella seconda parte troviamo il verbo più comune e diffuso per “prendere”, lambánō. In India abbiamo upalabhate formato con lo stesso criterio, upa- “sotto” e labh- “prendere possesso, ottenere”: si tratta di una forma verbale media, e il medio, come ricorderanno i lettori che hanno fatto il liceo classico, esprime l’interesse e la partecipazione del soggetto all’azione.

Vi è una seconda metafora per descrivere la modalità con cui l’essere umano si colloca di fronte alla realtà nel tentativo di capirla, quella contenuta nel greco epístamai, formato dalla radice del verbo “stare” (stā-) e da una preposizione (epi-) che, nell’immensa varietà dei suoi valori, esprime comunque una relazione (generalmente “al di sopra”).

Il verbo greco (che significa sia “capire” sia “sapere”, soprattutto nel senso di sapere fare) in origine contiene dunque l’idea dello stare a stretto contatto con la realtà. Anche epistamai è un medio: il processo di comprensione richiede la piena partecipazione del soggetto. Immagini simili si hanno nel tedesco verstehen (“stare di fronte”) e nell’inglese understand (“stare in mezzo”, perché oggi under vale “sotto”, ma anticamente significava “in mezzo”, come inter). La collocazione del soggetto e la prospettiva dell’osservazione cambiano, ma l’idea di fondo rimane.

Tornando all’India, in sanscrito tra le molte parole che indicano il processo di comprensione troviamo avagacchāmi “comprendo”, composto di ava– “in basso” e gacchāmi “vado”: dunque una metafora diversa, ma sempre l’idea di un avvicinamento alla realtà, in questo caso partendo dall’alto.

In conclusione, al di là delle diverse strategie attuate dalle varie lingue, è interessante notare come il processo di comprensione sia descritto come tensione a trovare un contatto con la realtà e a porsi di fronte ad essa: l’uomo desidera cogliere il senso globale del reale quasi scandagliandone e mettendo insieme i suoi elementi, fino a ricapitolarli idealmente in una sintesi.

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