LETTURE/ Dal Pci a Celestino V, la solitudine profetica di Ignazio Silone

- Silvana Rapposelli

La vicenda umana e professionale di Ignazio Silone, tra fede e politica. Dal partito socialista al Pci, dalla fede alla solitudine laica

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Ignazio Silone

Ignazio Silone (1900-1978) è uno scrittore che vale la pena riscoprire o forse scoprire. Anticonformista, dallo stile narrativo scarno ed essenziale, con la drammaticità della sua storia personale, con la decisione di non abdicare rispetto al suo ideale di giustizia, decisione che lo ha reso martire due volte, a causa del fascismo e a causa del comunismo, egli tuttavia ha subito un incredibile oblio da gran parte della critica. È proprio in quest’ottica che LineaTempo ha inteso dedicare al personaggio un sostanzioso percorso pubblicato nel numero appena uscito.

Secondo Tranquilli, il futuro Ignazio Silone, nasce a Pescina dei Marsi, in provincia dell’Aquila, nel 1900, in una famiglia di piccoli proprietari terrieri. La sua formazione deve molto alla frequentazione dei contadini più poveri e ai racconti degli adulti: cronache quotidiane, parabole, leggende, discorsi politici. Se, come afferma Andrea Fontana (in Tracce n. 7/2020), “tali narrazioni diventano parte delle nostre identità, del nostro bagaglio personale” in quanto “contribuiscono a costruire il nostro copione di vita”, ciò è vero in modo eminente per Silone che consapevolmente le trattiene e vi attinge per la creazione del suo mondo.

La raccomandazione di farsi i fatti suoi, molto ripetuta in quell’ambiente e in quell’epoca, non è affatto seguita dal giovane e ciò lo porterà ad immergersi nella lotta politica con tutte le conseguenze che ne deriveranno.

Il primo avvenimento decisivo nella sua vita di giovane ginnasiale è il violento terremoto che nel 1915 distrugge Pescina e per il quale egli si ritrova solo con un fratello più piccolo scampato alla tragedia.

In questo frangente incontra uno strano prete, don Orione, che mosso da un’ardente carità fa di tutto per prestare soccorso agli scampati al terremoto. Silone è fortemente affascinato da questa figura che gli offre la sua considerazione oltre al suo aiuto. Tra i due nasce un’amicizia che si nutre per lo più di contatti epistolari, come documenta G. Casoli in L’incontro di due uomini liberi. Tuttavia Silone abbandonerà ben presto la fede e la pratica religiosa. In ogni caso, non è possibile liquidare sbrigativamente il suo rapporto con Cristo e con la Chiesa, che è più complesso e aperto e che lo scrittore stesso non ha mai smesso di esplorare.

Da giovanissimo, quando si dichiara socialista, capisce di essere ad un bivio, di fronte ad una scelta esistenziale tremenda, in quanto in quegli anni essere socialisti equivaleva ad essere materialisti, atei, anticlericali, e quindi si trova ad abbandonare tutto ciò che di familiare, di antico, c’era nel suo passato.

“Cristiano senza chiesa e socialista senza partito” si definirà nel 1961. I suoi maestri e compagni di viaggio sono stati Tolstoj, Dostoevskij, Gioacchino da Fiore, Francesco d’Assisi, don Orione, Simone Weil.

Il giovane, dopo la fuga da un istituto romano in cui sta continuando gli studi, vive tra Sanremo e Reggio Calabria presso le case di don Orione. Comincia così la sua vita di emigrante, di esule sui generis, anche se l’amore, l’attaccamento alla terra natia e alla sua gente non vengono mai meno. L’Abruzzo, più precisamente la Marsica nel ventennio fascista, territorio aspro e difficile, diventerà poi scenario e punto di osservazione privilegiato dei suoi romanzi.

Silone si lancia in un’attività politica militante che lo condurrà ai vertici del partito socialista fin da giovanissimo, a partire dall’età di 17 anni, quando denuncia le autorità della sua regione per le truffe nella ricostruzione del dopo terremoto, e scrive i suoi primi tre articoli per L’Avanti!. “Quello che avvenne dopo il terremoto, e cioè la ricostruzione edilizia per opera dello Stato, a causa del modo come fu effettuata, dei numerosi brogli, frodi, furti e camorre, truffe, malversazioni d’ogni specie cui diede luogo, apparve alla povera gente una calamità assai più penosa del cataclisma naturale”. La citazione, come le altre che seguono, si trova in Uscita di sicurezza, una preziosa raccolta di scritti pubblicata nel 1965, che costituisce una sorta di autobiografia dello scrittore.

Quando, nel 1921, dalla scissione dell’ala sinistra del Partito socialista nasce il Partito comunista dei lavoratori Silone è tra i fondatori di quest’ultimo. Ma già verso la fine degli anni Venti iniziano le difficoltà. La prima grande incrinatura, narrata magistralmente in Uscita di sicurezza, risale al 1927, quando insieme a Togliatti egli partecipa in qualità di membro del Comitato centrale del partito ad una seduta del Komintern a Mosca, nel corso della quale Stalin pretende la ratificazione della condanna di Trotzky, sulla base di accuse la cui fondatezza nessuno dei presenti può aver modo di verificare. Sono i primi indizi dello stalinismo che Silone intravede subito. Nei giorni e negli gli anni che seguono finisce col convincersi che il comunismo va assumendo tratti sempre più dittatoriali. Dalla rivoluzione bolscevica è nato un sistema di oppressione e di sfruttamento di un nuovo tipo e questo non gli permette più di identificarsi col partito che per lui è stato “famiglia, scuola, chiesa, caserma”. Vi rimane però ancora per qualche anno e solo nel 1931 viene espulso. “L’uscita dal Partito comunista fu per me una data assai triste, un grave lutto, il lutto della mia gioventù” (Uscita di sicurezza, pag.116).

Silone si trova a tu per tu con la “miseria della politica”, per usare l’espressione di Bertinotti. Al tema egli dedicherà più avanti uno studio ragionato e molto illuminante, La scuola dei dittatori.

Ad un certo punto due storici, Dario Biocca e Mauro Canali, sosterranno – presentando le loro ricerche nel 1999 sulla rivista Nuova Storia Contemporanea e poi in un volume – che Ignazio Silone si sarebbe infiltrato nel Partito comunista per fornire alla polizia politica fascista informazioni preziose sull’organizzazione clandestina. La presunta rivelazione divise l’opinione pubblica tra innocentisti e colpevolisti, anche perché le prove del tradimento non erano incontrovertibili. Dall’altra parte si sosteneva che Silone si adoperava per ottenere dal regime la grazia per il fratello Romolo arrestato nel 1928 e accusato senza fondamento di aver attentato alla vita del re, ma anche questo movente è molto debole in quanto il giovane fu comunque condannato e morì in carcere qualche anno dopo. Il libro Processo a Silone. Le disavventure di un povero cristiano (Lacaita editore, 2001) di G. Tamburrano, G. Granati e G. Isinelli esamina la questione in modo equilibrato ed attendibile.

Nel 1929 Silone approda clandestinamente in Svizzera, dove rimane fino alla fine del secondo conflitto mondiale. Rientrato in Italia, nel 1945 assume la direzione dell’Avanti! ed entra a far parte, come esponente del Partito socialista, dell’Assemblea costituente e del Parlamento.

Si ritirerà dalla vita politica nel 1953. Dal 1956 al 1968 dirige la rivista Tempo presente, esperienza che gli attira la viva simpatia di Solzenicyn e di Sacharov.

L’ultimo grande lavoro di Silone è il dramma L’avventura di un povero cristiano, teso a ribadire il rifiuto di ogni forma di potere. Vi si narra – come è noto – la storia di papa Celestino V, relegato da Dante fra gli ignavi, perché “fece per viltade il gran rifiuto” ossia rinunciò al papato dopo solo cinque mesi. Numerosi cenobi si erano formati da sempre sulle montagne abruzzesi, specie sulla Maiella, tra cui i celestini, anacoreti seguaci della regola benedettina più stretta, riuniti in congregazione nel 1264 appunto da Pietro da Morrone, il futuro papa, allo scopo di restaurare l’ideale del primo monachesimo cristiano. Si unirono a loro anche dei francescani spirituali che aspettavano l’avverarsi delle previsioni dell’abate calabrese Gioacchino da Fiore, tra l’altro l’elezione di un “papa angelico”. Quest’ultima profezia sembrò avverarsi nel 1292 quando Pietro fu eletto papa, ma le meschine e acerbe lotte – presenti nella stessa curia – tra Caetani, Orsini e Colonna che intendevano coinvolgerlo, spinsero il monaco papa a scegliere tra due forme di vita che gli apparivano inconciliabili, il papato e la santità.

Uscito proprio nel 1968, il libro sembrò incarnare le istanze di una stagione riformistica presente anche nel seno della chiesa italiana, ed ebbe pertanto un notevole successo.

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