LETTURE/ Dal Reichstag a Cernobyl, le donne “ferite” di Svetlana Aleksievič

- Vincenzo Rizzo

La lacerazione dell'anima del Nobel Svetlana Aleksievič in "Una battaglia persa". Testimonianze di donne, ferite e divise nel loro io dalla guerra

ucraina guerra avdiivka 1 ansa1280 640x300 Distribuzione di aiuti ai civili di Avdiivka, nel Donetsk (Ansa)

Il nostro tempo è diventato il tempo della violenza e della paura. È tornata la legge del più forte e di chi incute terrore. La verità è stata pervertita in “riflessione su come ammazzare il prossimo”. “I russi fanno la guerra agli ucraini. Ai loro fratelli. Mio padre è bielorusso, mia madre ucraina. E questo vale per molta altra gente”. Gli intrecci, le comuni sofferenze, le radici sotterranee sono state dimenticate e attaccate dal nero male dell’ideologia. Sembra così di vivere in un gioco d’azzardo insensato.

Svetlana Aleksievič in Una battaglia persa (Adelphi, 2023), testo scritto nel 2015 e recentemente tradotto da Claudia Zonghetti, mette in scena tutta la lacerazione della sua anima. “Ho tre case: la mia terra bielorussa, che è la patria di mio padre e dove ho vissuto tutta la mia vita; l’Ucraina che è la patria di mia madre e dove sono nata; e la grande cultura russa senza la quale non riesco a immaginarmi. Ho care tutte e tre. Ma è difficile parlare d’amore in questi tempi”.

E, in effetti, la violenza con la sua barbarie ammutolisce e spaventa. Riescono a parlare solo voci non umane che hanno perduto il senso delle cose e della storia. E sembra non bastare oggi l’invito fatto, ne I demòni di Dostoevskij, da Šatov a Stavrogin: “Abbandoni quel tono e ne assuma uno umano! Parli con voce d’uomo almeno una volta nella vita”. Le voci che portano morte, infatti, continuano a esprimere il loro buio.

Di fronte a una situazione limite ed estrema, come la violenza fratricida, la scrittrice cambia: diventa “donna-orecchio”. Non si tratta, per lei, di parlare o di vedere, ma di sentire. Sentire l’altro nel suo fondo nascosto e ferito, quello che nessuno vede e nessuno pensa. Sentire, cioè amare proprio quel dolore specifico, quel punto dolente ammutolito dalla violenza. Sentire, perciò, percepire che dall’abisso dell’io può nascere qualcosa di diverso dal nulla.

Ed ecco che nella memoria della scrittrice risuonano le voci di una moltitudine di donne anonime. Riprendono vita volti irripetibili di una storia segreta che raccontano un’esperienza di umanità autentica. Sono le tante donne dai sacrifici nascosti e dall’amarezza inespressa. Tra loro, le donne bielorusse le quali, a seconda guerra mondiale conclusa, non vedevano tornare i loro uomini, ma aspettavano. Un mondo fatto da sole donne, dunque, attendeva ancora, sperando contro ogni speranza. “Senza braccia, senza gambe, basta che torni: me lo porto a spalle”.

Le donne, sottratte all’oblio dalla scrittrice, testimoniano un amore più grande, capace di aspettare sempre l’arrivo dell’altro. La loro voce dice “vieni!” all’amato, senza condizioni. Esprime, perciò, una pietà pronta a tutto per la persona amata. L’amore vero, infatti, sta nel portare il peso dell’altro, nell’assumere su di sé la ferita dell’altro.

E che dire della voce della donna carrista proveniente dal passato? Vuole essere trattata come donna, non come soldato. Conosce il suo amato a Berlino vicino al Reichstag. Un colpo di fulmine, una corrispondenza imprevista tra fango e polvere, ma l’immediata richiesta di matrimonio non basta. Lei vuole essere corteggiata e riconosciuta come donna. Però, di fronte alle lacrime che scendono sulla guancia ustionata e piena di cicatrici del soldato, cede. L’amore vero, infatti, sa vedere i colpi del dolore e intuisce il palpito segreto. La debolezza altrui, dunque, viene prima anche del proprio comprensibile sentimento. La cicatrice dell’altro ha diritto di precedenza sul proprio mondo fatto di immagini belle.

E poi le voci di Černobyl’, in particolare quella della donna di un eroico pompiere. Non si rassegna alle regole e ai divieti, vuole vedere il marito a tutti i costi e nonostante i rischi. “Lo amo, lo amo” e sta con lui in ospedale fino alla fine. S’inventa di tutto per stargli accanto. Dopo la sua morte partorisce una bambina, vittima delle radiazioni. Follia, certo, ma di una quantità d’amore indomabile che sconfina e che vuole l’assoluto.

E poi la storia di una donna, aiutante di sanità nella seconda guerra mondiale, che soccorre prima un nemico ferito e poi un russo svenuto. Quando i due si riprendono e cercano di uccidersi, la donna gliele suona ad entrambi per fermarli. “C’era sangue ovunque. E il sangue si mescolava”. Il suo amore salutare vede ciò che altri non vedono: una misteriosa comunità umana che viene prima e non è tribale.

Eppure la grandezza di tutte quelle donne viene totalmente trascurata dalla storia. Non entreranno mai nei magnifici volumi, bibliograficamente avveduti, che la macrostoria produce, dimenticando le piccole voci. Tali voci però hanno lasciato tracce indelebili nella scrittrice, perché scritte col cuore profondo. È proprio quel cuore vero che ha intuito il segreto della vita, il suo rumore nascosto. Nella grandiosa battaglia per rinnovare l’umanità, allora bisogna ripartire da lì.

Si tratta, perciò, in una nuova epoca di lupi, di sentire l’altro come lo sentono le donne di Svetlana Aleksievič, per essere uomini.

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