LETTURE/ Dostoevskij, quel Mistero che appartiene alla vita e l’attraversa

- Gianfranco Dalmasso

In “Dostoevskij. La salvezza in scena” Vincenzo Rizzo affronta il tema del Mistero come “larghezza della vita” che apre alla realtà senza censure e compie l’io

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Vasilij Perov, Ritratto di Fedor Dostoevskij, particolare, 1872, Mosca, Galleria Tret'jakov (da Wikipedia)

Salvezza in scena? Che significa?  Il termine salvezza sembra produrre oggi un effetto vicino allo stupore o all’imbarazzo. Oscilla infatti tra un senso per così dire “chiesastico” e una accezione più “laica” di auspicio benevolo, ma problematico.

Vincenzo Rizzo, studioso di Dostoevskij, ha scelto di far comparire questo termine nella copertina del suo recente libro dedicato al grande scrittore russo (Dostoevskij. La salvezza in scena, Jaca Book 2021). E chiarisce subito, dalle prime battute del suo lavoro, che salvezza per Dostoevskij ha a che fare con la “larghezza della vita”, cioè con una risorsa che è in azione nella struttura della vita. Questa risorsa ha la stessa stoffa del Mistero, che si propone al soggetto visitandolo e interpellandolo.

Il termine “Mistero” non significa soltanto ciò che sfugge ed eccede l’esperienza, ma significa piuttosto una destinazione irriducibile al potere del soggetto. Soggetto che, messo di fronte al dato costitutivo dell’impossibilità di un controllo, di un possesso del suo destino (sud’ba, p.11), cerca di elaborare delle vie di fuga. Ciò avviene, secondo la lettura di Rizzo, in varie modalità: la vita “sotterranea” della mente, i sistemi ideologici, i sogni e i pensieri illusori. Tali modalità costituiscono dei tentativi di rinchiudersi, con l’isolamento in un mondo proprio, di fronte all’avanzare del tempo del Mistero.

Il Mistero destruttura l’ordine del già noto, è ciò che supera la ragione non è afferrabile nei termini di ciò che è ovvio, che si presume di sapere. Per Dostoevskij il superamento di ciò che è ovvio e si presume sapere porta alla letizia (cfr. lo scritto: L’adolescente, trad. it. Garzanti, Milano 1981, pag. 485). Il Mistero è imprevisto, straordinario, è una realtà che aumenta lo stato della conoscenza. Si tratta dell’ingresso nella storia di un tempo infinito e intensificato da cui, secondo Henri de Lubac, emerge un’armonia eterna (Il dramma dell’umanesimo ateo, trad. it. L. Ferino, Morcelliana, pag. 288).

Si istituisce così un’armonia inconcepibile, intesa in modo non sentimentale, in grado di andare oltre il confine e di trapassare la vita. “Mi dimentichino tutti i miei cari… ma io vi amerò anche dopo la tomba… discenderò nel sonno verso di voi… tanto anche dopo la morte esiste l’amore” (L’adolescente, pag. 486). Nella vita c’è qualcosa di indeciso, ma accolto da un cuore pensante, irriducibile e della stessa natura del Mistero (celomudrie). Esso si apre alla realtà finalmente senza censure (Rizzo, op.cit., pag. 13).

Questo elemento enigmatico oltrepassa sia il razionalismo, che pretende di controllare la problematicità dell’esperienza con la ragione, sia il positivismo che presume di limitarsi alla mera registrazione dei fatti. Per Dostoevskij la posizione dell’umano è costretta a combaciare, volente o no, con la figura di Giobbe, che è sospinto ad accettare, anche contro voglia, il Mistero.

Tale Mistero, negli scritti di Dostoevskij, non sta in un indicibile enigma, ma vive nella struttura e nel linguaggio dei suoi personaggi. In ciò Rizzo si smarca da varia letteratura sul grande scrittore russo e si spinge piuttosto ad individuare proprio negli interni rapporti che legano o dividono i soggetti quel luogo impossedibile, conoscibile solo in ritardo, che struttura i loro atti.

In essi funziona un elemento “imprendibile” che tuttavia è implicato dalla loro vita, dalla loro stessa esistenza. Perciò per Dostoevskij la vita umana è inseparabile dall’idea di processo, che ha un duplice significato di sviluppo, ma anche, e più radicalmente, di un giudizio che è inseparabile dalla loro esistenza. La nozione antica di parresia è riproposta dal grande scrittore russo di un dire la verità di sé come unica possibilità di liberazione, che spesso diverge ed entra in opposizione alle comuni opinioni (pag. 161).

D’altra parte è proprio questa nozione di parresia che è messa alla prova nell’esistenza degli esseri umani. Nella Leggenda del grande Inquisitore, ripresa da Schiller e da altri autori, Dostoevskij mette a fuoco la figura del Cardinale, che misura fino agli estremi limiti la proposta di Cristo come impossibile e fallimentare in rapporto alla natura umana. Ne I fratelli Karamazov Ivan pensa la figura del Cardinale come colui che intende liberare gli uomini da una salvezza non praticabile in questa vita e per di più segnata dal tormento di dover liberamente scegliere (ibid.). La questione diventa radicale nell’accusa a Dio di aver creato malamente l’uomo e la stessa creazione.

Lo starec d’altra parte sostiene che la mancanza di una dimensione ulteriore e altra “uccide”. L’uomo non può vivere infatti in una realtà ristretta e chiusa nel solo tempo storico. Per sua natura ha bisogno di un punto di fuga e di un oltre. “Senza una realtà più grande il soggetto finisce per vivere in uno stato di torpore accomodato, perdendosi nella realtà e morendo disperato. Perciò alla donna che ha paura di finire, improvvisamente, nel baratro del nulla dopo la morte e si vede isolata, perché nessuno sente l’urgenza della sua domanda, lo starec risponde che non si tratta di dimostrare l’esistenza dell’al di là, ma di persuadersene, attraverso la personale esperienza dell’amore attivo. Tale amore vivente è infatti una rottura, una fuoriuscita dall’indifferente chiusura al proprio destino (cfr. pag. 192-193).

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