LETTURE/ “Esperienza”, un lungo viaggio (con le necessarie provviste)

- Moreno Morani

Col termine esperienza indichiamo la notizia piena e di prima mano di qualcosa. Ma il “viaggio” dell’esperienza risale molto indietro: al greco e all’indoeuropeo

Uomo vitruviano
Uomo Vitruviano, Leonardo da Vinci (Wikipedia)

Col termine esperienza indichiamo la notizia piena e di prima mano di qualcosa: la parola si presta a essere usata in senso specifico (esperienza di un determinato settore) o generico (uomo d’esperienza, voler fare esperienza) e indica qualcosa di diverso sia dall’osservazione sia dalla scienza, perché osservazione e scienza possono limitarsi alla semplice considerazione esterna o alla conoscenza teorica di una determinata realtà, mentre l’esperienza presuppone un coinvolgimento diretto con quella stessa realtà. Dante, dicendo sì come mostra esperïenza e arte (Purgatorio 15, 21), contrappone la prova provata con la conoscenza teorica o tecnica (arte).

Legato alla parola è l’aggettivo esperto, termine normalmente precisato da un riferimento concreto (esperto di informatica). Sempre per Dante, il desiderio dell’esperienza, il volere divenir del mondo esperto (Inferno 26, 98) è ciò che contraddistingue l’uomo e gli permette di vivere non come i bruti, ma per seguir virtute e canoscenza: ma è un pregio che può tramutarsi in colpa, nel momento in cui l’uomo si avventura al di là dei limiti che natura e coscienza gli impongono, come appunto l’Ulisse del suo racconto.

E questo potrebbe anche spiegare perché nella stessa famiglia di esperienza ed esperto sia da collocare anche pericolo, termine che in origine (latino periculum) significa “prova, cimento”: la prova è un momento cruciale in cui l’uomo mette in gioco la sua capacità, e dunque un momento che potrebbe anche evolversi negativamente fino al completo disastro: da qui l’assunzione del valore negativo poi divenuto comune di “rischio, situazione temibile”.

Collegato con esperienza è esperimento, che indica il momento o l’atto concreto attraverso il quale si acquisisce l’esperienza.

Un altro termine che si collega con questo gruppo è perito, sinonimo di esperto, oggi usato soprattutto nella terminologia giuridica (perito di parte): naturalmente il perito esperto di una materia non ha nulla a che vedere col perito defunto: si tratta di due voci senza alcun collegamento fra loro e risalenti a radici diverse.

Come spesso, l’analisi storica della parola può offrirci riflessioni e collegamenti che sfuggono a un’osservazione superficiale. Innanzitutto, esperienza viene da una parola latina (experientia) che si rifà a un verbo – experior – completamente sparito nelle lingue romanze (esperire è un termine dotto di uso limitato). Experior è composto con ex– “fuori”, ma il verbo principale da cui dovrebbe derivare non esiste in latino: possiamo trovarne altri composti come comperio (“vengo a sapere”), opperior (“aspetto”), ma della forma semplice non abbiamo attestazioni: ne è rimasto un participio passato, peritus, e ne è stato tratto un sostantivo con un suffisso noto e produttivo, periculum, ma non abbiamo il perio, che dovrebbe essere a monte di tutte queste forme.

Se estendiamo la nostra ricerca al di fuori del latino, troviamo termini corradicali nel greco peîra (“prova”, esito di un primitivo per-ya) ed émpeiros (“esperto”, parola che poi è stata acquisita dalla terminologia scientifica latina e italiana, in termini quali empirico o empirismo, che indicano la pratica di prima mano di una scienza, opponendosi quindi in modo nitido a teoria e simili) e nell’antico alto tedesco fār (“prova”, da pēr– coi normali esiti che caratterizzano la fonetica germanica), che è alla base del tedesco attuale Gefahr (“pericolo”), con una vicenda semantica quindi simile a quella di periculum.

Ma si può andare ancora oltre. Tutti questi termini provengono da una radice indoeuropea per-, che propriamente contiene l’idea del “passare attraverso”. Per fare qualche esempio (tra i moltissimi che si potrebbero proporre) abbiamo in greco póros (“passaggio”), in germanico il tedesco fahren (“viaggiare”) e Fahrt (“viaggio”). Alcuni termini hanno avuto vicende complesse: in greco póros assume anche il valore di “provvista per il viaggio, risorse” ed è da collegare a poreîn (“ottenere dal destino”), e il suo contrario è aporía (“mancanza di mezzi”). Formazioni dalla stessa radice sono in latino porta (“il punto dove si passa da uno spazio a un altro”) e portus, che in origine significava “passaggio”, ma poi ha assunto il valore che conosciamo nell’italiano porto (però il valore antico è rimasto nel composto angiportus, “passaggio stretto”).

Tornando a experientia, l’analisi etimologica ci porta all’idea della prova e insieme ci permette di focalizzare tre dati. Innanzitutto la radice per– col suo valore originario di “passare, trascorrere”, e quindi l’esperienza come percorso attraverso qualcosa (un ambito specifico oppure la vita nella sua totalità); poi il preverbo ex– che indica un esito (l’avere terminato e l’essere usciti da un percorso, e quindi l’avere ottenuto quelle informazioni che avevano mosso il nostro interesse o il nostro desiderio); infine, il fatto che si risale, in latino, a un verbo medio (experior): nella fase più antica il verbo medio indica propriamente l’interesse e il coinvolgimento del soggetto rispetto all’azione che sta compiendo.

Sono piccole considerazioni che ci danno modo di riflettere sul valore esatto di una parola che è diventata frequente nel lessico attuale, e dunque nella nostra quotidiana esperienza.

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