LETTURE/ Essere cristiani nel tempo dell’incertezza: Carrón, Taylor, Williams a confronto

- Massimo Borghesi

Carrón, Taylor, Williams: il docufilm del Meeting 2022 diventa un libro per spiegare perché vivere nell'età secolare è un dono per riscoprire la fede

chiesa santamarianovella arte pixabay1280 640x300 Interno della chiesa di Santa Maria Novella a Firenze (Pixabay)

Il testo del docufilm Vivere senza paura nell’età dell’incertezza, presentato al Meeting di Rimini del 2022, è uscito in un volume, curato da Alessandra Gerolin, per la Bur Rizzoli. Il titolo è Abitare il nostro tempo e gli autori sono Julián Carrón, già presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, Charles Taylor, uno dei più noti filosofi cattolici contemporanei, Rowan Williams, anglicano, arcivescovo di Canterbury dal 2002 al 2012.

Il dialogo porta l’accento del tempo della pandemia e rivela la preoccupazione di suscitare speranza in un tempo di paura. I tre interlocutori, diversi per storia ed esperienze, si  ritrovano in un presupposto comune: il tempo della cristianità è finito. Questo vale per Taylor come per Carrón. Per il teologo spagnolo viviamo un’epoca segnata dal “crollo delle evidenze”, laddove “il tentativo dell’Illuminismo di affermare i valori umani fondamentali senza riferimenti alla storia e alla cultura cristiana in cui erano emersi… è fallito” (p. 19).

La fine della cristianità coincide, da questo punto di vista, con la crisi di un certo modello di secolarizzazione. Il risultato non è però il nichilismo postulato da Nietzsche, quanto un mondo pulviscolare che mescola, caoticamente, passioni individualistiche, istanze libertarie, movenze etiche. Un mondo che va decifrato e non semplicemente combattuto. La posizione reattiva, da parte dei cristiani, in questo caso non aiuta. Secondo Williams “nelle circostanze attuali, i cristiani corrono il pericolo di usare la tradizione come un’arma. Invece che appartenere alla tradizione in modo intelligente e sicuro, ci sono cristiani che la trasformano in un’opzione, in un partito da difendere al pari di altri partiti” (pp. 23-24).

La sfida del mondo post-secolare può essere assunta solo grazie ad un ritorno non tradizionalista alla tradizione. Un ritorno alla tradizione come fonte di rinnovamento, come memoria che richiede di riaccadere nel presente. È in questo contesto che la fine della cristianità può costituire un’opportunità per la fede di oggi. In modo eloquente Taylor, per il quale il Concilio Vaticano II rappresenta uno snodo cruciale per la Chiesa odierna, osserva come il clericalismo imperante fino agli anni 60 nel Quebec canadese, la sua terra, sia stato all’origine dell’anticlericalismo successivo. “Si trattava di una Chiesa che impartiva comandi alla gente, si esprimeva sul numero di figli da avere e così via. All’improvviso, negli anni Sessanta ci fu una ribellione e molte persone se ne andarono e non vollero più sentire parlare della Chiesa. Erano piene di rabbia” (p. 71).

Per questo il filosofo Taylor si è impegnato anche sul terreno politico, per mostrare la possibile coesistenza tra laicità e religione. Purtroppo, confessa, “ci portiamo ancora dietro una certa eredità, dai tempi di Costantino, che ci ha abituati a vivere in società caratterizzate dalla cristianità, nelle quali non solo l’adesione alla fede era numericamente molto rilevante, ma in cui l’intera struttura politica, le tradizioni artistiche e intellettuali erano segnate dalla fede cristiana. Ora, non intendo affermare che questo di per sé fosse sbagliato o addirittura che la cristianità fosse un fenomeno criticabile nella sua interezza (basti pensare che ha generato capolavori come la Divina Commedia o la cattedrale di Chartres). Non credo però che questo rappresenti un buon modo di essere cristiani, perché la fedeltà politica e la fedeltà nei confronti della fede si mischiano insieme e, da qui, sorge la tentazione di usare la forza per imporre la fede all’intera società. […] Dobbiamo imparare a vivere senza la cristianità e dobbiamo pensare a questo cambiamento non come alla perdita di un meraviglioso modo di esistere, ma piuttosto come al guadagno di un modo di esistere molto più sano, in  cui possiamo di nuovo tornare al ruolo centrale della libertà. La fede deve essere qualcosa a cui si aderisce liberamente con tutto il proprio essere e non il risultato dell’imposizione di un’appartenenza (come il mondo in cui ho vissuto da bambino in Québec, dove la natura stessa del nazionalismo locale ruotava intorno alla Chiesa). Questo tipo di coercizione e di pressione non offre la situazione ideale per permettere alla fede di crescere davvero” (pp. 57-58).

Quel periodo è finito e non c’è nulla da rimpiangere. Per questo, secondo i protagonisti del dialogo, il momento presente rappresenta, pur in mezzo a mille ambiguità, un’opportunità. L’espressione è corretta e va, tuttavia, precisata. Non può significare, infatti, che il presente sia nelle mani di nuovi cristiani volonterosi, diversi dal passato, né che una posizione progressista abbia più chances di una tradizionalista. Nella conclusione del volume è Williams che afferma:

“Credo che vivere nell’età secolare sia una vocazione. È una chiamata di Dio e quindi è un dono. Se la consideriamo una sconfitta, pensiamo che ci sia una lotta il cui esito dipenderebbe esclusivamente da noi. Se la consideriamo solo una sfida, forse non comprendiamo appieno che è Dio che ci aspetta e si relaziona con noi attraverso questa situazione. Se la vediamo solo come un’opportunità, forse non la consideriamo come qualcosa di ‘dato’ per noi: quando, invece, ne parliamo come di una chiamata da parte di Dio, ci rendiamo conto che le circostanze di oggi sono un dono di Dio. Ci invitano a una nuova profondità di relazione con Dio e con il mondo di Dio. Quindi, forse, cominciamo da questo. La secolarizzazione è una vocazione. È un dono” (p. 138).

La secolarizzazione è una vocazione. Ciò significa che può essere redenta dall’interno, passando attraverso il cuore delle persone, non semplicemente vinta dall’esterno. “Credo – afferma Carrón – che per poter rispondere alla domanda ‘c’è ancora speranza oggi?’, come afferma Charles Péguy, ‘bisogna aver ottenuto, ricevuto una grande grazia’. La speranza, infatti, non è semplicemente un atteggiamento congenito alla natura umana” (p. 131).

La speranza, che consente di sostenere il peso della paura che oggi ci assale, non può essere l’esito di un impegno, di un metodo spirituale che garantisce risultati certi. Solo una presenza, una testimonianza di vita, è in grado di suscitare speranza. Per Carrón “nessun ragionamento, nessun discorso, nessuna regola, nessuna costrizione può vincere la paura profonda che tante volte abbiamo visto emergere nelle nostre vite, per esempio durante la pandemia. L’unica speranza è quella di trovare presenze che ci possano sostenere, proprio come fa la mamma con il bambino. Penso all’esperienza dei discepoli quando sono sulla barca con Gesù durante la tempesta” (pp. 26-27). La speranza, quella vera, è legata all’ “attrattiva Gesù”. Per questo “la risposta cristiana alla secolarizzazione consiste nel presentare un cristianesimo non ridotto a morale o a discorsi. Significa ritornare all’origine, riscoprendo che l’incontro con Cristo corrisponde al cuore dell’uomo” (p. 137).

È la presenza del Mistero, presenza nella carne, che può oggi riaccendere la vita, anche di coloro che non hanno mai sentito parlare di Cristo. Taylor confessa in proposito: “Tutto il mio lavoro filosofico ha provato a comprendere gli esseri umani come soggetti incarnati, contrariamente alla filosofia dominante nel mondo anglosassone, che era estremamente ‘escarnata’, molto interessata alla ragione, la quale non si doveva lasciare influenzare troppo dalle viscere o dal senso di essere nel mondo. Ciò che ha tenuto in piedi la mia fede è il sentire di questo movimento, che si avverte davvero con tutto il proprio essere. Ciò mi ha reso più cattolico perché reputo che nel cattolicesimo – […] – si possieda una sensazione molto forte di come la grazia passi attraverso l’intera persona, compreso il contatto fisico” (p. 98).

La grazia “fisica”, trasmessa nel e mediante il sensibile, è il luogo di un’autentica esperienza della fede oggi. Qualsiasi altra “strategia” rappresenta un diversivo. Ciò significa che tutto l’impegno culturale, politico, caritativo, ecc., è fecondo solo se è portato da una testimonianza. Come magnificamente osserva Taylor: “Ci sono momenti in cui si ha la percezione di qualcosa di molto potente che è lì, al di là di noi, che ci attira e ci dà l’idea di quale sia il vero significato dell’esistenza. Quando avviene questo tipo di scoperta, ho una percezione molto forte di cosa voglia dire essere pieni di agàpe: in qualche modo, tutte le preoccupazioni e le inquietudini sulla mia vita e su ciò che la minaccia vengono meno. Sono colto dal bisogno di incontrare persone piene di agàpe e dal desiderio di dare, a mia volta, qualcosa. Così avviene un rafforzamento della mia fede” (p. 123).

Le persone ricolme di agàpe sono coloro che rendono possibile il “vivere senza paura nell’età dell’incertezza”. Per Taylor “ciò che ti fa uscire dal dubbio è un’altra ‘ondata’ di intuizioni grazie a chi incontri. Per me – afferma – è stato fondamentale aver conosciuto delle persone davvero notevoli, non solo cristiane. Ti imbatti in loro e vedi un’altra possibilità di essere. Ne sei di nuovo ispirato, commosso, e, ancora una volta, avverti un forte attaccamento. Ma non mi aspetto che l’oscillazione nel dubbio finisca, almeno non in questo mondo: fa parte di ciò che ci fa crescere, dobbiamo attraversare il dubbio per maturare. Penso che Dio sia sempre all’opera per cambiarci e, in un certo senso, se cerchiamo di evitare questi momenti, stiamo evitando i luoghi in cui possiamo essere cambiati; è un’ipotesi, ma è un’ipotesi a cui tengo molto. È impossibile sopprimere interamente gli ostacoli: non finiranno mai. Bisogna vivere tutto questo e anche il dolore che ne deriva” (p. 127).

Personalmente il dubbio non lo ha sopraffatto per un’esperienza fondamentale che lo ha segnato. “Una delle esperienze più belle che abbia mai vissuto è stata quando venni invitato alla veglia pasquale ortodossa russa, alla quale non ero mai stato. Durante la veglia sentii questo meraviglioso canto: Cristo è risorto, è risorto dai morti (Christos voskrese!). È stato uno dei momenti della vita in cui mi sono commosso più profondamente. In quel periodo mio padre se ne stava andando e io ero appesantito dalla morte e dall’idea della totale negazione che essa sembra implicare. Improvvisamente, ho sentito dal coro questo canto meraviglioso: Smerteeyou smert po prav (con la morte Cristo ha vinto la morte). E questo mi ha accompagnato da allora. Sono passati quasi settant’anni!” (pp. 113-114).

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