LETTURE/ Games of Thrones: dove non arrivano Daenerys e Jon Snow, ci pensa Lacan

- Luigi Campagner

La fiction “Game of Thrones” è un saggio sui generis sulla crisi del potere, del suo esercizio, del suo senso, della sua meta

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Daenerys Targaryen ne "Il Trono di spade" (foto dal web)

Dopo otto anni di successi Game of Thrones è arrivato al capolinea lasciando milioni di fan in Italia e nel mondo con un senso di vuoto. Per contrastarlo sono sorti club di appassionati, blog dedicati e c’è pure chi si è messo a compulsare i “sacri” testi di George R.R. Martin. Lo scopo del minuzioso lavoro filologico sui cinque volumi pubblicati finora (gli ultimi due sono ancora in cantiere) sarebbe quello di portare alla luce le sfumature del racconto andate perdute, o peggio tradite, nella trasposizione cinematografica. Lo zoccolo duro del pubblico, quello più cinico e disincantato e meno propenso alle velleità letterarie, non ha dubbi nell’attribuire il successo della serie di Hbo ai tratti decisi (a volte rozzi) dei personaggi sia maschili sia femminili e al sapiente dosaggio di alcuni ingredienti tipici di questo genere di fantasy. Li riassumo in tre tipologie: potere e sangue in primis, ai quali l’autore ha aggiunto – in dosi non trascurabili, soprattutto nelle prime stagioni – il sesso. Il terzo elemento è quello assente nel Signore degli anelli, la saga verso la quale Martin, amandola sin da ragazzo, riconosce molti debiti: tranne appunto le scene porno-soft che a differenza del morigerato Tolkien, utilizza con una certa prodigalità.

Il secondo ingrediente è rappresentato dal sangue. Nel contesto della saga sangue significa intrighi, rapporti incestuosi, omicidi all’interno delle casate e delle dinastie dei Sette Regni, ma soprattutto evoca grandiose battaglie all’arma bianca, arti mutilati, teste mozzate e schizzi di sangue che raggiungono lo spettatore fin sul divano di casa. Sono sequenze intense che evocano le guerre epiche del Signore degli anelli, che a loro volta, è bene ricordarlo, hanno un fondamentale debito storico con la battaglia della Somme (prima guerra mondiale, luglio-novembre 1916): un capolavoro di macelleria militare in grado di far impallidire qualsiasi fantasy. Tolkien scrisse alcune parti del Signore degli anelli proprio nelle trincee della Somme dove combatté come sottufficiale dell’11mo Fucilieri del Lancashire. “I sottufficiali venivano falciati a dieci al minuto”, scriveva l’inventore del fantasy moderno in una testimonianza, mentre furono oltre un milione i cadaveri martoriati che rimasero a marcire nelle trincee e sul terreno, reso paludoso dalle piogge autunnali.

Infine il potere. La geopolitica di Game of Thrones è tutto sommato semplice, il mondo si divide in due continenti: Westeros, dove in gran parte si svolge la saga, e Essos, dove nelle prime stagioni vive esiliata la futura regina Daenerys Targaryen. Le vicende principali si svolgono a Westeros dove i casati dinastici dei Sette Regni sono in balia delle proprie contraddizioni, tra lotte intestine, velleità di autonomia e ambizioni di supremazia per la conquista del Trono di spade. All’estremo Nord, oltre la Barriera, un’invenzione letteraria che ricorda il limes romano, vivono i Bruti, uomini liberi organizzati all’interno di società più semplici di quelle sofisticate e complesse dei regni principali. Il pericolo mortale per tutto il mondo nel suo insieme, nonché unico suo punto di coagulo e forse di riscatto, è rappresentato dagli Estranei e dall’Esercito dei non morti.

Nel complesso le dinamiche tra i regni e tra i protagonisti delle casate tratteggiano diversi modi di relazionarsi al potere, il vero cuore della Saga, che nelle sue molteplici sfaccettature si propone come una critica della ragion politica. Una critica sicuramente felice nella pars destruens, mentre la pars construens non sembra alla portata di nessuno dei protagonisti del fantasy, neppure dei due protagonisti principali della serie: Daenerys e Jon Snow. Una volta divenuta regina e compreso il senso di tale ruolo (“cosa fa una regina, una regina governa”), Daenerys viene travolta da quella che i greci avrebbero chiamato hybris. Alla prima vera difficoltà abbandona la via difficile del governare per quella più semplice e diretta della dominazione. Dal canto suo Jon Snow si ritira oltre la Barriera con i Bruti, abdicando di fatto al trono di cui si è infine scoperto erede legittimo. L’impavido Snow getta la spugna prima ancora di cimentarsi con il governo di una realtà politica estremamente complessa, molto simile a quella contemporanea, dichiarandosi con ciò impotente al suo cospetto.

Game of Thrones è un saggio sui generis sulla crisi del potere, del suo esercizio, del suo senso, della sua meta. Con la sua opera di fantasia Martin fa una diagnosi di civiltà non lontana da quella di uno psicoanalista, che infatti incontra l’attività umana nella crisi, nell’impotenza o nell’inibizione a potere. In questo senso la famosa chiosa di Lacan resta emblematica: “Tale è lo sgomento che si impadronisce dell’uomo allo scoprire la figura del suo potere, che egli se ne distoglie nella sua stessa azione quando questa la mostra nuda” (1953, J. Lacan, Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi, in Scritti, Vol I, Einaudi).

Tuttavia la psicoanalisi non si ferma alla constatazione della crisi. Il suo approccio alla ragion politica parte dall’individuo, dalla critica serrata al potere malvagio interno al soggetto, che Freud chiama Super-io: l’invasore della canzone Bella ciao. Il frutto di tale critica al potere coincide con la sua riforma (o messa in forma) che inizia con il riconoscimento del potere come verbo: io posso, tu puoi, egli può (azioni, atti, iniziative, a partire dal pensiero dell’altro come socio, senza escludere – pregiudizialmente -l’impegno politico in senso stretto). Si tratta di lasciar cadere la concezione fatalistica (e fantastica, nel senso di idealizzata) del Potere come sostantivo, nome di una cosa: il Trono di spade, l’Anello, il Carattere, la Società, il Palazzo, il Mercato, lo Spread, l’Europa, l’America, la Cina… O un altro nome a scelta come alibi di un inamovibile status quo, nel contempo personale e globale.

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