LETTURE/ I moderni possono fare a meno di dialogare con gli antichi?

- Danilo Zardin

Al rapporto tra antico e moderno, al lascito dell’antichità classica e alla sua elaborazione è dedicato l’ultimo numero di Linea Tempo

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Ara Pacis Augustae, I sec. a.C. (particolare)

Ogni civiltà si costruisce su intricate radici. Strati diversi si sovrappongono. Eredità molteplici si annodano tra loro, mentre elementi anche rilevanti delle configurazioni del passato vengono meno e il nuovo cerca di aprirsi i suoi spazi in un paesaggio animato dalle forze tenaci della continuità storica, affollato di segni, di indicazioni e modelli da riprendere, seguendo i quali possiamo inaugurare strade inedite su cui inoltrarsi.

Questo principio generale vale anche per noi, oggi. Anche la nostra modernità più avanzata si regge su delicati equilibri di rapporto con tutto ciò che ha preparato il terreno per il suo avvento. Noi “moderni” non ci siamo creati da soli, e gran parte di ciò che entra a costituire il nostro orizzonte è il frutto della complessa “metabolizzazione” del patrimonio consegnatoci dall’evoluzione dei mondi di cui siamo parte.

Sul fronte dei debiti, un posto di primaria importanza è certamente quello occupato dai legami che ci tengono uniti all’universo dell’antichità, con i vertici delle sue elaborazioni culturali che hanno tracciato una mappa per rendere ragione dell’eccellenza del soggetto umano e orientare la sua esistenza finalizzandola al destino che gli spetta. Si usa ripetere che Atene e Roma sono tra i pilastri fondamentali della tradizione dell’Occidente. Ed è effettivamente difficile dubitare di questa verità, se si pensa all’insieme delle lingue che noi usiamo ancora ai giorni nostri per comunicare, all’architettura del pensiero giuridico e delle istituzioni politiche, alle forme dell’immaginario e agli stili dell’espressione artistica, allo sviluppo della mente filosofica e scientifica, al tentativo di decifrazione dei misteri del sacro attraverso il rapporto con il soprannaturale e la strutturazione del culto religioso. Il tema è stato largamente dissodato anche da illustri maestri della cultura umanistica dell’ultimo secolo, ed è mettendosi sulla loro scia autorevole – “quasi nani sulle spalle di giganti” ­– che il dossier dell’ultimo numero di Linea tempo (Memoria dell’antico e noi “moderni”) intende richiamare l’attenzione in termini criticamente aggiornati.

Non viene messa, qui, in primo piano la ricostruzione archeologica di ciò che l’antichità classica è stata nella sua fisionomia specifica. Interessa, piuttosto, il nesso con il presente: cosa ha di ancora fecondo da offrirci l’ancoraggio con la tradizione culturale in primo luogo greca e latina? Ne sopravvive almeno un retaggio nel tessuto reale della società in cui ci muoviamo? Quali risorse se ne possono estrarre se vogliamo restare aperti all’innovazione del futuro, liberi da una sterile nostalgia che guardi solo alla grandezza dimenticata dei “bei tempi che furono”?

La storia che abbiamo alle spalle attesta con inconfutabile oggettività la ragionevolezza di un simile genere di interrogativi. Ne sono ricca esemplificazione i contributi riuniti nel dossier, che si concentrano sui momenti più significativi delle relazioni stabilite tra antichità classica e declinazione delle prospettive attraverso cui è stata plasmata la realtà che ne ha preso il posto nel corso dei secoli.

In termini esplosivamente vulcanici, questo nesso decisivo lo vediamo emergere quando si verifica l’innesto dell’annuncio cristiano nel Mediterraneo abbracciato dalla pax romana. Tra distacchi polemici, prese di distanza, valorizzazioni cordiali e generoso riuso di categorie del pensiero e schemi di organizzazione della vita collettiva, si assiste a un travaso di civiltà che ha lasciato una traccia grandiosa nella vicenda dei due millenni successivi. Li hanno segnati non la “ellenizzazione” contaminatrice del nuovo credo monoteista, ma l’alleanza costruttiva tra il logos dei filosofi antichi e l’entusiasmo missionario dei Padri della Chiesa delle origini, per cui era cruciale trovare il modo di comunicare la fede al fine di radicarla nel cuore dei popoli a cui si rivolgeva.

Il reimpiego intelligente, appassionato anche se inevitabilmente selettivo della cultura degli antichi, messa al servizio della difesa tenace, così come dello sviluppo dottrinale e dell’articolazione pedagogica sempre più sistematica della visione cristiana ha poi continuato a percorrere come un fiume sotterraneo la vita dell’Europa medievale. Le roccaforti monastiche, le élite del clero e le corti aristocratiche sono state i baluardi di questo dialogo ininterrotto con i “giganti” del classicismo antico e il loro patrimonio di sapienza aperto alla comprensione e al governo efficace della realtà del mondo. Cicerone, Virgilio e Aristotele sono rimasti la guida di uno stile di educazione dell’uomo che, dai teologi medievali e da Dante, arriva fino a Petrarca, agli umanisti del Rinascimento e alle varie forme di “resurrezione” dei modelli di arte e cultura ereditati dall’antichità pagana nella cornice delle metamorfosi che, al di là delle fratture confessionali del Cinquecento, hanno portato fino alla fioritura della prima età moderna e del Barocco. Il rilancio delle favole ammonitrici degli autori pagani, la drammatizzazione teatrale rivitalizzata anche nelle sue forme profane, il recupero dell’estetica realistica amante della “dignità dell’uomo” e della bellezza della natura insieme ai simbolismi esotici della mitologia, il decollo del gusto archeologico, del collezionismo artistico e dell’erudizione filologico–scientifica ai vertici della cristianità preilluminista sono altre spie rivelatrici del fatto che era impossibile troncare il cordone di una riconosciuta dipendenza genetica, ovviamente da reinterpretare con accenti via via adattati al mutamento dei contesti sociali e culturali.

Dopo una lunghissima stagione di intrecci strettissimi, la querelle della battaglia tra le “api” della cultura classicista e i “ragni” dei moderni fabbricatori della nuova cultura desiderosa di sganciarsi dall’interscambio con gli antichi lascia affiorare lo sgretolarsi di una simbiosi messa sempre più diffusamente in discussione nella “crisi della coscienza europea”, al culmine dell’Antico Regime.

Ma anche i cambi di atteggiamento in coincidenza con il passaggio alla piena modernità non provocarono una frattura totale. Vediamo che il fascino dell’antico si ridesta in forme originali nel nuovo classicismo restauratore dell’Europa dell’Ottocento. I suoi codici invadono il culto delle lettere e delle arti nei ceti dominanti e nelle aristocrazie del sapere. Si impongono come fulcro di un repertorio a cui si poteva continuare ad attingere per ripensare gli stili architettonici, la poetica, la retorica, la morale e la politica di noi ultimi “moderni”. Anche nella caotica babele del progresso più fantasmagorico molti si mettono alla ricerca del loro “piccolo Seneca” per farsi aiutare ad uscire dal disorientamento della società “liquida”. Resta vivo nell’animo del poeta il bisogno di appoggiarsi alle spalle robuste di Enea: per ritrovare un padre, o dei figli trasformati in ancora estrema di salvezza, che ci possano traghettare fuori dall’incendio desolante della città invasa dal Nemico, verso le terre lontane di una sempre possibile rinascita sotto “nuovi cieli”.

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