LETTURE/ Ildegarda di Bingen, tramandare la “lingua segreta” del Mistero

- Giuseppe Reguzzoni

La "Lingua ignota" di Ildegarda di Bingen (1098-1179) è un glossario sopravvissuto e trasmessoci in due codici del secolo XIII. Ecco perché fu scritto

medioevo angeli ildegarda bingen visione fede 1 wikipedia1280 640x300 Autore ignoto, Gerarchia degli angeli sulla base del manoscritto Scivias di Ildegarda di Bingen (da Wikipedia)

Ci sono libri che meritano di essere recensiti perché invitano alla lettura e alla scoperta di qualcosa di nuovo e, magari, anche di antico e nascosto. E ci sono libri di cui ci si può solo augurare che siano resi accessibili per sondare percorsi che, pur parendo nuovi, appartengono a tradizioni smarrite. Tra le opere di Ildegarda la Grande (1098-1179) – monaca, mistica, medico, poetessa, musicista, farmacista, erborista, filosofa, gemmologa e molto altro – la meno conosciuta dal pubblico di lingua italiana è forse la Lingua ignota, che in altri contesti non solo è stata oggetto di studi approfonditi, ma ha offerto lo spunto per esperimenti narrativi in qualche caso di gusto molto dubbio.

In realtà, la Lingua ignota per simplicem hominem Hildegarden prolata (“La lingua ignota, trasmessa da Ildegarda, persona semplice”) non è propriamente un’“opera”, dato che si tratta di un glossario sopravvissuto e trasmessoci in due codici del secolo XIII, ma la testimonianza di una tradizione non scritta di cui Ildegarda si è fatta voce.

Si tratta di un sistema alfabetico e di un lessico misterioso – questo solo ci è rimasto – che costò a Ildegarda di Bingen l’accusa di stregoneria, tra le tante mossele da ambienti ecclesiastici particolarmente misogini, da cui si salvò per l’intervento decisivo di papa Eugenio III e per la stima e l’amicizia di san Bernardo di Chiaravalle. L’episodio è brevemente ricordato tanto nel film Vision (2009), per la regia di Margarethe von Trotta (purtroppo mai integralmente doppiato in italiano), quanto nell’ottimo documentario per la serie Die Deutschen, (“I tedeschi”), curato dalla ZDF, il secondo canale della televisione pubblica tedesca.

In ambedue i filmati si immagina che Ildegarda, alle accuse che le venivano mosse sulla “lingua ignota”, replichi che si trattava solo di un “gioco”. Ma un gioco a volte è più di quel che sembra. In fondo già i latini usavano il termine “ludus”, gioco, per indicare la “scuola” e, dunque, lo spazio della trasmissione del sapere. E, tanto in tedesco che in inglese, il verbo che significa “giocare”, rispettivamente “spielen” e “to play”, si usa anche in ambito musicale come equivalente dell’italiano “suonare”. E Ildegarda fu anche musicista.  Presto dimenticata o ignorata, forse proprio per l’alone di mistero che la circondava (tanto da non comparire nella raccolta delle opere di Ildegarda nella collezione del Migne), la Lingua ignota ebbe come suo primo scopritore e studioso Wilhelm Grimm, coeditore con Jacob delle fiabe che da loro prendono il nome, che a essa dedicò un suo contributo pubblicato nel 1848. Ai Grimm interessava senz’altro l’aspetto linguistico, ma, allo stesso tempo, a colpirli era proprio lo spirito mistico e misterioso proprio di una lingua “segreta”, dai tratti “fiabeschi”.

Seguirono altri studi in area germanofona e anglofona, sino al magistrale saggio dedicatole da Sarah L. Higley (Hildegard of Bingen’s Unknown Language) pubblicato negli Stati Uniti nel 2007 che, per la prima volta, riporta integralmente quanto contenuto nei due manoscritti sopravvissuti, accompagnandoli da note e proposte di traduzione in lingua inglese.

Al di là dei tecnicismi propri di un’edizione critica, qual è quella della Higley, quel che si apre al lettore è la scoperta che, dietro l’evidente frammentarietà di un glossario (una lingua non è un elenco di parole), la “lingua ignota” è realmente una forma particolare di comunicazione verbale, con un fine ambizioso: dire l’indicibile, dove la chiave interpretativa (la sintassi) non è messa per iscritto, ma poggia sull’esperienza del mistero.

“Ubi tunc vox inaudite melodie?”, “Dove sarà allora la voce della tua musica non udita?”, scriveva Volmar, segretario di Ildegarda nel 1173 preso dal timore della morte di lei. Volmar, forse, faceva riferimento alla “musica inaudita” composta da Ildegarda, ma il parallelismo tra le due forme di comunicazione – la lingua e la musica – è inevitabile. Dire l’indicibile. Accennare l’ineffabile.

Per quanto concerne il mistero della Lingua ignota (che in gran parte resta tale), questa voce non udita è intrigante, perché sembra rivelare ciò che si nasconde dietro la semplice lista di termini raccolta nei manoscritti, che appare più come un codice che come un sistema linguistico organico. In effetti, Ildegarda, che nel 2012 fu proclamata “dottore della Chiesa” da Benedetto XVI (una delle quattro figure femminili ad esserlo), in precedenza era già stata indicata come patrona dei filologi e degli esperantisti da papa Pio X, proprio perché la “lingua ignota” può anche essere considerata come una delle prime lingue “artificiali” della storia. Ma, stando agli studi della Higley e dei molti studiosi che l’hanno preceduta, Ildegarda non ha voluto lasciare null’altro che un glossario perché l’ordine (la sintassi) che tiene insieme le singole parole è quello del mistero vissuto. La “lingua ignota”,  più che una lingua artificiale, nel senso odierno del termine, appare quindi come una lingua mistica, che raccoglie e indica, senza veramente tradurre in concetti, un’esperienza che può essere comunicata solo partecipandovi, benché non le sia estranea la quotidianità e, con essa, l’esigenza di “criptare” alcuni messaggi.

La “lingua ignota” era anche un codice comunicativo usato da Ildegarda e dalla sua comunità, che, se diamo retta a Wilhelm Grimm, potrebbe anche essere molto antico e non essere solo una sua invenzione. Ildegarda mette, o fa mettere, per iscritto un lungo elenco di termini, inserendosi in una  lunga tradizione quasi esclusivamente orale: il nuovo dentro il mistero di una tradizione che risale molto indietro, a epoche lontane e a saperi trasmessi solo da voce a voce. A Wilhelm Grimm, che non conosceva le opere sulla natura di Ildegarda (la Physica), poteva risultare abbastanza spontaneo un simile paragone. In fondo anche le “fiabe”, su cui a quell’epoca (1848) stava ancora lavorando, erano, e sono, un sistema stratificato di tradizioni, le cui origini remote sono precristiane, ma che nel cristianesimo trovano la loro forma ultima e definitiva.

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