LETTURE/ La Bibbia e quegli “esempi” di bene che mancano ai bulli

- Silvia Stucchi

Che cosa ha a che vedere la Bibbia con il bullismo? Un recente volume offre di questo triste fenomeno giovanile una lettura teologica

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Statue della Sainte-Chapelle (1248), Parigi (Pixabay)

Che cosa ha a che vedere la Bibbia con il bullismo? Apparentemente, le Scritture non possono avere molto a che fare con una triste realtà che siamo abituati ad associare al mondo contemporaneo, specialmente se declinata nella variante del cyberbullismo, così insidioso e devastante. E invece no: lo dimostrano Carmelo Rigobello e Francesco Strazzari con Bullismo. Spunti e proposte a partire dalla Bibbia, prefazione del Cardinal P. Parolin (Edb, 2019).

Il volume presenta alcuni episodi emblematici dell’Antico e del Nuovo Testamento, accompagnando via via il lettore a un percorso che trova nella Bibbia la radice per la costruzione di un mondo fondato sull’armonia e sul rispetto, che è proprio ciò che manca là dove si radica l’azione dei bulli. Il volume quindi ha un’anima duplice, come duplici e originali sono i percorsi di vita e professionali degli autori: Carmelo Rigobello è stato direttore di aziende sanitarie, ma è anche un poeta e un appassionato di alpinismo; Francesco Strazzari, inviato di SettimanaNews, ha pubblicato per Edb volumi sulla situazione ecclesiale in vari Paesi del mondo; insieme hanno già pubblicato La testa fra le nuvole. Riflessioni per famiglie che amano la montagna (Edb, 2014) e La vocazione alla felicità. Riflessioni per i giovani (Edb, 2018).

Guardando alla nostra società, ci invita a osservare la prefazione, si resta colpiti dall’ampiezza che il bullismo sembra acquistare giorno dopo giorno: in effetti, si parla oggi da parte di molti di società “liquida”, intendendo con questo termine una società in cui stanno venendo meno i riferimenti strutturali portanti, sia nella sfera pubblica che in quella privata. Come intervenire contro il dilagare del bullismo è ormai argomento di larga discussione, e non manca chi, di fronte a questo grave problema, e al rischio concreto di ancora più gravi lacerazioni nel tessuto sociale, affermi che occorrono maniere forti e misure draconiane.

Ma ciò può bastare, di fronte alla constatazione, come spesso si riscontra, che dietro a un atto di bullismo c’è una solitudine spesso incistata? Va da sé che il cammino di recupero del cosiddetto “bullo” è tutt’altro che facile, dato che bisogna spezzare la sua corazza d’acciaio: richiede tempo e pazienza, per aiutare l’interessato a ritrovare il desiderio e la gioia di intessere rapporti positivi con gli altri.

Il monaco scrittore Thomas Merton diceva che “nessun uomo è un’isola”; e San Paolo scriveva, dei discepoli di Cristo, che “siamo un solo corpo in Cristo e, ciascuno per la sua parte, siamo membra gli uni degli altri” (Rm 12,5). Prendersi cura gli uni degli altri, “portare le infermità dei deboli” (Rm 15,1), essere “solleciti per le necessità dei fratelli” (Rm 12,13a) implica uno sforzo, un prezzo da pagare. Un mondo diverso e più umano non si costruisce senza sacrifici.

Come scrivono gli autori, chissà perché molti, quando devono figurarsi un “bullo” nella Bibbia, pensano a Golia, un guerriero enorme e bene armato, del popolo dei Filistei in guerra contro gli Ebrei, che dileggia il pastorello Davide, armato solo di un bastone e di una fionda: forse perché alla fine ha la meglio il più debole, Davide, che vince la sfida contro quel gigante borioso, viene spontaneo fare il tifo per la vittima del “bullismo”. Se però riflettiamo meglio, Golia non è un bullo in senso proprio: se la prende con Davide, ma perché è un nemico e appartiene all’altro schieramento, non perché sia un debole in senso stretto. Essenza del bullismo, infatti, è prendersela con il debole senza motivo: esiste infatti una “gratuità” tipica del bullismo.

Il bullo, in effetti, non ci guadagna niente a prendersela con chi è più debole (a parte, forse, il crescere nell’apprezzamento e nella considerazione dei suoi compagni del “branco”). E questa gratuità terrificante rende il bullismo una delle espressioni più potenti della cattiveria. Di contro a questa gratuità del male, c’è una gratuità del bene di cui la Bibbia è un repositorio di esempi, adatti a un vasto spettro di situazioni: gli autori, dunque, vogliono in questo testo presentare la “voce” che la Bibbia promuove per dare a ogni persona di buona volontà “un percorso ed esempi volti a costruire un mondo dominato da armonia e benessere, in netta contrapposizione a quella “voce” che il bullismo, nelle sue più diverse espressioni, tende a realizzare”.

L’elemento di maggiore originalità del volume è poi rappresentato dal fatto che ogni tappa del cammino è accompagnata da riflessioni e brevi preghiere ispirate al libro dei Proverbi, espressione di una saggezza universale, che si oppone a ogni espressione di bullismo, in quanto propone una riflessione sul bene che unisce le persone, e le persone con il creato. Infatti, i Proverbi, o gli Adagi, come preferiscono chiamarli gli studiosi di lingua francese, appartengono al genere letterario sapienziale, diffuso anche in Mesopotamia e in Egitto, in società in cui i proverbi rappresentavano il più antico patrimonio delle società rurali, quando il sapere – e il saper vivere – si trasmettevano per lo più oralmente.

Ma perché l’esperienza dei Proverbi, sedimentata da quella degli anziani di decine e decine di generazioni che ci hanno preceduto, sia valida, è necessario che ognuno la confronti con la sua: i Proverbi, di fatto, si disinteressano della storia della salvezza, ma non del tempo, in quanto trattano della condizione umana nel suo carattere generale e universale, unendo il quotidiano all’atemporalità: l’atemporalità emerge proprio dal quotidiano; e se la riflessione sapienziale è atemporale, anche la saggezza è così.

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