LETTURE/ “La casa visitata”, così le parole custodiscono il fuoco vivo del Mistero

- Alessandro Pertosa

“La casa visitata” (Puntoacapo 2021) è l’ultimo lavoro di Corrado Bagnoli, un poema che nasce in dialogo con sette opere pittoriche di Alessandro Savelli

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Alessandro Savelli, Alba Yucatan (2009, particolare) (da alessandrosavelli.it)

C’è un candore non comune ne La casa visitata (Puntoacapo, 2021) di Corrado Bagnoli. Un candore non pacificato ma magmatico, che appare e talvolta scompare, per tornare più impetuoso alla fine, come recuperato da un’epifania smisurata che ha sconvolto il mondo.

La casa visitata è una raccolta di rara bellezza, in cui la parola sgorga da un flusso di coscienza che si fa storia e realtà a partire dalla resurrezione di Cristo. La casa – ovvero il porto sicuro – e l’abitare – cioè l’esistere – sono resi possibili dall’apparizione del Risorto, che spalanca le porte alla dismisura.

La poesia, ci suggerisce Bagnoli, ha bisogno proprio di una dismisura, di una non perfetta corrispondenza con i fatti. Ecco, la poesia sta proprio in questo desiderio smisurato di dire la realtà, il possibile, dicendo insieme l’impossibile. Dicendo sempre la realtà con una voce che rimanda continuamente ad altro. Con una voce che è quella precisa voce e al tempo stesso eco di ciò che la fonda e da cui ha origine.

La casa visitata è un poema che nasce in dialogo con sette opere pittoriche dell’artista Alessandro Savelli, opere che rievocano il destino umano, dalla Genesi all’ascensione di Cristo, alla discesa dello Spirito Santo: dal cielo alla terra, dalla terra al cielo e di nuovo dal cielo a qui, al mondo in cui abitiamo.

In Genesi, il primo dei testi che compongono la raccolta, la parola di Bagnoli racconta “il cominciare, / l’origine, il venire al mondo, / del mondo”. Dalle tenebre, la luce dà forma alle cose conferendo loro un ordine enigmatico, misterioso e ognuno di noi è abitato da questa luce generativa. La luce, scrive Bagnoli, è “una lama verticale / che divide”. La luce che attraversa la fessura e penetra all’interno, illumina la polvere che si alza dentro di noi e si raduna in nuvole. Ed è questo il farsi della coscienza e delle sensazioni. Così come il farsi dell’universo, dei cieli, delle acque che fuggono dal nulla – dall’ombra in cui si trovano – per confluire in un’unica casa. In un unico luogo-soglia, il dentro-fuori che “sta lì sul margine, tra la costa / e il cono di fuoco verticale”. La Genesi di Bagnoli è un vorticare impetuoso di materia e spirito. È un farsi progressivo delle cose che sgorgano dal profondo, dalla ferita da cui veniamo. Quella ferita che sopravvive in noi e domanda ragioni e implora senso e cerca di districarsi fra le maglie strette del destino.

La luce della Genesi passa attraverso l’Annunciazione per spingersi fino all’estremo, fino al buio della Crocifissione. Il buio di quell’ombra che accade quando tutto ritorna nell’oscuro che precede la Genesi, l’inizio, il cominciamento. È l’oscurità che si presenta prima di qualsiasi illuminazione. È il nulla che inghiotte l’universo nella voragine.

Ma per non cedere allo strazio dell’immanenza, Bagnoli si aggrappa a uno sguardo, interpella due occhi che vengono da un estremo altrove: perché c’è sempre bisogno di un Tu, di una luce, di un amore che sappia sovrastare il buio e il mare di disperazione che resta sulla terra, ogni volta che il cielo viene schiantato giù, dall’ombra annichilente della morte.

Le Deposizione, che segue la Crocifissione, è il tempo dello sprofondare nella terra, ma non per sempre. È uno sprofondare dentro le maglie della materia così a fondo per poi di slancio uscirne ancora, spinti da una forza smisurata, tirati fuori da questo Tu che trascina in alto.

Quando l’uomo ormai dispera di riuscire a salvarsi, di tornare a vedere la luce, accade l’inaudito, la Resurrezione: il mondo rinasce dopo essere morto. Risorge dal buio della terra, da dentro quella voragine scura. Ma ancora, alla fine, restano solo domande: “Di quale mistero è fatto adesso /quel lenzuolo, quella trama di fili / che svolano colorati nel suo tornare / di nuovo fuori?”.

Il ritorno è un tema ricorrente nella poetica di Bagnoli. Il ritorno dopo l’andare. Andare per la vita, con gli occhi colmi di speranza e di mistero, andare alla ricerca di questa casa, che siamo noi: casa visitata e sempre visitabile. La casa ospite, che ospita ed è ospitata dal Tu che ci interpella in ogni istante.

Il libro si chiude con i versi de Il cinquantesimo giorno: il giorno che cambia la storia dell’umanità per sempre. Il giorno in cui, per chi crede, lo spirito del cielo è sceso sulla terra a vivificare il mondo. A proteggerlo. Quel Tu invocato sta ora lì, di fianco all’uomo, spalla a spalla. “Bisogna avere qualcuno, anche se / sei grande, anche se credi di potere / fare da solo”.

Si ha sempre bisogno di un Tu. Si ha sempre bisogno di una mano che ci accompagni dentro il fragile splendore del quotidiano: quando questo Tu si mette in relazione con noi, la nostra casa si illumina, diventa viva. Bagnoli sente in quel Tu che gli porge la mano, in quel Tu che anche quando se ne va “torna per sempre in loro, / croce, padre e corsa tra di loro. In noi” il senso profondo dell’esistenza, il fuoco che scalda e dà vita.

La luce, lo spirito che abita la casa se ne va, ma poi torna per non andarsene più. Se ne va e torna al principio. Se ne va, ma abita adesso nelle passioni, nelle speranze che ci portiamo dietro, nella bellezza fragile che ci travolge e ci commuove, che non ci appartiene, ma a cui apparteniamo.

E questo, credenti o no, è il vero miracolo: la vita, il mistero più alto e più profondo che si fa intorno a noi, che si fa spazio dentro ognuno di noi, attraverso le crepe, le fragilità, le debolezze di cui siamo fatti. Dentro una parola poetica che si prende il compito di custodirlo e restituirlo; che riapre e ritorna, come vuole Bagnoli, nel fuoco vivo ed infinito del rapporto, del dramma che ci costituisce. In cui sta la nostra dimora.

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