LETTURE/ Le candele di S. Krčméry, un pilastro della “chiesa del silenzio”

- Raffaele Magaldi

Silvester Krčméry (1924-2013), dissidente slovacco, medico, cattolico, è stato un’anima del dissenso contro il regime comunista. Ecco la sua storia

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La Manifestazione delle Candele a Bratislava nel 1988 (Foto dal web)

C’è un personaggio, nel numeroso gruppo di coraggiosi esponenti del dissenso anticomunista del secolo scorso in Europa centro-orientale, che spicca e brilla di luce propria. Un medico slovacco che ha vissuto una vita straordinaria, dando prova di grandissima umanità e di fede esemplare. Un uomo che ha sfidato apertamente la grande menzogna del regime comunista, senza mai arrendervisi, nemmeno in seguito a ogni tipo di tortura fisica e mentale. La Slovacchia non lo ha dimenticato. A Bratislava esiste una sezione scout che porta il suo nome. Nella piccola città di Šintava gli hanno dedicato una piazza. Dodici anni fa fu fondata nella capitale l’associazione civica Nenápadní Hrdinovia (“Gli eroi silenziosi”). Presieduta dallo storico František Neupauer e dichiaratamente ispirata dalla figura di questo medico, si pone da allora l’obiettivo di stimolare studenti delle scuole medie e superiori a cercare e raccogliere le testimonianze di tanti altri eroi che non si arresero davanti agli abusi del regime. E San Giovanni Paolo II non faceva mistero della stima che nutriva per lui, avendo conosciuto i dettagli della sua straordinaria esistenza.

Il suo nome è Silvester Krčméry e il 27 febbraio scorso il Teatro Nazionale Slovacco ha fatto un piccolo ma significativo passo per farlo conoscere adeguatamente al di fuori dei confini del proprio paese, portando al Teatro Marni di Bruxelles lo spettacolo in due atti basato sulla vita da prigioniero politico di Krčméry: il “Santo Irredimibile” (Nepolepšený svätec in slovacco). Il titolo colpisce nel segno perché indica chiaramente due fattori chiave dell’esistenza di questo personaggio: la sua incrollabile fede e la sua resistenza totale e incondizionata a qualunque tentativo di addomesticamento (o appunto “redenzione”, secondo il gergo caro al regime) da parte dell’ideologia comunista.

Nato a Trnava il 5 agosto del 1924, Il giovane Silvester aveva le idee chiare già a tredici anni, quando sul proprio diario scrisse il motto latino Nulla dies sine linea: non un solo giorno senza una linea, senza essere attivo. La frequentazione dei gruppi scout cattolici lo avvicinò sempre più alla Chiesa. A diciassette anni, dopo aver partecipato agli esercizi spirituali con un gruppo di gesuiti, Krčméry era ormai convinto che si sarebbe fatto prete. Il padre però impose la propria volontà e indirizzò Silvester verso gli studi di medicina.

Passando da Bratislava a Praga e poi Parigi, il giovane si laureò nel 1948. Ma già con l’arrivo in Cecoslovacchia del sacerdote croato Tomislav Kolakovič nel 1943, in fuga dalla Jugoslavia in cui i comunisti avevano già iniziato a prendere il potere, Krčméry e i suoi amici avevano iniziato a fare esperienza di un cristianesimo diverso, più centrato sul quotidiano e sull’amicizia e per questo più affascinante per loro. Kolakovič iniziò creando piccoli gruppi di studenti a cui spiegava in maniera innovativa la teologia e la filosofia cristiana, suscitando l’entusiasmo dei partecipanti. La comunità risultante dall’insieme di tutti questi gruppi prese il nome di Rodina (famiglia). Con il tempo, si sarebbe diffusa in tutto il paese grazie anche all’attivismo di Krčméry.

Sempre nello stesso periodo Silvester conobbe anche Vladimir Jukl: la loro amicizia non si sarebbe poi mai interrotta. Avrebbe anzi fatto da pilastro portante per quella Chiesa del Silenzio che si trovò a fronteggiare il regime dagli anni 60 in poi. L’entusiasmo di Krčméry nel mettere in pratica quel cristianesimo basato sulla vita di tutti i giorni portò al suo primo arresto già nel 1946, quindi prima dell’avvento del potere comunista in Cecoslovacchia. La polizia segreta, già parzialmente in mano ai comunisti, lo tenne in cella per quasi un mese. Non servì a nulla, e Silvester proseguì entusiasta nella sua opera di evangelizzazione laica, non trascurando nè lo studio prima, nè il lavoro poi, ma anzi svolgendo sempre i propri compiti con quella passione che gli veniva da quel modo così rivoluzionario di vivere la propria fede. Una fede che sarebbe stata poi messa alla prova e temprata negli anni successivi.

(1 – continua)

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