LETTURE/ “Lutto” e lusso”, quella giusta misura così preziosa nel dolore e nei beni

- Moreno Morani

L’idea originaria che collega tutti questi termini dal significato oggi così distante è quello della “rottura” o della “stortura”. Eccone la storia

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Pablo Picasso, Guernica (1937), particolare

Potrebbe sembrare un gioco di prestigio della linguistica, ma lutto e lusso risalgono alla medesima radice, e a questo gruppo dovremmo aggiungere ancora lussare e lussazione. L’idea originaria che collega tutti questi termini dal significato oggi così distante è quello della “rottura” o della “stortura”.

Lutto viene dal latino luctus, a sua volta derivazione dal verbo lugere, che nel latino classico vale “piangere”. Il verbo latino non ha avuto continuazioni in italiano (e nemmeno in altre lingue romanze), mentre è sopravvissuto il derivato lutto ed è stato ripreso nella lingua elevata l’aggettivo lugubre. Il valore preciso di lugere è quello di “piangere manifestando il proprio dispiacere” (anche in modo clamoroso, e quindi eccessivo e censurabile), mentre altri verbi, come maerere o flere, si prestano meglio per esprimere dolore intimo o misurato. A Roma le manifestazioni esteriori del lutto, che per consolidata consuetudine possono durare un anno e che sono considerate adatte essenzialmente alle donne (“i nostri antenati hanno concesso alle donne un anno per piangere” ci dice Seneca in una lettera, 63, 13), impediscono di partecipare a momenti festosi come i banchetti e di portare vesti candide. Prossima alla parola latina è la parola greca lugrós “funesto, rovinoso”. Il tutto ci riporta a una radice indoeuropea *leug– “rompere, spezzare”, il cui significato si ricava da voci come l’armeno lucanem “io rompo” o il lituano laužti “rompere” o il sanscrito rogas (da un primitivo *lougos) “sofferenza”.

Più complessa la storia di lusso, ripresa dal latino luxus. Il punto di partenza è da cercare nell’aggettivo latino luxus, che originariamente vale “storto”. Come dice un grammatico antico, luxa sono le membra umane spostate dalla loro collocazione originaria, significato che si riconosce molto bene tuttora nelle formazioni italiane lussare e lussazione (termini tecnici ripresi dal latino, usati soprattutto nel lessico dei medici e in modo particolare degli ortopedici). Ma luxus è anche il ramo messo di traverso, che impedisce il cammino. Accanto a luxus aggettivo abbiamo luxus sostantivo col suo ulteriore derivato luxuries o luxuria. Sono parole inizialmente usate nella lingua speciale degli agricoltori, che designano la presenza di una vegetazione talmente folta, esuberante e disordinata da rendere difficile il passaggio: poeti come Virgilio parlano della luxuria delle messi o delle foglie, e autori di trattati d’agricoltura come Columella ci dicono che la vite deve essere “forte e lussuriosa”: anche oggi parliamo di messi o vigne lussureggianti. La parola viene poi usata metaforicamente per gli esseri animati: prima per i cavalli (il cavallo luxuriosus è quello che, una volta raggiunto lo spazio aperto, combatte, freme, procede con scarti in modo sregolato: così ce lo descrive Virgilio nell’Eneide XI 497), poi per gli esseri umani che vivono ignorando le regole fino al punto di disperdere e vanificare il patrimonio familiare. Mentre in luxus rimane il senso primitivo di ‘“eccesso”, e in particolare di magnificenza nell’esibire i propri mezzi, in luxuries si insedia in modo tenace il senso più preciso di “depravazione, dissolutezza” e ancora oggi lussurioso si dice di chi è dedito alla brama sfrenata del vizio. Sant’Agostino aveva tratto da luxuria il sostantivo luxuriator, sinonimo di scortator “persona avvezza alla compagnia delle scorta (oggi escort)”.

L’uso di lusso nel senso specifico di “sfarzo (beni di lusso)”, da cui “sfoggio di ricchezza superflua, modo di vivere dispendioso (vive nel lusso)” entra in italiano piuttosto tardi (XV secolo), e per lungo tempo la parola non gode di molto prestigio: la prima edizione del Vocabolario della Crusca (1612) nemmeno registra la parola. L’uso dell’espressione articoli di lusso viene censurata dai puristi ancora nel XIX secolo. Ancora più tardo il derivato lussuoso, che solamente alla fine del XVIII secolo giunge alla lingua italiana attraverso il francese luxueux.

Un’evoluzione singolare è quella dell’inglese luxury. Anticamente la parola ha gli stessi significati dell’equivalente latino e italiano. Poi, progressivamente, a partire dal XVII secolo il termine perde la sua connotazione negativa e assume gli stessi significati dell’italiano lusso: l’inglese infatti non possiede un termine formalmente corrispondente a questo.

In conclusione, alla base sia di lusso sia di lutto c’è l’idea del presentarsi di una stortura e del venir meno di un equilibrio, cosa importante per l’uomo antico, che spesso vede nel controllo delle passioni e dei sentimenti e nel mantenimento costante della giusta misura (medietas) il comportamento corretto dell’uomo. Se l’espressione esterna di un dolore è legittima e umana, la manifestazione eccessiva può essere censurabile. Lo stesso vale per un uso della ricchezza e dei beni, che vada oltre la giusta misura e diventi semplice ostentazione di sfarzo: in questo caso si vive una situazione talmente distorta da impedire all’uomo di muoversi e di vedere il proprio destino, come quando, traversando appunto una vegetazione lussureggiante,  tra rami fitti e disposti di traverso, non si riesce a trovare la strada.

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