LETTURE/ Natoli, senza “destino” la politica resta solo fine a se stessa

- Gianfranco Dalmasso

Nel suo ultimo lavoro, “Il fine della politica”, Salvatore Natoli affronta genesi e fondamento dell’idea occidentale della politica. E svela le cause della sua crisi

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Ambrogio Lorenzetti, Allegoria del buongoverno (particolare) (1338-39)

In questo nuovo libro (Il fine della politica, Boringhieri, 2019) Salvatore Natoli mette a segno un intervento appassionato e insieme lucido di  denuncia su che cosa significa oggi il termine “politica”. L’autore di solleva, come è consueto per lui, dalle prospettive spesso scontate se non banalizzanti con cui si affrontano oggi i grandi problemi. In particolare il problema politico. Tale problema sta ad indicare, nella tradizione della cultura europea, un sapere su ciò che tiene insieme la città. Un sapere dunque il più importante di tutti i saperi, e anche il più completo, perché affronta la questione del legame, dell’enigma per cui gli esseri umani, per qualche istante e in certe situazioni, cessano di sbranarsi e stabiliscono rapporti di amicizia.

Lontano dalle chiacchiere e dalle considerazioni morali o piuttosto spesso moralistiche su come dovrebbe essere un vivere “civile”, Natoli pone risoluto la questione di ciò che ha originato, storicamente, la concezione occidentale della “politica”.

Si tratta dell’apparire dell’idea ebraica di eschaton, l’attesa di un mondo “a venire”, il pieno realizzarsi di ciò che dall’inizio era stato promesso. Eschaton e storia nascono insieme nella concezione ebraica e poi cristiana e ciò marca la diversità dalle grandi concezioni delle religioni orientali e asiatiche. Per queste ultime la lotta degli umani su questa terra ha consistenza nel tentativo, attraverso il rito e il sacrificio, di arginare il male che è in azione nel mondo. Si pensi all’induismo, al buddismo, eccetera.

Natoli invece indugia (spesso il suo testo vibra di una contenuta commozione) a descrivere ciò che ha voluto dire per dei popoli, quello ebraico e quello cristiano, organizzarsi e concepirsi afferrati da una promessa. Promessa per cui ciò che tiene insieme gli esseri umani è niente di meno che una non calcolabile felicità, che non è cosmica e trascendente, ma il cammino storico e sociale di un compimento. Di modo che la mancanza di cui il desiderio dell’uomo è costituito può essere sperimentato non come mero scacco e scoramento, ma piuttosto come segno di un Avvenimento che è in grado di stabilire legami di unità ed in qualche modo attraversare le contraddizioni e il dolore.

A partire da qui l’idea di eschaton ha segnato l’intera storia dell’Occidente e la sua filosofia politica: dal giudaismo, tramite il cristianesimo, è giunta al moderno e qui si è secolarizzata nella forma delle filosofie del progresso e delle apocalittiche rivoluzionarie. Oggi l’eschaton pare giunto al tramonto: nell’odierno tempo senza fine la storia non deve più giungere ad alcun culmine e non ci resta che governare la contingenza del mondo, portarsi all’altezza della sua improbabilità.

“Nell’epoca moderna allo Stato tocca di provvedere alla felicità pubblica. La politica si è sempre occupata della vita: per dirla con Foucault è sempre stata una biopolitica. D’altra parte che cosa sarebbe il potere se non governasse la vita? Certo, nel trascorrere delle epoche, le modalità con cui la vita è stata  governata hanno subito rimodulazioni continue. È tuttavia da constatare come il potere, nel corso della sua storia evolutiva, si sia sempre più trasformato da “potere di morte” a “gestore della vita”. Di ciò Foucault ha dato ampia documentazione, mostrando come il potere è divenuto sempre più pervasivo quando ha governato la vita anziché infliggere la morte” (pp. 81-82).

Nell’Occidente la politica ha operato per secoli sullo sfondo dell’eschaton che non è mai stato però nelle sue mani, non ha mai avuto il potere di dare la salvezza eterna. “Meno che mai quello di redimere, specie se si assume il termine per quello che esso significa: non tanto costruire un futuro migliore quanto piuttosto riscattare il mondo da tutte le lacrime versate, dal tutto il dolore passato” (p. 87).

Baudelaire, prima ancora della proclamazione nietzscheana della morte di Dio, individuava nella dimenticanza del peccato originale una cesura di civiltà. Non solo, egli intravedeva, oltre la consumazione del moderno, l’orizzonte della contemporaneità. La dimenticanza del peccato originale ha prodotto una mutazione antropologica perché ha fatto venir meno il senso della nostra costitutiva fallibilità e con essa la misura della nostra responsabilità. Oggi la nostra presunzione di sufficienza ha estinto l’idea di debito. Fin dall’inizio la nostra vita è implicata con quella degli altri. Essa ci è stata data, cosa per cui possiamo sentirci grati o indotti a maledire, ma noi rimaniamo pur sempre legati agli altri e perciò reciprocamente obbligati. In ogni caso, nel bene e nel male, eredi.

“La questione che oggi si pone è: che misura dare all’imponderabile? Anche le società contemporanee hanno una riserva di futuro, ma ormai un futuro terreno: il problema è allora quali decisioni prendere nel presente perché gli uomini possano in avvenire trovare ancora gradevole dimorare sulla terra. Questo e non altro è l’orizzonte entro cui la politica può esplicare oggi la sua azione” (p. 111).

Non si tratta di un avvenire lontano e generico, in cui può starci tutto e il contrario di tutto, ma di un futuro prossimo che obbliga: è quello delle generazioni. “Il termine ebraico per “generazione” è dor, che significa “cerchio”, “riunirsi intorno”: indica dunque continuità e passaggio. Infatti nell’espressione “di generazione in generazione” più che il termine generazione sono importanti le proposizione “di”  e “in”, che indicano ciò che nel tempo dura: “indicano un inizio di cui non si vede l’origine e un futuro di cui non si vede la fine” (p.  126).

L’invocazione di essere liberati dal male è per Natoli una struttura ineliminabile della storia: per chi crede  e per chi non crede. “Ma cos’altro è la realizzazione del regno, se non questo? Gli uomini, in ragione della loro stessa umanità, possono e forse anche devono agire ad ogni crocevia della storia perché questo accada anche se non se ne vede l’esito, secondo il detto ebraico ‘Non tocca a te compiere l’opera, ma non sei libero di sottrartene’ (Pirque Avot, 2,16)”.

È in questo limbo temporale che il governo delle cose umane deve destreggiarsi, darsi un ordinamento, prepararsi al compimento della storia. Fino a quando, nella contemporaneità, l’eschaton perde progressivamente di significato, il tempo si dilata, infinito e il fine della politica resta la politica stessa.

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