LETTURE/ Non solo Manzoni e Roth: perché il romanzo storico non “muore”?

- Silvia Ballabio

Il romanzo storico è vivo e vegeto, sugli scaffali e sullo schermo, nelle abili mani di una inglese (H. Mantel) e di una neozelandese (E. Cotton)

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Il romanzo storico è vivo e scalciante, sugli scaffali e sullo schermo, nelle abili mani di una inglese e di una neozelandese. Dai primi due volumi della trilogia di Hilary Mantel sulla dinastia Tudor, composta da Wolf HallBring up the Bodies (entrambi insigniti del Man Booker Prize) e The Mirror and the Light, la Bbc ha tratto la miniserie tv Wolf Hall, vincitrice del Golden Globe 2016 come miglior miniserie. The Luminaries di Eleanor Cotton, vincitore anch’esso del Man Booker Prize, è ambientata nel periodo della corsa all’oro nella Nuova Zelanda di fine Ottocento; anche questo romanzo storico è stata adattato come miniserie televisiva nel 2021.

In realtà il romanzo storico è nato e risorto più volte nei secoli, dal ciclo di Waverley di Sir Walter Scott (1814) e la sua ricostruzione della seconda insurrezione giacobita di Bonnie Prince Charlie, il leader della rivolta dipinto nel romanzo come una figura affascinante più per il mito che circondava l’ultimo erede della dinastia Stuart che per verità storica. Anche se il romanzo di Scott è un’apologia della “unità nazionale” in quanto rilegge lo scontro Stuart (Scozia) vs. Tudors (Inghilterra) come inevitabilmente destinato alla fusione (secondo Scott) dei due mondi, l’opera contribuì notevolmente alla nascita di una Scottishness da opporsi alla Englishness. Fino alla fine dell’Edwardian era, il romanzo storico continuò a dominare il mercato britannico (e quello francese, italiano e russo lo seguirono con Victor Hugo e Alexander Dumas, Alessandro Manzoni e Lev Tolskoj) ma andò sempre più trasformandosi in un genere sterile, capace solo di rappresentare in modo più o meno decadente un mondo morto, senza nessuna capacità di indagine del passato, senza quell’afflato nazionalistico che l’aveva ispirato, e senza nessuna capacità di illuminare il presente.

Dopo la prima guerra mondiale, in Inghilterra l’avvento del Modernismo e il suo interesse non per le grandi pitture dei tempi popolate di figure storiche sullo sfondo e rese vitali dalle vicissitudini di uomini comuni, ma per il flusso della coscienza, diede quello che sembrò essere il colpo di grazia al romanzo storico, il cui fascino di eroiche battaglie non resse all’impatto del primo, devastante conflitto mondiale.

Ma lontano dalle sirene della psicologia e protetti (ai tempi) dall’Oceano Atlantico, gli Stati Uniti produssero Gone with the Wind (1936) di Margaret Mitchell. Fu la prima grande epopea della guerra civile americana e anche un film di incredibile successo nel 1939, premiato con otto Oscar l’anno successivo. Espressione della cultura segregazionista americana della prima metà del Novecento, sarà prima o poi vittima di quella cancel culture revisionista che invece potrebbe risparmiare, anzi, portare in auge il nutrito gruppo di romanzi storici – con Thomas Mann e Bertold Brecht fra altri – che presentò negli stessi anni, sotto le mentite spoglie di un Giulio Cesare, o delle folle che reclamano il loro Augusto, il nazismo, restituendo al romanzo storico parte della sua forza originaria. 

Ciò non fu però sufficiente a impedire che quello che oggigiorno è considerato un capolavoro della letteratura italiana e del romanzo storico, Il Gattopardo di Tommaso di Lampedusa, venisse rifiutato dagli editori nel 1958; com’era potuto risuscitare questo affresco di un’aristocrazia in un ordine assolutista morente e nel bel mezzo della nascita di un sentimento di unità nazionale,  questa narrazione del faticoso adattamento a questa “sovversione dell’ordine della cose” in Sicilia?

Dopo la seconda guerra mondiale il romanzo storico divenne uno strumento nelle mani della “periferia dell’impero”, dichiarando in modo esplicito la sua “carica rivoluzionaria”. La narrativa metastorica iniziò nelle bellissime isole dei Caraibi prima con Alejo Carpentier, Il regno di questo mondo (1949), seguito dal dirompente Cent’anni di solitudine di Garcia Marquez; un’onda in piena con molti altri autori per almeno una trentina d’anni.

Negli Usa, il razzismo diede il via al ramo americano del genere con La scelta di Sophie di William Styron (1979) – adattamento cinematografico del 1982 con Meryl Streep –, Il Colore Viola di Alice Walker – adattamento cinematografico di Steven Spielberg nel 1985, Amatissima di Toni Morrison (premio Nobel della letteratura). Questo ramo si aggiunse a quello esistente dell’“impero” con L’incanto del Lotto 49 di Thomas Pynchon, rappresentazione della decade più turbolenta della storia americana (Vietnam, rivoluzione dei costumi, JFK, Martin Luther King e il movimento per i diritti civili). Nella stessa linea si pose il gigantesco Underworld di Don DeLillo, più che un affresco un caleidoscopio degli Usa nel marasma della Guerra Fredda, e Pastorale Americana di Philip Roth, sempre su quella decade di Vietnam War, civil rights movements e assassini politici che trasformarono una generazione. Analoga operazione tentata con Falling Man, sul trauma delle Twin Towers per la coscienza americana. 

Le recenti fatiche della Mantel e della Cotton mostrano nuovamente come il romanzo storico vada a toccare “il nervo scoperto” di una identità, sia essa da accettare o confutare – Hilary Mantel si pone apertamente come voce critica di quella Englishness che i Tudors hanno definito in modo radicalmente diverso e definitivo. A quando l’elaborazione del lutto dell’Afghanistan per gli Usa? o verrà rimosso nella narrazione veloce della rete e dei media? 

Cosa ha permesso in definitiva la sopravvivenza, mutazione, trasformazione del romanzo storico, nato come costola del romanzo di maniera? Probabilmente proprio il fatto di essere stato generato dall’attenzione, tipica del romanzo di maniera, allo spirito e ai costumi di un‘epoca, non quella presente come nel romanzo di maniera, ma quella passato, colorata da un desiderio di identità, da forgiare o ritrovare o criticare, individuale e collettiva; un momento in cui il destino del singolo si intreccia con quello di un gruppo sociologicamente identificabile in un momento cruciale della propria storia, e in cui la vicenda di uno avvicina molti alla vita di tanti, per un amore, un odio, un’ingiustizia subita o commessa, una ricerca di senso e destino. Il romanzo storico elabora i lutti, i traumi, le gioie, le passioni di un “popolo” e ne impedisce la cancellazione ad opera di quanti ci raccontano la storia come mera cronaca – a loro esclusivo uso e controllo, si badi bene – di fatti morti e defunti.

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