LETTURE/ Preghiera: dall’Asia a Brunetto Latini, una sola domanda

- Moreno Morani

“Preghiera” viene dalla radice *prek’ diffusa in tutta la comunità linguistica indoeuropea. In tutte le derivazioni il significato della radice è quello di “chiedere”

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Bernini, Estasi di Santa Teresa d'Avila (1647-1652) (LaPresse)

Un noto esponente dell’intellighenzia italiana ha detto recentemente che pregare Dio per ottenere una grazia è come mercanteggiare col Signore e questo è spiazzante per la spiritualità contemporanea.

Non entriamo nel merito dell’affermazione (rivolgere una richiesta a Dio significa anche riscoprire la propria natura di creature limitate e bisognose: il tendere la mano ci richiama a quella condizione di mendicanza che dovrebbe essere una delle dimensioni costitutive della personalità cristiana): qui ci limitiamo alla pura analisi linguistica delle voci pregare preghiera. Tre punti ci sembrano da sottolineare.

1. Il punto di partenza è la radice *prek’, diffusa in tutta la comunità linguistica indoeuropea, dall’Islanda fino alle steppe dell’Asia centrale, dove si parlava quella lingua misteriosa a cui si dà convenzionalmente il nome di tocario. Per citare solo alcuni esempi, troviamo questa radice in sanscrito pr̥cchāmi “chiedo”, in varie lingue dell’Italia antica, in celtico (irlandese arco “prego”), nelle antiche lingue germaniche (tedesco forschen “cercare, chiedere” e Frage “domanda”), nell’antico slavo prositi e nel lituano prašýti “pregare”, nel tocario prak- “domandare”: forme apparentemente molto diverse tra loro, ma tutte legittime, chiare e ben spiegabili alla luce di quanto sappiamo di fonetica e morfologia indoeuropea.

In tutte il significato fondamentale della radice è quello di “chiedere”: l’espressione di un desiderio e la richiesta di una risposta, a una domanda o a un’esigenza, senza nessuna pretesa, perché questa idea non sembra rientrare fra gli usi antichi del termine. In latino dalla radice abbiamo il sostantivo prex precis “preghiera” e il verbo precari, usato in ogni epoca, molto spesso in contesti religiosi (“pregare gli dèi”), mentre il corradicale posco (da prk-skō) ha un carattere di più marcata insistenza che lo rende adatto soprattutto ai contesti giuridici.

2. In tutte le lingue, anche in quelle che hanno preferito servirsi di radici diverse, il verbo usato per esprimere l’idea del pregare gli dèi appare quasi sempre in quella forma di coniugazione che le grammatiche definiscono come media: oltre al latino precor (medio: la forma attiva preco subentra tardi, quando le formazioni di medio sono ormai in crisi) troviamo il sanscrito prārthayate “prega”, il greco eúchomai “prego”, il lituano melstis e il russo molitsja “pregare”, tutti al medio. Il medio esprime una più forte partecipazione del soggetto all’azione che sta compiendo. Sembra che l’esercizio della preghiera e l’elevazione del proprio sguardo verso le realtà celesti comporti un impegno speciale, e innanzitutto un ripiegamento su sé stesso: per trovare il tu con cui stabilire un dialogo occorre innanzitutto ricuperare l’io.

3. Come si arriva alla forma italiana preghiera? In latino esiste l’aggettivo precarius, che indica ciò che viene ottenuto mediante una richiesta (si contrappone a debitus, ciò che è dovuto di diritto). Nella prassi medievale si chiama charta precaria la lettera con cui si chiede a un’autorità il conferimento di un determinato bene o privilegio. Con l’eliminazione di charta rimane precaria sostantivato nel senso di “richiesta, supplica”. La parola continua nel provenzale preguiera e nell’antico francese preiere (oggi prière), che passa poi all’italiano preghiera e ad altre lingue romanze (e viene ripresa anche al di fuori dell’ambiente romanzo, per esempio nell’inglese prayer).

Preiere ha finito per eliminare pri, continuatore diretto di prex, penalizzato dal suo carattere di monosillabo poco gradito al parlante. In italiano prece è rimasto solamente in ambiti ristretti (una prece per il defunto). Nella lingua letteraria e in vari usi settoriali si hanno derivazioni di precari quali deprecareimprecare e altre, che però tralasciamo perché semanticamente lontane.

In quanto realtà che si ottiene solamente dietro richiesta, e quindi sottoposta al criterio discrezionale di chi può concederla o negarla, ciò che è precarium è per sua natura “incerto, non duraturo, privo di stabilità”, e questo ci collega con gli usi moderni in cui precario è usato come aggettivo (mi trovo in una posizione precarialavoro precario) o come sostantivo: precario si dice normalmente del lavoratore che non ha quelle garanzie di continuità nel mantenimento del posto di lavoro di cui godono invece altri lavoratori del suo stesso ambito.

L’apparente discontinuità fra i due usi è minore di quello che sembrerebbe a prima vista. Alla base di entrambe è il riconoscimento della nostra fragilità, sia essa quella comune ad ogni essere umano limitato sia quella di persona priva di determinate garanzie giuridiche. L’uomo è costretto a chiedere, ma l’azione del chiedere, per quanto si possa contare sulla generosità e la disponibilità del proprio interlocutore (e nel caso di Dio sappiamo di essere di fronte a una disponibilità che non conosce limiti), è spesso una fatica e un’umiliazione. Come leggiamo nel Tesoro, un trattato enciclopedico del XIII secolo scritto da Brunetto Latini, maestro di Dante, “Preghiera è voce di miseria e parola di dolore”, e ancora: “Nulla cosa costa più cara, che quella comparata per preghiera. … amara parola e noiosa, in cui l’huomo deve bassare lo volto che dice: io priego”.

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