LETTURE/ “Re di un’ora”: Irène Némirovsky, il destino non è mai scritto

- int. Cinzia Bigliosi

Gli inediti di Irène Némirovsky, oltre a due capitoli inediti di “Suite francese”, si trovano ora in “Re di un’ora”. (Ares). Parla la curatrice

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Irene Nemirovsky (1903-1942) (Foto da Wikipedia)

Irène Némirovsky (1903-1942) fu scrittrice di successo negli anni Trenta, poi completamente dimenticata dopo la sua morte ad Auschwitz. Nel 2004 la pubblicazione postuma di Suite francese riportò l’attenzione su di lei. Nel nuovo libro Re di un’ora & altri testi inediti (Ares, 2021) oltre a recensioni, critiche e saggi, si trovano anche due capitoli inediti di Suite francese in cui Irène cambia il destino di uno dei protagonisti della sezione “Temporale di giugno”, padre Philippe Péricand. Ne abbiamo parlato con la curatrice Cinzia Bigliosi.

Possiamo ricostruire insieme le tappe per la riscoperta di questo grande romanzo? Quali sono i cambi sostanziali e da cosa furono motivati?

Nel 2004 il Prix Renaudot fu assegnato a Suite francese, non senza un certo clamore: si trattava di un romanzo incompiuto e per di più postumo, non era mai successo prima. Il nome di Irène Némirovsky era allora sconosciuto ai più: dopo la morte avvenuta nel 1942, la Francia ne aveva cancellato con rare eccezioni tutta l’opera e la memoria. Con Suite francese in tutto il mondo si ricominciò a parlare di Irène Némirovsky e soprattutto a leggerla. All’epoca l’attenzione si concentrò sulla sua vita così romanzesca: la fuga da adolescente dalla Russia bolscevica, l’arrivo a Parigi, il successo di scrittrice e la morte a 39 anni ad Auschwitz per mano nazista, le figlie che si erano salvate in modo fortuito con un attraversamento rocambolesco della Francia occupata, il manoscritto che risorgeva decenni dopo da un baule, sepolto sotto pellicce e quaderni strappati alla Shoah. In Re di un’ora ho inserito i due capitoli finora inediti in Italia della versione di Suite francese da poco riproposta in Francia.

Di che si tratta?

Si tratta dell’ultima versione alla quale stava lavorando la scrittrice al momento dell’arresto. I due capitoli inediti appartengono alla sezione “Temporale di giugno”, il pannello dei due scritti che Irène ebbe tempo di correggere e rivedere. Il resto del testo non presenta cambiamenti altrettanto radicali, quanto piuttosto correzioni, inversioni di paragrafi, sostituzioni, e altre raschiature linguistiche e sintattiche, che non sconvolgono struttura né senso del libro. Alla fine della guerra, le figlie di Irène avevano salvato due manoscritti distinti di quanto Irène era riuscita a scrivere di Suite francese.

E perché questi capitoli inediti sono importanti?

Per due motivi soprattutto: da un lato, sono la versione ultima voluta da Irène e che nel 2004 la figlia decise di mettere da parte, quando diede alle stampe quella precedente. Denise Epstein temeva che essendo battuto a macchina e corretto dal padre si potesse accusare il testo di essere apocrifo. Non deve stupirci, perché era un’abitudine nel ménage dei due sposi che Michel correggesse e desse molti suggerimenti a Irène che ascoltava fiduciosa le critiche, a volte anche molto feroci del marito. Inoltre, tra i due, Michel aveva una padronanza della grammatica e della sintassi maggiore. Vista l’operazione che si stava mettendo in atto nel 2004, dopo decenni di oblio, era un pericolo che nessuno, a partire dal mondo editoriale allora intorno a Némirovsky, voleva correre. Oggi che Irène è definitivamente tornata alla ribalta era giunto il momento di riproporre il testo così come lei lo aveva voluto negli ultimi giorni prima di morire.

E l’altro motivo?

Sono capitoli importanti perché testimoniano come la notizia della tragica morte del padre confessore di Irène Némirovsky in un’azione di guerra la sconvolse al punto da spingerla a riscrivere completamente il profilo e il destino di Philippe Péricand, il personaggio ispirato all’amico, il suo personale pescatore di anime, trasformandolo in una figura eroica, profonda, vera, molto lontana dal “primo” Philippe, un prete insicuro e dubbioso.     

Lei ha tradotto Suite francese per Feltrinelli. A suo parere cosa rende la scrittura della Némirovsky un classico del Novecento?

È difficile dire qui i motivi che determinano l’ingresso nel novero dei classici di un’opera. Credo che nel caso di Irène Némirovsky siano soprattutto legati alla natura di una scrittura piuttosto tradizionale e che non fu sfiorata dalla tentazione delle sperimentazioni dei movimenti letterari che stavano esplodendo nella Francia a lei contemporanea. Nonostante fosse una lettrice molto attenta alle novità, come scrittrice Irène era dichiaratamente legata alla letteratura classica che la precedette. I suoi riferimenti sono, soprattutto negli ultimi tempi, Baudelaire che cita nei quaderni di lavoro, e Tolstoj al quale si rifà continuamente. Per questo si potrebbe dichiarare paradossalmente che Irène è una scrittrice classica dell’Ottocento più che del Novecento.

Ci può raccontare qualcosa dell’itinerario interiore che la portò dall’ebraismo al cattolicesimo? Si riscontra qualcosa nella sua narrativa?

Fino a quando non uscirà soprattutto l’epistolario credo che si possa dire poco dell’itinerario interiore di Irène Némirovsky a proposito della conversione. Inoltre, esistono ancora molti appunti, riflessioni, annotazioni sui quadernoni di lavoro e fogli sparsi non ancora trascritti che forse potranno aiutare in tale senso. Quel che è certo è che Irène conobbe padre Roger Bréchard, curato di campagna a Besse-en-Chandesse, un borgo medievale dove si recava d’inverno in vacanza con le figlie. Padre Bréchard fu il primo rappresentante della Chiesa cattolica al quale la scrittrice parlò della tentazione di ricevere il battesimo e il 2 febbraio 1939, giorno della cerimonia, fu suo padrino, nell’abbazia Sainte-Marie, nel XVI arrondissement. Monsignor Ghika, della famiglia reale rumena dei Ghika, assiduo frequentatore di circoli letterari e amico personale di Claudel, Mauriac e Bergson, aveva officiato la cerimonia della famiglia Epstein. Anch’egli morì tragicamente nel 1954, in seguito alle torture subite nelle prigioni comuniste di Jilava. Nel momento in cui il terrore dilagava e il pericolo braccava lei e la famiglia, Irène non cercò, o forse non trovò la consolazione nella religione ebraica che, va ricordato, non aveva mai praticato, ma volse la propria attenzione al cristianesimo. Nella narrativa il tema rimane piuttosto marginale, perché se è vero che l’ambientazione è spesso di matrice ebraica, quando non addirittura yiddish, il tema religioso resta spesso dietro le quinte.

Qual è lo stato degli studi sulla Némirovsky? Ci sono piste ancora da sondare?

Gli studi che ruotano intorno a Irène Némirovsky sono molto attivi e di duplice natura: da un lato, la scrittrice e la sua vita sono oggetto di approfondimenti anche molto importanti. Dopo la prima biografia francese, uscita poco tempo dopo Suite francese e firmata da Patrick Lienhardt e Olivier Philipponnat, sono stati soprattutto gli Stati Uniti a interessarsene con studi rivolti in particolar modo alla questione ebraica, come per esempio l’ormai imprescindibile The Némirovsky Question di Susan Rubin Suleiman dell’Università di Harvard (2016). Poi c’è tutto l’ambito dei manoscritti che sono conservati all’Imec in due fondi distinti e tra i cui fogli ancora diverse sorprese è plausibile aspettarsi.

Un parere sulla riduzione cinematografica di Suite francese?

Sono un’appassionata di cinema, non una critica specialista, quindi il mio è un giudizio di gusto meramente personale. Il regista Saul Dibb ha scelto di attenersi a uno dei due capitoli giunti a noi e di entrare nella storia d’amore con la chiave melodrammatica dalla quale, sappiamo dagli appunti ritrovati recentemente, la scrittrice, poco prima dell’arresto, stava cercando di allontanarsi, ripulendo il romanzo rimasto incompiuto da ogni cascame ritenuto troppo sentimentale. Il film in sé mi è parso piatto e in vari passaggi eccessivamente ammiccante. Penso che finora l’opera di Irène Némirovsky abbia avuto più fortuna con registi a lei contemporanei, come nel caso di Julien Duvivier che trasse da David Golder un capolavoro del bianco e nero (La beffa della vita, 1931).

Da dove nacque l’interesse della Némirovsky per l’affarista protagonista di Re di un’ora?

Penso che Re di un’ora abbia una prima origine d’ordine biografico nel padre di Irène, Leonid Némirovsky, nato nel 1868 a Elizavetgrad, in Crimea, la stessa cittadina che, un anno prima, aveva dato i natali alla madre di Nathalie Sarraute. Leonid aveva perso il padre intorno ai dieci anni. Per aiutare la madre e i fratelli, cominciò a lavorare molto giovane, facendo il fattorino in un albergo, il commesso in una fabbrica in Polonia distrutta da un incendio doloso – si parlò di assicurazioni da riscuotere. Leonid lavorò duramente e fece vari mestieri, fino a trasferirsi a Mosca dove la sua esistenza si sarebbe ammantata della carica mitica così ammirata dalla figlia Irène. Divenne un importante affarista – uno di quei macher che Irène Némirovsky descrive nel suo saggio. A Leonid non confaceva la “mediocrità rassegnata” dei piccoli ebrei (si veda per esempio Un bambino prodigio e I cani e i lupi), né poteva impantanarsi nel fango del ghetto, perché sentiva di appartenere agli ebrei “alti”, quelli che combattono ogni giorno per una continua conquista, che bramano il successo e soprattutto i soldi.

Perché l’opera è così decisiva nel suo cantiere?

Nel cantiere némirovskjano Re di un’ora è estremamente importante perché rappresenta lo studio sistematico, con una verve balzacchiana, di un personaggio che torna ossessivamente nell’opera della scrittrice, e anche perché lo sguardo di Irène scava talmente a fondo il personaggio da trasformare il faccendiere levantino in un archetipo che attraversa le epoche e i tempi e che possiamo, come ha sottolineato Lorenza Foschini, ritrovare anche tra le pagine della cronaca dei giorni nostri, pensiamo ad esempio alle vicende legate al banchiere Bernard Madoff scomparso di recente.

(Alessandro Rivali)

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