LETTURE/ Sapelli, istruzioni per (ri)pensare l’Italia nella geopolitica mondiale

- Alessandro Mangia

Nel suo ultimo saggio, “Nella storia mondiale. Stati, mercati, guerre” Giulio Sapelli getta una luce nuova sul tempo che stiamo vivendo

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Sulla portaerei francese Charles De Gaulle (LaPresse)

Si dice che negli ambienti diplomatici circoli un vecchio adagio, in base al quale “Se vuoi pensare in grande parla con un americano. Se vuoi pensare a lungo termine parla con un cinese. Se vuoi pensare in profondità parla con un europeo”. Ecco, quella del “pensare in profondità” sembra la formula adatta per descrivere l’ultimo libro di Giulio Sapelli (Nella storia mondiale. Stati, mercati, guerre, Milano, Guerini e Associati 2020) dedicato a ricostruire le linee di tendenza in corso negli scenari internazionali del dopo pandemia, e che sviluppa molte delle intuizioni presenti nel precedente Pandemia e Resurrezione, uscito un anno fa, a poche settimane dall’avvio dell’evento spartiacque della storia recente.

Diciamo subito che non si tratta di un libro di storia contemporanea, ma che è anche di storia contemporanea. Non è un libro di storia economica, ma è anche un libro di storia economica. Non è un libro di relazioni internazionali, ma è anche un libro di relazioni internazionali. Certo è il libro di uno storico, ma di quegli storici che intendono il loro mestiere come un tentativo di comprendere il presente – e di gettare uno sguardo nel futuro – partendo dall’analisi del passato.

Partendo, insomma, dalla capacità di raccogliere a fattor comune le linee di tendenza proprie di processi in corso apparentemente incomunicanti, ma che, se approfonditi nel tempo, e raccordati tra loro, acquistano senso e compongono un quadro unitario abbastanza chiaro. Semplice no, perché il ragionare di Sapelli mette assieme metodi e conoscenze diverse, che spingono il lettore a collegamenti nuovi e inaspettati. Ma abbastanza chiaro sì. Ed è un eccellente esempio di quel “pensare in profondità” la realtà che può fare del pensiero storico una forma di scienza sociale che precede economia, diritto, e scienza politica. Che è stata caratteristica del pensare europeo tra il XIX e il XX secolo. E da cui si sono poi isolate quelle che oggi appaiono discipline incomunicanti.

È un modo, se si vuole, di pensare i fatti oggi anomalo, e che può disorientare chi va cercando, mentre legge, etichette disciplinari. Ma che riesce a dipingere scenari di impressionante ampiezza e profondità che legano assieme aspetti economici e politici del presente fino a generare, del presente, una percezione rinnovata, alla luce del tout se tient.

Le tre parole chiave del libro sono Stato, Mercato, e Guerra. Ma in realtà, se queste tre parole fossero ridotte ad una, si dovrebbe dire che questa è una riflessione sull’evoluzione di quella particolare forma di organizzazione del potere politico che è lo Stato. E che ne mostra la inesorabile perdita di ruolo come punto di equilibrio tra interessi particolari ed interessi generali, e tra le diverse forme di potere che si muovono al suo interno. Così come, dello Stato, mette in luce la progressiva perdita di ruolo nell’incanalare il conflitto di potenza tra le diverse aree geografiche ed economiche del mondo.

La premessa del libro è che “L’economia mondiale è arrivata all’appuntamento con il Covid-19 nella peggiore delle situazioni possibili, con alta vulnerabilità al debito e alta leva finanziaria speculativa”, frutto della conversione del “capitalismo neoliberista in capitalismo a finanza dispiegata”. Il risultato è stato un blocco simultaneo della domanda e dell’offerta a livello mondiale, mentre la pandemia “non ha bloccato la finanza e la sua tecnologica virulenza. L’indebitamento generale, a livello mondiale, cresce, da trent’anni, più del reddito, sostenuto da una leva finanziaria che genera crisi cicliche dalla fine del secondo millennio ad oggi”.

In questo contesto di stagnazione secolare si colloca la concorrenza tra le aree geopolitiche del pianeta, e cioè tra Asia, Europa e Usa, le cui relazioni vengono inquadrate secondo l’antico insegnamento della geopolitica nata in Gran Bretagna e poi arrivata negli Usa attraverso la lezione europea: insomma, Halford Mackinder, il misterioso – come lo definisce Sapelli – Nicholas John Spykman, e alla fine Henry Kissinger, che della tradizione geopolitica europea è stato il continuatore in terra americana. L’idea di Sapelli è che alla famosa sentenza di Mackinder per cui “chi controlla l’Est Europa controlla l’Heartland; chi controlla l’Heartland controlla l’Isola-Mondo; e chi controlla l’Isola-Mondo controlla il mondo” (dove l’Heartland sono i territori della Russia meridionale, dal Caucaso al Nord dell’India) va sostituita la formula per cui è chi controlla la mezzaluna costiera di accesso a questi territori strategici – il Rimland – a controllare il mondo. E le faglie di crisi generate dall’incapacità americana di sostenere l’unipolarismo di vent’anni fa hanno trasformato in Rimland strategico non solo il Mar Cinese Meridionale e l’Oceano Indiano, dove si vanno facendo strada, con velocità diverse, due nuove potenze marittime, e cioè Cina e India, ma anche (e nuovamente, rispetto al passato più recente), l’Atlantico e il Mediterraneo, dove nuove faglie di crisi si sono aperte dai tempi delle Primavere Arabe e della decennale crisi libica del 2011.

In questa situazione di generale contendibilità del Rimland da parte delle potenze in conflitto, e di ridefinizione delle rispettive sfere di influenza economica, si colloca la crisi delle diverse forme di organizzazione statale in Europa, in Usa, in Russia e, secondo Sapelli, anche in Cina. Lo Stato si è trasformato da soggetto accentratore e canalizzatore della potenza politica in qualcosa di diverso. Si è trasformato ovunque in una “poliarchia”, fatta da una molteplicità di centri di potere che sono in parte politici e in parte economici; in parte pubblici, in parte privati, in parte democratici, in parte tecnocratici ed autolegittimati. Lo Stato, insomma, si deve confrontare con il Mercato, che, nelle visioni dominanti gli ultimi decenni, è diventato, in forme diverse in Europa e negli Usa, l’istituzione che fa da strutturale contraltare allo Stato, che ne limita e, al tempo stesso, ne dirige l’azione. E gli imprime i caratteri della “poliarchia”. Da qui la formula “Stati, Mercati, Guerre”.

In questo differente contesto, poteri situazionali, di natura privata, derivanti dal diritto di proprietà e dal processo di accumulazione del capitale, si confrontano con ciò che resta del vecchio potere statale, preso com’è dal conflitto tra nuove rappresentanze funzionali e vecchie forme di rappresentanza territoriale.

E in questa griglia concettuale di base, costruita sul trinomio mercato, democrazia e tecnocrazia, si colloca il seguito dell’analisi del volume, che tocca la struttura incompleta dell’Unione Europea, gli squilibri dell’apparentemente inarrestabile crescita cinese, il procedere ondivago della superpotenza americana tra unilateralismo e multilateralismo nel perseguimento dei suoi obiettivi di potenza egemone, l’arrocco difensivo della Russia.

Brillante è la lettura della situazione europea e, all’interno di questa, della situazione italiana. L’Unione Europea non ha una Costituzione e i Trattati non sono, perché non lo possono essere, il surrogato di una Costituzione. Ha, al suo posto, una lex mercatoria e una teoria economica comune che sarebbero “l’inveramento di un costrutto socio-tecnico mai ipotizzato prima: quello di un continente senza stati, adottando come strumento di tale costruzione la moneta”. Da qui il ricorso al Cameralismo del XVIII secolo come chiave di lettura dell’Europa presente. Nel Cameralismo “elementi di scienza dell’amministrazione, di economia, di scienza delle finanze, di politica e tecnica agraria e industriale miravano a fondare una ‘possibile’ scienza unitaria dello Stato. … Il tutto senza affrontare il problema perenne della scienza politica: ossia quel problema sempre aperto e sempre periglioso tanto per l’ordine quanto per la crescita economica che è la Costituzione e ciò che ne consegue: la democrazia parlamentare”. La globalizzazione, insomma, non sarebbe altro che una forma di neo-cameralismo: in questo senso, ci dice Sapelli, “i cameralisti non erano economisti ma ‘teorici non eletti della politica’, politica che erano chiamati ad esercitare senza mandato popolare”.

A questo processo di cameralizzazione della decisione politica si affianca, e fa riscontro, la frammentazione dei sistemi politici in tutta Europa, non solo in Italia. Ma all’interno del quale l’Italia sta in una posizione particolare per il più avanzato processo di decomposizione delle classi politiche e, in generale, delle classi dirigenti. Cachiquismo – ossia frammentazione per bande del sistema politico, in una replica della situazione tardo-rinascimentale – è un altro dei concetti chiave dell’analisi di Sapelli. Ed è uno dei tanti, molti e diversi strumenti di analisi che questo volume mette a disposizione del lettore per interpretare il presente. Da qui quello che si diceva prima: la capacità di questo libro di generare una percezione rinnovata del presente, alla luce del tout se tient. E, soprattutto, alla luce di categorie piacevolmente inconsuete nel dibattito attuale.

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