LETTURE/ Tacito e la “Germania”, così il mito dell’Origine diventa politica

- Silvia Stucchi

È in libreria una nuova traduzione della “Germania” di Tacito: un “instant book” dell’epoca, scritto per salvare Roma dalla corruzione dei costumi

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Il Colosseo (LaPresse)

A cura di Dino Baldi, per Quodlibet (Compagnia Extra, 2019), è arrivata in libreria una nuova traduzione, con ricco commento, della Germania di Tacito, il testo che ha inventato la nazione germanica, sia nella percezione dei Romani che in quella degli abitanti stessi della Germania. La Germania (o De origine ac situ Germanorum) è un trattato etno-geografico, composto nel 98 d.C.: di questa data possiamo essere ragionevolmente sicuri, in quanto è l’anno del secondo consolato di Traiano, a partire dal quale, nel capitolo 37, sono calcolati, a ritroso, i 210 anni di guerre con i Germani, da quando cioè “per la prima volta si sentì parlare delle armi dei Cimbri”, ovvero dal 113 a.C.

Com’è noto, Traiano, colui che portò l’Impero alla sua massima estensione territoriale, era stato adottato nell’ottobre del 97 da Cocceio Nerva, l’imperatore salito al trono dopo l’eliminazione violenta di Domiziano nel 96. Nerva, vecchio e malato, sarebbe morto nel gennaio successivo, e Traiano ricevette dunque l’investitura dal senato mentre si trovava a Colonia, con la carica di governatore della Germania superiore.

Come sottolinea Baldi nell’Introduzione, dunque, la Germania, che per noi è un classico irrinunciabile, era per i Romani l’equivalente, per il contenuto e i tempi della pubblicazione, di un moderno instant book. Traiano rientrò in Italia solo nell’estate del 99; ma, nel frattempo, si era rinfocolata a Roma la curiosità e l’attenzione per i popoli che vivevano oltre il limes renano, contro i quali si stava forse preparando una nuova campagna militare.

Del resto, da quando Cesare, negli anni 50 del I secolo, aveva conquistato la Gallia Comata, il Reno da barriera naturale era diventato un confine politico-militare; e nei decenni successivi il tentativo di spostare il limes dal Reno all’Elba – ponendo così l’Oceano come termine ultimo dell’Impero – era destinato fallire miseramente. La prima spedizione esplorativa oltre il Reno dopo Cesare fu, attorno al 38 a.C., affidata ad Agrippa, il più stretto collaboratore di Ottaviano (che sarebbe poi diventato anche suo genero, in quanto marito della figlia Giulia) attorno al 38 a.C.

Da qui iniziò l’offensiva contro la Germania libera attorno al 12 a.C., con le campagne condotte da Druso, il figlio minore di Livia, consorte di Augusto: ma il giovane comandante nel 9 a.C. morì sulla via del ritorno dopo aver raggiunto il fiume Elba; a Druso seguì il fratello e futuro imperatore Tiberio, che condusse due campagne fra 8 e 7 a.C.; poi, alla fine del secolo, fu la volta di Lucio Domizio Enobarbo, che oltrepassò per la prima volta l’Elba e innalzò un altare in onore del princeps; e infine Tiberio, tra il 4 e il 5 d.C. consolidò le dominazione romana nella Germania centrale e settentrionale.

Ormai, attorno al 6 d.C. quelle terre sembravano pronte per diventare una nuova provincia imperiale, ma proprio quando Tiberio stava preparando una spedizione contro i Marcomanni per acquisire anche quel regno al governo di Roma, una rivolta delle popolazioni pannoniche e dalmatiche, assoggettate quindici anni prima, richiese il suo intervento. In sostituzione di Tiberio, Augusto inviò Quintilio Varo: sotto il suo comando nel 9 d.C. i Romani persero tre legioni nella selva di Teutoburgo. Il disastro dimostrò che le terre al di là del Reno erano ben lungi dall’essere pacificate: nei fatti, a partire da Teutoburgo, il confine arretrò sino al Reno, e lì rimase per i successivi quattrocento anni.

Sicuramente negli anni di Traiano la memoria dell’onta di Teutoburgo e della bruciante disfatta non era ancora svanita: ecco quindi, oltre alla contingenza storica, la ragione dell’interesse per le popolazioni germaniche. Il testo di Tacito, fra l’altro, rappresenta, insieme con l’Indiké di Arriano (II sec. d.C.), in lingua greca, il solo esempio di monografia etno-geografica arrivato a noi dall’antichità. Si ha inoltre notizia di un De situ Indiae e di un De situ et sacris Aegyptiorum di Seneca, che ebbero forse una certa influenza su Tacito; come pure doveva essere nota all’autore della Germania un’opera perduta di Plinio il Vecchio, i Bella Germaniae (in venti libri); ma alcuni riscontri puntuali possono essere fatti anche con la Naturalis historia, sempre di Plinio, che, nei libri III-VI contiene una geografia del mondo abitato che include la Germania e dove si nominano varie tribù non citate in Cesare e in Strabone. I Bella Germaniae, oltre a ricapitolare le campagne militari di Roma oltre il Reno, dovevano forse accordare un certo spazio all’elemento etnico e geografico, oltre che ai costumi e istituzioni militari dei popoli barbari.

La Germania non ha né un proemio né un epilogo, vale a dire una cornice che ci informi sul soggetto trattato e sulle intenzioni del suo autore: per questo è stata avanzata anche l’ipotesi che fosse un excurus preparatorio alle Historiae (per il quarto libro, in cui è narrata la rivolta batava del 69-70 d.C.), pubblicato in anticipo rispetto a quelle, o trasmesso a parte e quindi ampliato rispetto al progetto originario. La divisione in 46 brevi capitoli del testo non è originale (fu introdotta a partire dal 1607 dal filologo fiammingo Jan Gruter), ma il testo è abbastanza chiaramente suddivisibile in due grandi parti, la prima delle quali (capitoli 1-27) descrive i caratteri generali della terra e della popolazione germanica, i suoi usi e costumi, le sue istituzioni. La seconda parte, all’incirca di pari lunghezza (capitoli 28-46) fornisce invece una descrizione puntuale delle diverse tribù, dalle terre renane verso il nord e dalla zona danubiana verso l’interno e le coste baltiche.

Si potrebbe dire che la Germania sia il bacino collettore di tutte quelle informazioni che i Romani possedevano sui Germani. Come tiene a  ribadire Baldi, alla luce di questa somma di dipendenze, vere e comprovate, o plausibili e possibili, Tacito non può essere considerato “originale”, nel senso che attribuiamo solitamente all’aggettivo: tuttavia, “all’interno di quel ricco repertorio di luoghi comuni offerto dalla tradizione greca e latina precedente, Tacito non raccoglie in modo acritico, ma sceglie e ripartisce con cura in modo da costruire il modello di Germano di volta in volta più utile ai suoi scopi”.

Ecco così nascere il mito del Germano temprato dall’inclemente cielo della sua terra, rotto a tutte le fatiche, selvaggio, sì, ma anche sobrio e incorrotto dai lussi e dalle mollezze che hanno guastato l’animus dei Romani. Tacito, per esempio, non prende mai in considerazione le testimonianze relative all’avidità germanica, per sostituirle con il suo esatto contrario, ovvero con quell’ignoranza e anzi con il disprezzo delle ricchezze che l’antica tradizione greca attribuiva genericamente ai popoli del Nord. E tralascia queste attestazioni non perché voglia riportare solo i dati meglio e con più sicurezza documentati, ma perché la sola cosa che gli sta davvero a cuore è dimostrare ai suoi concittadini Romani come l’auri sacra fames, la “maledetta fame dell’oro” li stia rovinando: è questa la sola affermazione vera e davvero importante; tutto il resto (la temperanza germanica diventata proverbiale) è solo un modo per portarla alla luce.

A Tacito, dunque, va imputata la creazione del “mito” della Germania: e anzi, i Germani vengono da lui e prima da Cesare descritti come un popolo unitario dal punto di geografico, etnico e culturale, e soprattutto ben distinto dai Galli. Viceversa, Posidonio, autore di un’opera dal titolo Keltikà, non distingueva Celti e Germani, considerando questi ultimi ancora entro la grande famiglia celtica, come uno dei tanti popoli stanziati sulla riva orientale del Reno. Fra le due strade, quella greca di non distinguere i Celti dai Germani e quella romana di farne due popoli diversi e separati dal Reno, l’errore minore è forse il primo, dato che i tratti delle due civiltà furono a lungo sostanzialmente indistinguibili.

Eppure, Tacito ha saputo creare un mito duro a morire, e anzi, ha fatto dei Germani il cardine di un ragionamento etico nel quale la scala di valori si inverte e “vince” chi è più vicino alle origini, in quanto meno corrotto dal progresso. Non a caso, nel 1936, in occasione delle Olimpiadi di Berlino, Hitler chiese personalmente a Mussolini di cedere quel codex unicus della Germania che definiva per la prima volta il carattere del popolo tedesco. Mussolini inizialmente acconsentì, poi, rientrato in Italia, ci ripensò. Ai primi di maggio 1938, in occasione della visita di Hitler in Italia, la richiesta fu rinnovata: tuttavia, il codice, esaminato, si rivelò di chiara origine italica; e Bottai poté rifiutare l’invio a Berlino, in quanto il codice era “cimelio della tradizione romana e imperiale”, salvo concedere a Rudolf Till, latinista dell’Università di Monaco, di esaminarlo, fotografarlo e pubblicare nel 1943 il fac simile. Alla luce degli eventi storici successivi, una scelta invero molto saggia.

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