LETTURE/ Tempo di cene e cenoni, meglio se con Plutarco e Isidoro di Siviglia

- Moreno Morani

Nel periodo dei cenoni delle festività natalizie, val la pena ripercorrere la storia della parola. Due le etimologie, una sbagliata e l’altra corretta

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Leonardo da Vinci, Ultima cena, particolare (1495-98)

Nel periodo dell’anno che si conclude coi cenoni delle festività natalizie, può essere interessante riconsiderare cenone anche sotto il profilo linguistico. Cenone è naturalmente l’accrescitivo di cena: si incomincia a usare nel XIX secolo e inizialmente ha una circolazione locale (il Dizionario di Panzini, 1905, lo registra come termine romanesco): il fatto che cena sia femminile e il suo accrescitivo maschile non è un caso isolato: come la scarpa, lo scarpone; la forca, il forcone, e molti altri casi. Dobbiamo dunque partire da cena, parola che ha una storia singolare, perché ha un’etimologia chiara e scientificamente certa, ma ignota ai non specialisti, accanto a un’altra sicuramente erronea, ma popolare e diffusa, tanto da essersi imposta anche in strumenti di ricerca importanti e affidabili.

Iniziamo dall’etimologia “ufficiale”. Cēna è da riportare a cesna, forma di cui è rimasto il ricordo presso gli antichi: un lessico dell’età imperiale, curato dal grammatico Festo, ci fa sapere che nei tempi più antichi si usava cesna per cena. Se usciamo dall’ambito latino, altre lingue dell’Italia antica ci forniscono forme ancora più arcaiche, come l’osco (la lingua degli Osci, antichi abitanti dell’Italia meridionale) che testimonia una forma kersnu.

Dunque possiamo ricostruire una base di partenza *kertsnā e riportarci a una radice indoeuropea che appare nella forma *kert- (o anche *skert– o *ker-) e che contiene l’idea del “tagliare” in tutti i suoi molteplici aspetti. Da questa base in varie aree indoeuropee troviamo una folla veramente sterminata di derivazioni. In latino troviamo cortex, la corteccia, corium, il cuoio, caro la carne. Al di fuori del latino abbiamo derivazioni dall’India (sanscrito carman “pelle”) al mondo germanico (tedesco scheren “tagliare”) fino al mondo baltico (lituano skirsti “dividere”) e slavo (slavo antico krĭnŭ “monco, amputato”): scorrendo le voci dei lessici etimologici si troveranno in una quantità di lingue termini risalenti a questa radice che indicano attrezzi vari per tagliare e scorticare (forbici, coltelli, asce) o l’idea della tosatura (in greco keírō e in armeno kʽerem “io toso”), ma anche l’idea del cogliere (in latino carpere “cogliere, strappare”, in greco karpós “frutto”) e una infinità di altre sfumature.

In latino cena è dunque in origine il momento in cui si fanno le porzioni e si taglia la carne, cibo non sempre consueto sulle tavole degli antichi. La cena è poi passata a indicare il pasto principale della giornata, inizialmente quello di mezzogiorno, poi, abbastanza presto, quello serale (che precedentemente prendeva il nome di vesperna): al pasto di mezzogiorno si dà poi il nome di prandium e alla colazione del mattino il nome di ientaculum.

Questa l’etimologia corretta, ma accanto all’etimologia scientificamente esatta c’è un’etimologia popolare che si è progressivamente diffusa fin da tempi antichi. Nel momento in cui i vecchi dittonghi ae, oe hanno perso la loro pronunzia originaria àe, òe, divenendo e e confondendosi quindi con la ē originaria (confusione che è presente nel latino popolare già all’età di Giulio Cesare e poi si estende sempre più largamente fino a raggiungere anche la lingua letteraria), si è cominciato a dire e scrivere coena in luogo di cena. Tecnicamente, è quello che prende il nome di ipercorrettismo: il parlante crede di usare una forma più elegante e raffinata, mentre in realtà usa una forma scorretta.

Anche con altri termini si sono prodotte confusioni simili (scena e scaena, o cepa e caepa “cipolla”, per esempio), ma nel caso di cena l’oscillazione è suggestiva, perché alla base della confusione c’è la volontà del parlante di accostare cēna alla parola greca koiné, che significava “comune” (quasi la coena fosse una koinè trápeza, una tavola comune), e quindi di ravvisare nella cena un momento in cui familiari e amici si ritrovano attorno allo stesso desco per condividere un pasto comune.

Il collegamento di coena con la parola greca è fortemente presente nella coscienza dei parlanti. Secondo Plutarco, storico e pensatore vissuto nel I secolo d.C., e autore, fra l’altro, di un breve scritto in greco Questioni conviviali, i Romani “chiamano cena (koiné) il pasto principale per via della comunanza (koinōnía): infatti i Romani di una volta mangiavano insieme con gli amici”. E come scrive Isidoro vescovo di Siviglia, vissuto nel VI-VII secolo e autore di un ampio trattato sulle origini delle parole (Origines), “la cena si chiama così dalla comunione di chi si ciba (coenam vocari a communione vescentium): infatti i Greci dicono koinón ‘comune’. Anticamente infatti era d’uso mangiare in aree comuni e prendere i pasti insieme, perché la solitudine non ingenerasse la lussuria”.

Il collegamento diviene ancora più stabile in ambiente cristiano, dove l’idea della cena comune è legata a quella della mensa eucaristica, in cui i fedeli condividono la comunione col corpo e col sangue di Gesù. Così la grafia scorretta ha sempre più ragioni per acquisire spazio, al punto che in quello che è stato per secoli il principale vocabolario di latino, il Lexicon totius Latinitatis messo a punto dal presbitero padovano Egidio Forcellini (XVIII secolo), per trovare notizie sulla parola si deve cercare coena e non cena.

Con ciò abbiamo la definitiva vittoria della forma scorretta su quella corretta. Ma per una volta vorremmo concedere venia all’errore linguistico e schierarci idealmente in favore dell’etimologia sbagliata, concedendole il merito di rappresentare in modo suggestivo il cenone di fine anno come un momento di convivenza e di partecipazione festosa e insieme malinconica: festosa in quanto apre a un nuovo inizio, e insieme malinconica, perché mette definitivamente in archivio un tratto di vita, con tutti i suoi ricordi e i suoi incontri.

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