STRUMENTI/ Eppure li leggono

Preferiscono libri o brani antologici? La risposta in un convegno, “Le vie di Europa”, che da sei anni coinvolge centinaia di preadolescenti nella lettura di grandi autori. SERENA AGNOLETTI

30.11.2012 - Serena Agnoletti
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Una parete di lavori realizzati durante il convegno "Vie d'Europa" del 2010

I ragazzini alle medie preferiscono libri o brani di lettura? La risposta è nella testimonianza di una professoressa e di un convegno,  “Le vie di Europa”,  che dai sei anni coinvolge centinaia di preadolescenti nella lettura di  grandi autori italiani e stranieri.

 

Iniziando l’anno scolastico, ho chiesto ai miei alunni di relazionare, a scelta, un libro letto durante l’estate, fra quelli da me indicati, o semplicemente un brano dell’antologia, sempre di quelli che erano stati loro assegnati come compito per le vacanze.

Sarà forse un caso, ma la stragrande maggioranza di loro (26 su 29), ha preferito relazionare un libro.

In realtà non credo affatto che si tratti di un caso; credo piuttosto che sia stato raggiunto lo scopo che si prefigge ogni insegnante e, penso, anche ogni estensore di antologie: invogliare gli studenti a leggersi l’opera completa da cui è tratto un singolo brano. Non c’è dubbio che se ne tragga una maggiore comprensione, un maggior gusto e una possibilità di incontrare più compiutamente la persona dell’autore e iniziare con lui un dialogo.

A dire il vero, credo anche che non sia estranea al raggiungimento di questo traguardo l’esperienza che i miei alunni hanno vissuto in questi anni partecipando a Le Vie d’Europa, il convegno promosso da Diesse Firenze e giunto alla sua settima edizione.

Le Vie di Europa

Ormai è noto ai lettori di Libertà di Educazione che si tratta di un’iniziativa volta a favorire nella scuola media  ogni anno l’approfondimento di un autore della letteratura europea (finora di quella inglese, dato che ogni classe è sicuramente implicata con la lingua anglosassone), dedicando parte delle ore di lezione ad un confronto con tale autore, lavorando con i propri studenti su alcuni testi integrali, fino a giungere alla stesura di un elaborato in lingua italiana o in lingua inglese oppure a una produzione di tipo artistico, che tenga conto delle tematiche dell’autore stesso e delle sue modalità di espressione. 

Tale lavoro vive il suo momento conclusivo in un convegno della durata di una mattina, con tanto di relazioni di esperti, esposizione degli elaborati artistici dei ragazzi, lettura drammatizzata di brani e/o poesie dell’autore scelto, premiazione dei vincitori del concorso annesso.

In poco tempo l’iniziativa si è imposta a livello nazionale, come documenta il numero dei partecipanti che è giunto dai duecentocinquanta con i quali si è partiti, ai novecento delle ultime edizioni. Ma soprattutto l’esperienza dei sei anni trascorsi ha fatto emergere alla consapevolezza di chi più si è coinvolto nell’iniziativa alcuni aspetti interessanti e validi per tutto il suo impegno come docente.

Se infatti entusiasma l’esperienza del convegno, il trovarsi convocati da tutta Italia, l’ascoltare la relazione di un esperto (normalmente riservata a studenti “più grandi”), il poter esporre le domande emerse dal lavoro in classe davanti a tutti, il vedere premiato il proprio operato giudicato meritevole; ancor più emerge come fondamentale il lavoro a scuola che precede tutto ciò, in grado di suggerire un metodo adeguato all’affronto di qualsiasi altro argomento.

In un certo senso, anzi, tutto il “merito” della riuscita dell’impresa sta proprio nel metodo.

Merito del metodo

Oltre che dalla nostra riflessione di docenti lo si ricava dalle reazioni degli alunni stessi.

Si rivela confacente al loro desiderio l’idea di “far amicizia” con un “autore”, di fare cioè conoscenza con una persona “autorevole”, alla quale porre domande, dalla  quale avere risposte da paragonare con la propria esperienza, e che può  avere qualcosa da suggerire per la propria vita.

Gli alunni imparano, a poco a poco, che per conoscere veramente qualcuno, occorre dargli del tempo, “convivere” con lui, partendo direttamente da quanto ci ha lasciato scritto, non certo da quanto di lui hanno detto i critici.

Imparano che per conoscere un altro occorre comprenderlo-ospitarlo dentro di sé, interrogandolo per quello che lui ha veramente voluto comunicare e che a questo si giunge per passi, che prevedono una collaborazione, un lavoro comune e guidato, che punti ad una verifica costante tra quanto si pensa di aver compreso, quanto hanno compreso i propri compagni e il testo stesso.

Imparano che per capire un altro occorre interrogarlo, farsi raccontare da lui: per questo occorre immedesimarsi in lui, ripercorrendone tematiche, modalità di soluzioni e, perché no, di scrittura.

Imparano inoltre che c’è un criterio per giudicare tematiche e soluzioni offerte ed è la propria esperienza, che viene così fatta emergere e paragonata.

Imparano, ancora, che c’è una misura più grande di quella che siamo soliti frequentare, che c’è un modo più maturo di affrontare la realtà e di esprimerla attraverso quella dote prettamente umana che è il linguaggio: lo si fa rielaborando, con modalità personale, temi e stile dell’autore. 

Imparano, infine, a sintetizzare il sapere maturato, producendo un elaborato che tenga conto di tutte le tappe del cammino.

Mentre avviene questo percorso di conoscenza, si sviluppa una possibilità di collaborazione e amicizia all’interno della classe: gli alunni, infatti, sono chiamati ad affrontare insieme un lavoro, crescendo insieme, imparando a conoscersi e a conoscere i propri compagni, ognuno con caratteristiche e capacità diverse, comprendendo l’importanza di una compagnia all’opera a partire da una consegna data, finalizzata a uno scopo e in grado di valorizzare, durante il cammino, le doti dei singoli, sino a far maturare una competenza documentata.

 

Una misura diversa

L’esperienza condotta con questa modalità, permette agli insegnanti di fare una scoperta fondamentale: il sogno nel cassetto che ognuno di essi coltiva di avere studenti all’ “altezza della situazione” si conferma possibile, anzi realizzato. Se mai ne avessero avuto il dubbio, ora sono confermati nella certezza che non ci sono ragazzi stupidi; semmai ragazzi demotivati o non sollecitati adeguatamente, attraverso testi e lavori impegnativi, degni di quella grandezza di cui non sono privi, ma che spesso sonnecchia, per pigrizia propria o indotta. Non c’è chi non possa dare e non dia il suo contributo, in idee, in capacità espressiva, in manualità, ma, prima ancora, non c’è chi non senta muovere il proprio io davanti all’umanità di un Padre Brown, al dilemma di un Amleto, alla scelta dolorosa e liberante di un Principe Felice, al cambiamento radicale di un Ebenezer Scrooge, al compito eroico e salvifico di un Frodo, all’obbrobrio di un Mister Hyde, alla presenza esigente e rassicurante di un Aslan.

Sì, perché questo sono messi in grado di affrontare i nostri ragazzi: autori del calibro di Tolkien, Wilde, Chesterton, Stevenson, Dickens, Lewis, Shakespeare!

Chi può credere ancora che essi siano relegati alle misure meschine cui li vorrebbe vedere costretti certa mentalità dominante: tutti veline o ballerini, rocchettari o calciatori?

La cosa ancora più entusiasmante, però, è vedere noi stessi (quegli insegnanti che tante volte sfogano il proprio malumore, con lagnanze più o meno giustificate nei confronti di un sistema balordo, di precarietà nel lavoro, di famiglie dissestate e genitori incapaci, di studenti svogliati, immotivati e irrecuperabili) godere del lavoro svolto e dei risultati che ha prodotto, allo stesso modo dei nostri alunni.

Sì, c’è una letizia che dice di un io che si è rimesso in movimento, che ha ritrovato il gusto dello studio, dell’impegno che comporta il confrontarsi con un autore abbandonato da anni o mai affrontato seriamente, di una creatività personale richiesta nell’impostare un lavoro con i propri studenti che esula dalla routine, di un confronto con altri colleghi della stessa disciplina, ma anche di altre, secondo una vera interdisciplinarità. Risulta evidente, infatti, che il lavoro è tanto più proficuo quanto più coinvolge docenti di Italiano, di Lingua Inglese, di Arte e, perché no, Musica e Tecnica.

Come risulta evidente che l’iniziativa prevede la finalizzazione delle conoscenze e abilità insegnate   ad un scopo, ad un compito unitario, degno di una vera Unità di Apprendimento, che permette la possibilità di far maturare e rilevare competenze documentate e pubblicamente valutabili negli allievi

Risultano anche sempre più importanti i momenti di aiuto reciproco tra i docenti partecipanti, che si esplicitano in momenti veri e propri di incontro (che quest’anno vorremmo facilitare con l’aiuto delle moderne tecnologie), ma anche attraverso la scambio di mail che fra molti cominciano a circolare per libera iniziativa.

 

Hanno detto

Dalle testimonianze che anche quest’anno sono arrivate, possiamo dire che anche Le Vie d’Europa non sono appena un’iniziativa, ma un evento vero e proprio che fa emergere (e-venio) un di più: un di più in umanità nostra e dei nostri alunni. Perciò concludo lasciando la parola ai docenti che hanno partecipato:

“Matura un tipo umano che sa stare davanti a tutto. Io, prima dei ragazzi, ho scoperto gli autori, si è trattato di un lavoro nuovo per me. Anche le parole dell’esperto non le ho prese in modo apodittico, ma come un servizio al mio lavoro. I lavori di gruppo fanno cambiare fisionomia alla classe. Avviene una conoscenza per esperienza mia e dei ragazzi”

“L’esperienza è andata crescendo in questi anni, come collaborazione con i colleghi e con gli studenti.”

“La realtà ci supera; dopo l’esperienza di un anno, sono i ragazzi che premono perché si ripeta. E’ interessante una didattica non per tecnicismi, ma per contenuti.”

“Ho riscoperto il rapporto con il collega di Italiano: imparavamo insieme a lavorare; ci siamo messi in gioco insieme, con l’appoggio dei genitori.”

“E’ diverso ora il rapporto con la classe con cui ho lavorato per Le Vie d’Europa rispetto alle altre.”

E i ragazzi:

“Ci siamo misurati non con un libro, ma con una persona. Abbiamo imparato ad andare a fondo.”

“Abbiamo acquisito competenze e ci siamo sentiti valorizzati.”

“Abbiamo cominciato a sognare in grande.”

“Ho imparato a immaginare di più.”

“Al convegno ho trovato risposta alle mie domande, così vera che non la scorderò mai.”

E infine, colta passando tra le file dei partecipanti all’ultima edizione:

“No! Siamo in terza, non potremo più venire alle Vie d’Europa! Perché non ci facciamo bocciare?”

Non ce ne sarà bisogno, cara amica: l’esperienza vissuta non si cancellerà e poi… alle superiori ti aspettano “I Colloqui Fiorentini”!!!

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