IL CASO/ Ammar, il jihadista italiano che “incanta” Repubblica (e noi)

- Renato Farina

“Repubblica” ha intervistato Ammar Bacha, musulmano. Abita a Cologno Monzese. E’ stato in Siria ma ora è tornato. Per lui la guerra santa è lottare per la giustizia. RENATO FARINA

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(InfoPhoto)

Qui dovrei commentare un’intervista a un signore che fa la guerra in Siria dalla parte dello Stato islamico. È uscita oggi su Repubblica. Il documento è impressionante. È una tragedia in molti sensi. In primo luogo perché fotografa il pensiero di una persona che non manifesta alcuna animosità, tranquilla, serena, forse persino felice. Felice di andare a combattere la guerra islamica, che considera l’assassinio e la decapitazione come “errori che non servono”, qualcosa che “non mi piace”, ma in fondo sono inciampi di poco conto, propagandistici ed estetici. Uno così con estrema calma, senza alcuno scrupolo, quando il fronte dovesse passare (o forse è già passato?) dalla Siria all’Italia, ci farebbe fuori tutti spinto dal dovere. 

L’altra tragedia è sul fronte di chi intervista e del giornale che ospita questa confessione (confessione nel senso forte di Agostino: dice chi è, disvela una identità). Qui forse la tragedia è persino più grande. Per quel che può valere, io ho molta stima professionale e umana di Paolo Berizzi, l’autore dell’intervista. Ho letto libri suoi in cui si immerge nello sfruttamento bestiale inflitto dai caporali che arruolano per stipendi infami muratori romeni alla periferia di Milano. Si immerge, si identifica, si commuove e commuove. Ecco: Berizzi è come “embedded”. Non è in ginocchio da “Ammar Bacha, Jihadista di ritorno” (si chiama così il miliziano in licenza), di più, lo avvolge nel profumo da mille e una notte di un racconto avventuroso, scolpisce un cameo di Capodimonte. Non esiste obiezione espressa al racconto, non c’è resistenza ma fascinazione. Se io fossi un giovanotto appena appena musulmano, chiederei come si fa ad arruolarsi. Anzi, come dice Ammar, non lo chiedo neanche. Basta andare su internet, trovi il modo. Parti, ammazzi e torni. O magari ti fai ammazzare, ma questa sì che è vita, ragazzi: battersi e rischiare la propria vita per qualche cosa di più che non l’happy hour o la fatica di andare a cercare un lavoro precario, o chissà che altro.

Si vede benissimo in questa intervista che c’è un pieno: il senso della vita (e specialmente della morte altrui) del musulmano, e l’inchino meravigliato e vagamente ammirato dell’italiano che ha studiato, che non sa francamente cosa opporre a queste certezze.

In questo caso Repubblica si comporta come involucro colorato di un uovo di Pasqua, da trattare con delicatezza per paura che si spacchi.

Trascrivo la titolazione, da fiaba incantata, oppure da dépliant per l’arruolamento volontario nel libero stato del califfo: Il racconto. Parla Ammar Bacha, da Cologno Monzese in Siria per combattere Assad: “Mi chiamano terrorista, ma io ho fatto solo quel che farebbe qualunque musulmano. Sbaglia chi uccide in quel modo i giornalisti”. Il jihadista “italiano” di ritorno dall’orrore. “Non taglio gole, voglio solo giustizia”. 

Nella sua quieta narrazione, sostiene di essere andato in Siria a difendere i civili. E quelli dello “Stato libero” che scannano i cristiani, e sequestrano e vendono come schiavi le donne e vogliono la conversione pena la morte? Nessuna domanda. Nessuna risposta. 

Se ne sta in un bar di Cologno monzese a giocare a carte, non ha paura di arresti. Spiega che Jihad “vuol dire esercitare il massimo sforzo”, non guerra. Ed è “una causa giusta”.

Sulla prima pagina di Repubblica c’è questo titolo: “La trincea dei missionari. Così combatte l’esercito della bontà”. Ho francamente pensato che fosse il richiamo di prima pagina a questo “racconto” fiabesco. Chi è più buono di Ammar, chi è più missionario di lui? Per fortuna, sulla medesima Repubblica appare la testimonianza di felicità nel dolore e nell’inermità offerta da chi come le suore trucidate in Burundi versa il proprio sangue, non quello degli altri. Ma siamo consapevoli che questa è la strada? Che lì c’è la nostra identità? Io sono certo che ciascun uomo, di certo anche Ammar, meriti di avere voce e di incontrare chi dialoghi con lui. Anche con empatia, perché no. Suor Lucia, suor Olga e suor Bernardetta, le tre saveriane assassinate, non avrebbero esitato a ospitarlo. Ma il male va chiamato con il suo nome. Non si afferma una fede con la violenza, un Paese non può ospitare come niente fosse e magari dare asilo politico a chi milita, con molta abilità mimetica, non c’è dubbio, tra i tagliatori di teste.   

Ancora. Che cosa ha da opporgli la grandissima maggioranza dei musulmani in Italia, considerati moderati? Ci piacerebbe saperlo. Concordano? Vale la domanda che ieri su Il Fatto quotidiano ha posto Mimmo Lombezzi: “”Perché di fronte ai sacrifici umani dell’Isis le esecuzioni, le lapidazioni delle donne e la cacciata dei cristiani, … perché i musulmani non scendono in piazza? Perché non urlano che la loro fede non ha nulla a che vedere con i tagliagole?”.

Come opporsi alla calma sicura e guerriera di questo islam violento? Viene in mente una frase di un grande prete. Non la virgoletto per rispetto: loro arriveranno con le scimitarre, li fermeremo con i nostri canti. Cioè sarà più forte il fascino della bellezza, gli uomini alla fine sterminano, uccidono, occupano, ma non riescono a soffocare questo canto. Questo non significa essere imbelli. Bisogna far valere i diritti, ma la forza di Cristo è mille volte Maometto: questi ha versato il sangue degli altri, Lui il suo sangue. 

L’occasione è propizia per rileggere insieme il testamento di un grande martire cristiano, assassinato dagli sgozzatori jihadisti algerini (con ottimi agganci a quel tempo con la moschea milanese di viale Jenner).

I trappisti del monastero di Notre Dame de l’Atlas in Tibherin (Algeria) avevano deciso di continuare a restare nel loro monastero anche se situato nella regione montuosa di Medea, che era ad alto rischio. Dom Christian de Chergé, priore del monastero, aveva scritto: “La nostra condizione di monaci ci lega alla scelta che Dio ha fatto di noi, che è per la preghiera e per la vita semplice, il lavoro manuale, l’accoglienza e la condivisione con tutti, soprattutto i poveri…”. I monaci, rapiti da terroristi armati la notte fra il 26 e il 27 marzo 1996, furono uccisi il 21 maggio 1996.

Ecco il testamento spirituale di Dom Christian, offerto ai tagliatori di teste (della sua testa).

“Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere oggi) di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo paese. Che essi accettassero che l’unico Padrone di ogni vita non potrebbe essere estraneo a questa dipartita brutale. Che pregassero per me: come potrei essere trovato degno di una tale offerta? Che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza dell’anonimato. La mia vita non ha più valore di un’altra. Non ne ha neanche meno. In ogni caso non ha l’innocenza dell’infanzia. Ho vissuto abbastanza per sapermi complice del male che sembra, ahimè, prevalere nel mondo e anche di quello che potrebbe colpirmi alla cieca. Venuto il momento, vorrei avere quell’attimo di lucidità che mi permettesse di sollecitare il perdono di Dio e quello dei miei fratelli in umanità, e nel tempo stesso di perdonare con tutto il cuore chi mi avesse colpito. Non potrei auspicare una tale morte. Mi sembra importante dichiararlo. Non vedo, infatti, come potrei rallegrarmi del fatto che questo popolo che amo sia indistintamente accusato del mio assassinio. Sarebbe un prezzo troppo caro, per quella che, forse, chiameranno la ‘grazia del martirio’, il doverla a un algerino, chiunque egli sia, soprattutto se dice di agire in fedeltà a ciò che crede essere l’islam. So il disprezzo con il quale si è arrivati a circondare gli algerini globalmente presi. So anche le caricature dell’islam che un certo islamismo incoraggia. È troppo facile mettersi a posto la coscienza identificando questa via religiosa con gli integralismi dei suoi estremisti. L’Algeria e l’islam, per me, sono un’altra cosa: sono un corpo e un’anima. L’ho proclamato abbastanza, credo, in base a quanto ne ho concretamente ricevuto, ritrovandovi così spesso il filo conduttore del vangelo imparato sulle ginocchia di mia madre, la mia primissima chiesa, proprio in Algeria e, già allora, nel rispetto dei credenti musulmani. Evidentemente, la mia morte sembrerà dare ragione a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo o da idealista: ‘Dica adesso quel che ne pensa!’. Ma costoro devono sapere che sarà finalmente liberata la mia più lancinante curiosità. Ecco che potrò, se piace a Dio, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i suoi figli dell’islam come lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria di Cristo, frutti della sua passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre lo stabilire la comunione e il ristabilire la somiglianza, giocando con le differenze. Di questa vita perduta, totalmente mia, e totalmente loro, io rendo grazie a Dio che sembra averla voluta tutta intera per quella gioia, attraverso e nonostante tutto. In questo grazie in cui tutto è detto, ormai, della mia vita, includo certamente voi, amici di ieri e di oggi, e voi, amici di qui, accanto a mia madre e a mio padre, alle mie sorelle e ai miei fratelli, e ai loro, centuplo accordato come promesso! E anche te, amico dell’ultimo minuto, che non avrai saputo quel che facevi. Sì, anche per te voglio questo grazie e questo ad-Dio profilatosi con te. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piace a Dio Padre nostro, di tutti e due. Amen!”

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