JIHADISTA ITALIANA/ Maria Giulia è in Siria e ordina di ucciderci: così “Dio ci ha visitato”

- Renato Farina

Mentre la polizia sgomina una cellula dell’Isis in Italia, i membri di un’intera famiglia convertita all’islam salafita vengono arrestati subito prima di partire per la Siria. RENATO FARINA

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Immagine di archivio

Impressionano le parole, ma di più le fotografie. Bisogna guardare i volti di queste ragazze e della loro madre prima e dopo la conversione all’islam salafita, a quell’intruglio nefasto di Corano e grida di guerra a cui ora si sono votate. Erano belle. Persino radiose. Ora sembrano inghiottite dal buio.

Non stiamo parlando dell’operazione di polizia condotta oggi e che ha portato all’arresto per presunto terrorismo internazionale di alcuni militanti dell’Isis, che reclutavano guerrieri e progettavano  attentati. Piuttosto abbiamo posto l’attenzione sulla storia di una giovane di nome Maria Giulia Sergio (oggi Fatima) e della sua famiglia che abita ad Inzago, un paese di undicimila abitanti nel milanese.

Maria Giulia-Fatima adesso è in Siria. E’ una delle donne dello stato islamico, combattente anch’essa, e sposa di un ragazzo albanese che con lei è stato inghiottito dalla voragine diabolica dell’assassinio su comando del califfo.

La storia è questa. Una sorella, Marianna, si sposa con un pizzaiolo marocchino. Da cattolica che era, dicono molto devota, si fa anch’essa islamica. Anche la sorella, Maria Giulia, si innamora e sposa un musulmano. Ma questo egiziano non è un buon musulmano. Piano piano le due sorelle si trasformano. Da un islam velato ma colorato, in fondo integrabile e integrato, sprofondano nel culto della jihad, la guerra santa. Anche la mamma li segue. Il padre si aggiungerà più tardi. Non sono introdotte in quest’altro islam fondamentalista in una moschea, ma attraverso Internet. Una storia che somiglia molto alla ragazza della Carolina del Nord, che era catechista, per curiosità vuol capire di più del perché ci siano uomini e addirittura bambini che sgozzano e decapitano persone che hanno il solo torto di essere cristiane.

Invece del volto pieno di paura e di pace dei cristiani copti assassinati sulle spiagge della Sirte, sono abbacinate dalla pura violenza, senza pentimenti, orgogliosa, quasi coreografica dei filmati.

Indossano il niqab nero, il velo che lascia liberi solo gli occhi. 

Giulia Maria-Fatima decide di sposare con matrimonio combinato un ragazzo albanese che decide anch’egli di seguire il destino del califfo. Si sposano a Treviglio, nella moschea adeguata al loro credo di soldati della morte. Partono il giorno dopo per la Turchia, da cui l’accesso al territorio siriano dello stato islamico è facilissimo, addirittura, a quanto pare, favorito dalle autorità.

E’ il settembre dell’anno scorso. Il califfato è stato proclamato da poco, il 29 giugno a Mosul, inaugurato con la strage di settecento sciiti liberati dalla prigione locale per essere ammazzati e bruciati, con i cristiani costretti alla fuga o se ribelli ammazzati. O (in pochi) rimasti come dhimmi, cittadini senza diritti e senza poter esporre i segni della fede, pagando una tassa pesantissima, salvo l’apostasia da Cristo.

Giulia-Fatima ha lunghe conversazioni al telefono via skype con la sorella Marianna. Inneggiano all’assassinio dei vignettisti di Charlie Hebdo. Giulia si esalta dinanzi alla bellezza delle mani mozzate, dell’uccisione dei miscredenti, e contagia con la sua gioia feroce Marianna e la madre. Infine anche il padre. Probabilmente progettano di trasferirsi in Siria per riunire la famiglia sotto il mantello protettivo e assassino di Al Baghdadi, il califfo.

Fatima è perentoria. Il califfo giura su Dio che i musulmani che risiedono nella “casa della guerra” (cioè in territorio d’infedeli) abbiano due sole possibilità per obbedire al Corano e salvarsi: 1) raggiungere immediatamente la “Casa dell’Islam”, cioè il luogo dove vige la sharia sotto la guida del califfo e dei membri della Shura segreta (cioè nello stato islamico), per combattere e ampliarlo; 2) se proprio è impossibile, devono uccidere i miscredenti, non sono ammesse deroghe.

Colpisce questo: la famiglia è originaria di Torre del Greco, ed erano in condizioni poverissime. Accettano l’invito ad emigrare di una compaesana. Le mette in contatto con la Caritas, con la parrocchia: e trovano assistenza. Il capofamiglia trova un lavoro regolare. Ed ecco cambiano, si infervorano non per Dio, ma per una nuova sicurezza, basata sull’odio per quelli che fino a poco prima erano fratelli nella fede.

Come si vede da questa storia, non è la miseria, l’emarginazione a spingere questa famiglia ad arruolarsi con il mostro islamico. Qualcosa d’altro. Non è una cosa umana. C’è la zampa di satana. Certo, questa società nichilista consegna un futuro senza ideali. Di sicuro la Chiesa non lascia trasparire il fascino di una vita nuova. Del resto siamo tutti poveretti. Ma qui scatta qualche altra cosa. Credo si possa combattere con la preghiera vissuta non solo quando si prega, ma sempre. Con la testimonianza data nei rapporti quotidiani, nella vicinanza a chi è solo e isolato. Anche nel dialogo, quando è possibile, con le comunità islamiche. 

Ma resta il mistero, un mistero che Dio consente, di certo perché alla fine venga un bene più grande. Lo dice Manzoni nei Promessi sposi. Ho trovato in quel libro meraviglioso una frase che non ricordavo. Fra Cristoforo arriva di corsa dal convento di Pescarenico nella casa di Lucia e della madre Agnese. Lucia piange, Agnese lo informa del sopruso dei bravi di don Rodrigo. Prima fra Cristoforo si inalbera e grida — lo si capisce — a Dio: fino a quando… Poi però tira le briglie al suo pur giusto furore e dice: “Dio vi ha visitate. Povera Lucia!”. Dio ci sta visitando con le persecuzioni dei nostri fratelli. Povera Giulia!

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