HIROSHIMA 70 ANNI/ 200mila morti e quel “miracolo” di 8 giorni dopo

- Renato Farina

Il 6 agosto 1945 alle 8.15, gli Stati Uniti sganciarono l”atomica su Hiroshima, mettendo fine alla guerra del Giappone. L’ipocrisia di una bomba servita alla pace. RENATO FARINA

giappone_hiroshima_atomicaR439
A Hiroshima (Infophoto)

Hiroshima, settant’anni fa. Ma io vado indietro, a qualche anno prima di quel 7 agosto 1945. Alla notte di uno scienziato preludio di quel mattino. Non ne faccio il nome, non vorrei indicare una persona per un’altra. 

In questi giorni mi ha tormentato una domanda. Ho scritto tormentato, ma esagero. Non sono un genio, dunque mi appare tutto lontano e sfocato, immedesimarsi è arduo. Però quella cosa è successa a dei miei fratelli uomini, non certo più malvagi di me. Come è stato possibile che penetrando la conoscenza della realtà, aprendo le molecole come una scatola di tonno, e poi gli atomi, coloro che ne sono stati capaci aprissero la loro mente anche solo all’ipotesi di farne una bomba micidiale per uccidere e ancora uccidere?

Non parlo di doverla usare, questa scelta è stata dei politici e dei militari. Penso proprio al momento preciso in cui la domanda di conoscenza, la curiosità che ci fa uomini, si sia coniugata con un’altra domanda: “è possibile fare di quello che stiamo scoprendo un’arma letale?”.

Prima ancora di dire sì o no, è il fatto stesso che sorga in una mente eccelsa, acutissima, umanissima, quel quesito a farmi dire: ma che cosa è mai l’uomo, da dove gli viene la capacità immediata di inquinare la luce della scienza con il bagliore della morte? Forse non era uno solo, anzi di certo la fiaccola del sapere è passata di mano in mano. Ad un dato momento però, un istante che mi gela e che non so, c’è stata quella scintilla. C’è stata ed è stata come il piccolo fuoco di un acciarino. Non si è spenta, ha attecchito. Altri si sono aggiunti con fascine di legna a consentire di approfondire il punto e di farsi dare l’ordinazione dai committenti politici e militari. 

Poi sono venute le giustificazioni, addirittura l’idealizzazione della bomba atomica.

Dopo di che la si usa.

Si chiama imperativo tecnologico. E’ una legge pratica, che non ha avuto mai eccezioni. Se il sapere si struttura nella possibilità di una applicazione, non c’è divieto morale o giuridico che tenga: lo si fa. Se è possibile, diventa incredibilmente necessario, doveroso, inevitabile. E’ la deriva inesorabile del male. Salvo un miracolo. Il miracolo per cui interviene un Fattore estraneo all’uomo e nello stesso tempo più umano dell’umano. Ciò per cui pregano i grandi santi e le anime semplici. 

Spero in questo.

Gli scienziati che hanno avuto l’idea hanno trovato ideologi pronti a giustificarli. Non parlo dei cosiddetti “esteti armati”, i teorici della purificazione bellica: secondo certi poeti da pattumiera le guerre sarebbero il taglio salutare di un bubbone che espelle in tal modo il pus nutrito dalla fiacchezza della pace. Costoro non hanno idea, almeno spero, di quanto male si concentri negli omicidi di massa. 

Ma no, io qui alludo agli ideologi buonisti, i quali hanno teorizzato prima e dopo l’uso che la bomba atomica ha risparmiato molte sofferenze. Sono stati fatti calcoli di quanti caduti avrebbe provocato il proseguimento della guerra contro il Giappone, e qualche tecnico ha fornite le sue tabelle assolutorie all’autorità politica. Sarebbe servita alla pace, quella bomba. Così come i bombardamenti a guerra finita di Dresda. Così come, due volte più tremenda e assurda, la bomba su Nagasaki, mentre l’Imperatore era sul punto di arrendersi (una bomba gettata sull’unica città cattolica del Giappone, per punire il Papa: sono e resto convinto di questo, per non essersi schierato nettamente con gli alleati). 

Dopo settant’anni il pensiero per le vittime e i carnefici di Hiroshima è una preghiera che nasce da un giudizio. Una domanda di perdono. Una supplica che la Madonna tenga la mano sulla testa a questa umanità che non è cattiva, vorrebbe il bene, ed è trascinata da qualcosa di misterioso verso l’abisso.  

In questo stesso mese di agosto, il 14, saranno 74 anni dal sacrificio di Massimiliano Maria Kolbe, che nel luogo dell’orrore senza pari, ad Auschwitz-Birkenau, accettò non di uccidere ma di morire per amore. Un anniversario meno rotondo, una data minore. Una fiammella d’amore che per me è più potente, più nuova, più profetica del fungo di Hiroshima.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori