ATTENTATO A MONACO/ La misericordia di Francesco ha bisogno di “missionari” nuovi

- Renato Farina

Il terrorismo ha colpito di nuovo, stavolta a Monaco di Baviera: 9 morti e 20 feriti. Jihadismo o estrema destra? L’unica strada è la rinascita di una coscienza comune. RENATO FARINA

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Il fast-food di Monaco in cui è cominciato tutto (LaPresse)

Il primo dovere di una democrazia è di garantire la sicurezza dei propri cittadini. Di questi tempi, appare un’utopia. Non ci sono recinti sicuri. Il nemico spunta oltre le difese dei muri e delle barriere, è già dentro mentre la polizia sorveglia le entrate. E’ accaduto, sta accadendo a Monaco di Baviera. Il terrorismo ha colpito rudemente la Germania, per la prima volta in questo millennio, mentre i siti jihadisti, prima ancora che sia chiara l’identità ideologica degli assalitori, esultano. Come avvoltoi i seguaci del califfo si appropriano e si nutrono dei cadaveri di tranquilli acquirenti dei panini economici a McDonald’s, seduti ai tavolini o in fila per le patate fritte, nel centro commerciale Olympia. Il numero dei morti è di 8, 9 se contiamo l’attentatore suicida. La notte di Monaco è stata un incubo di guerra, strade deserte percorse dalla polizia, a caccia di due-tre killer pronti ancora ad ammazzare.
Anche se ogni giorno ci aspettiamo accada qualcosa di orribile, la frequenza di questi atti, la loro apparente casualità di luogo, mezzi di morte, bersagli riesce ancora a meravigliarci. Per fortuna. In questa distanza tra ciò che vediamo e ciò che speriamo per tutti, anche per chi non conosciamo e per cui sentiamo dolore vedendolo riverso, sta lo spazio di una rinascita.
Ci  stupiamo che le scene orribili di Nizza non abbiano spento la voglia di uccidere gente inerme. Da dove può scaturire un odio così totale verso degli esseri umani come te, dei quali non sai il nome, che cosa stanno pensando, di che volontà di bene sia pieno il loro cuore? Li hai visti schiacciati da un camion una settimana fa, non ti basta quello scempio? No, ne vuoi ancora…
C’è di mezzo qualcosa di diabolico, perché l’uomo da solo non può essere così cattivo. Siamo capaci di male, ma tanta ripetuta, emulata freddezza, calcolata crudeltà, è impossibile sia solo roba nostra. La sapienza apostolica di San Pietro già invitava a guardarsi dal Demonio, che “come leone ruggente si aggira cercando chi divorare”. Più che leone adesso diremmo che questo Satana è una iena.
Esso può essere tenuto lontano e sconfitto solo da qualcosa di più forte degli Stati in assetto di guerra (anche se è necessario): occorre il rinascere di una coscienza religiosa, l’uscita da un fatalismo idiota, da un modo di pensare la realtà e di viverla attenti solo all’amor proprio, a cavarsela. Senza una scossa della nostra cultura e del nostro stile di vita, possiamo tranquillamente appendere il cartello “the end” fuori dalla porta della nostra civiltà, che prima di essere fatta fuori dai terroristi ha in se stessa i germi della sua decomposizione. La voce del Papa che indica la strada nella misericordia di Dio ha bisogno di umili missionari. Non si vede altra via.

In queste ore, non conosciamo l’origine specifica di questo attentato. I titoli dei giornali usciti nella notte non hanno osato pronunciare l’attributo “islamico” accanto al sostantivo “terrorismo”. Ci sono elementi inquietanti nella coincidenza simbolica con la strage norvegese di Utoya accaduta esattamente cinque anni fa, dove furono uccisi 77 giovani da un estremista di destra, Anders Breivik. Ora pare che uno degli attentatori abbia rivendicato con orgoglio di essere tedesco e abbia maledetto i “fottuti turchi”. Come dire: io non sono straniero, ho il pieno di diritto di fare il mestiere dell’assassino in casa mia.
Che assurdità abominevole. Ma è identicamente orribile se — come ha raccontato una testimone — il commando ha iniziato la carneficina urlando “Allah Akbar!”. Che differenza c’è per chi piange i suoi morti?
Questa stessa altalena di ipotesi spiega molto bene che il nostro mondo è in balia di forze mostruose. Che di certo chiedono alle autorità misure di difesa meno gracili e impotenti del presente. Non è questione di far girare più autoblindo, ma di smetterla di litigare tra Paesi europei che non si passano le informazioni di intelligence, e non hanno la forza di accordarsi per una strategia comune. Istituendo anche corsi, come in Israele, di educazione alla reazione da avere in presenza di aggressioni terroristiche.
Di certo, rispetto a quel che accade, le polemiche meschine e personalistiche di casa nostra, le beghe di partito e di fazione, emergono per quel che sono: miseria, paccottiglia. Anche in politica, oggi più che mai, c’è bisogno di autorità naturali magnanime, con l’anima grande, che vedano oltre i conti della propria botteguccia, e sappiano radunare non masse indistinte e paurose, ma un popolo consapevole della sua storia e del suo desiderio di una vita buona.



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