L’INTERVISTA/ Pecoraro Scanio: turismo alpino, come farlo diventare sostenibile

- int. Alfonso Pecoraro Scanio

L'ex ministro Pecoraro Scanio chiede interventi coordinati per rispettare la montagna. E un turismo capace di usare i nuovi strumenti tecnologici

Pecoraro Scanio Alfonso Lapresse1280 640x300.jpeg Alfonso Pecoraro Scanio (Lapresse)

“La nuova montagna, e il nuovo turismo, non solo in montagna, dovrebbero iniziare col piede giusto, nell’ottica di una transizione ecologica e digitale. Il tema di sempre è l’equilibrio, perché non tutte le montagne sono uguali: posta la loro generale fragilità, vi sono le zone dei parchi, che devono assolutamente preservare la loro integrità, le specificità, e quindi negano qualsiasi possibilità d’intervento. Ma ve ne sono altre dove l’elevata antropizzazione consente di agire in modo diverso. Ma tutto deve avere dei limiti”.

Di questi limiti parla Alfonso Pecoraro Scanio, avvocato, già presidente dei Verdi, ministro all’Agricoltura, e poi ministro all’Ambiente e alla tutela di territorio e mare, oggi presidente della fondazione Univerde e docente alle lauree di turismo di Milano Bicocca, Roma TorVergata e Napoli Federico II.

Forse questo è uno snodo fondamentale: da dove possono arrivare questi limiti?

Ad esempio dalla Convenzione delle Alpi, siglata nel 1991 a Salisburgo da Svizzera, Francia, Austria, Germania Liechtenstein e Italia, gli Stati alpini, e la partecipazione di una rappresentanza dell’Unione Europea, che per la prima volta riconosceva l’unità territoriale alpina e la necessità di garantire sviluppo e politiche di tutela comuni. Dopo qualche anno ai Paesi primi firmatari si aggiunsero anche Slovenia e Principato di Monaco: l’arco alpino fu completato. Di fatto era, ed è, un trattato che condivide l’importanza delle aree montane anche per la pianura, definisce le responsabilità nei confronti del mondo alpino e attira l’attenzione sulle potenzialità e le sfide per lo sviluppo del patrimonio naturale, culturale e sociale.

Qual è l’obiettivo?

L’obiettivo è la valorizzazione del patrimonio comune delle Alpi e la sua cura per le future generazioni attraverso la cooperazione transnazionale tra i Paesi alpini, le amministrazioni territoriali e le autorità locali. Probabilmente questa Convenzione non è molto conosciuta. A dir poco. Dal ’91 trascorsero parecchi anni e solo tra il 2006 e il 2007, quando ero ministro prima alle Politiche forestali, poi all’Ambiente, riuscii ad ottenere il consenso della settima conferenza (riunita ad Innsbruck) e nominare un italiano, Marco Onida, alla segreteria generale, che rimase in carica dal 2007 al 2013. Non era un compito facile: ovviamente non si diramavano direttive impositive, ma si indicavano percorsi sostenibili di tutela dell’arco alpino e delle sue delicate peculiarità.

Può fare qualche esempio?

Be’, la Convenzione prevede che i Paesi alpini si impegnino ad adottare misure specifiche in 12 ambiti tematici: popolazione e cultura, pianificazione territoriale, qualità dell’aria, difesa del suolo, acqua, protezione della natura e tutela del paesaggio, agricoltura di montagna, foreste montane, turismo, trasporti, energia e rifiuti. Sono protocolli in vigore dal 2002. Nel 2006 riuscimmo ad inserire anche i cambiamenti climatici e nel 2007 arrivammo a far incardinare il riconoscimento delle Dolomiti quale patrimonio Unesco.

Ma, come si dice, tutto questo è stato seguito da una concreta messa a terra?

La Convenzione traccia la strada, ma la lascia alle sensibilità regionali. Vero è che si tratta di un lavoro ampiamente sottovalutato, per non dire volutamente ignorato per motivazioni politiche, per inerzia, per uno sterile protezionismo locale.

È una strada che va nella direzione della sostenibilità delle terre alte?

Certamente sì, con l’obiettivo di allungare le stagioni turistiche, in modo da evitare i fenomeni di overtourism che si continuano a registrare. Credo vi siano realtà, destinazioni costruite appositamente per un turismo massivo, come ad esempio sulle coste romagnole. La montagna però è un regalo naturale: qui i limiti sono indispensabili, e flussi e fenomeni vanno governati. Le iniziative vanno bene, ma con la dovuta prudenza.

Lei, con Univerde, ha lanciato anche la rete Ecodigital. Di cosa si tratta?

EcoDigital è una rete di attivismo civico che offre una piattaforma comune a tutti coloro che vogliono contribuire a contrastare la crisi climatica sfruttando il digitale come occasione per allargare la platea di persone che vogliono fare qualcosa di concreto per salvare il pianeta. Uno spazio che permetta di unire le forze per realizzare progetti innovativi che fondano la tradizione con la tecnologia. Collegare la transizione ecologica a quella digitale per far sì che la nostra società si evolva rispettando la giustizia sociale e climatica. O si fa questa transizione, o l’Italia perde una grossa occasione e diventa un Paese arretrato e più indebitato, anche perché i soldi del Pnrr sono presi a prestito. Una delle prime proposte è avere un responsabile della transizione EcoDigital in tutti i Comuni d’Italia.

Come si può tradurre questa transizione eco-digitale nel turismo?

Lo si potrebbe fare subito. Abbiamo già a disposizione gli strumenti necessari, ad esempio, per informare i turisti sulla saturazione della destinazione scelta, in modo che possano decidere di evitare gli intruppamenti e dirigersi altrove. Da tempo nelle città funziona il car sharing, la mobilità intelligente: dal cellulare si vede se c’è un mezzo disponibile nei paraggi, lo si prenota e lo si usa. Perché non fare lo stesso con le località? Si accede a un sito dedicato, ci si informa sugli eventi previsti, sui flussi e via dicendo, e si prenota la visita.

Cosa manca per usare questi strumenti?

La realtà è che nel turismo, ma non solo, c’è una scarsa attitudine all’organizzazione. Ed invece è indispensabile se si vuole raggiungere la difficile alchimia che mescola tradizione e innovazione. Io faccio spesso l’esempio dell’Abruzzo, dove esiste un rapporto uomo-natura invidiabile, dove perfino la convivenza con gli orsi non reca problemi, come invece accade in altri territori, che non hanno saputo governare la vicinanza. E proprio l’Abruzzo è stato uno dei primissimi soci del progetto APE, Appennino parco d’Europa, un progetto nei confronti della politica di valorizzazione del territorio, a partire dal sistema delle aree protette. Quando si dice “parco” si evocano subito i niet ad ogni nuovo intervento infrastrutturale. Credo che quello che c’è basti, solo bisognerebbe fosse gestito meglio. Occorre arrivare ad un più intelligente consumo del suolo, e in fretta, se non si vuole superare la soglia di non ritorno.

Quindi pensa anche che le recenti limitazioni imposte ad esempio in Alto Adige siano necessarie?

Io non voglio nessun numero chiuso, ma più programmazione sì. Tra l’altro, come si potrebbe applicare il numero chiuso? Costringendo forse albergatori con stanze vuote a rinunciare all’accoglienza di nuovi ospiti perché il limite è stato già raggiunto? Meglio un numero programmato, da diluire il più possibile tra località e date, con indicatori digitali sempre aggiornati in grado di fornire ai potenziali turisti le info sulle quali basare le proprie scelte. L’informazione è basilare, sia ambientale che più propriamente turistica, ed è un asset che è già nelle corde dei giovani, disposti per indole generazionale a un turismo fluido, sul tipo: vorrei andare là, ma se mi dicono che là c’è superaffollamento, cambio e vado lì. Ma bisogna fare ancora molto, vanno migliorate e potenziate le DMO, le destination marketing organization che l’Organizzazione Mondiale del Turismo ha designato quali responsabili della gestione coordinata di tutti gli elementi che compongono una destinazione (attrazioni, accesso, marketing, risorse umane, immagine e prezzi). E vanno aiutate le strutture pubbliche a programmare, vanno accompagnate al rinnovamento necessario per arrivare davvero ad un turismo sostenibile.

Dice strutture pubbliche, ma intendendo chi e cosa esattamente?

Questo è un altro problema, perché in Italia il turismo ha tanti timoni, quindi nessuno. Ogni regione va avanti per suo conto, il ministero non si sa bene cosa dovrebbe fare, l’esperimento del portale Italia.it è stato fin da subito un fiasco: insomma, andrebbe assolutamente rivista la ripartizione delle competenze, anche perché le Regioni somigliano sempre più ad Asl, vista la preponderante spesa delle risorse economiche destinata alla sanità. Nel frattempo, ancora oggi mancano coordinamento e organizzazione, mancano perfino i dati sui flussi in tempo reale. Così è impensabile pretendere alcuna sostenibilità.

(Alberto Beggiolini)

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