LOTTA AL CONTANTE/ L’affare per banche e Stato pagato dai contribuenti

- Paolo Tanga

L’evasione a 100 miliardi è poco verosimile. E l’accanimento del governo contro il contante introduce nuovi balzelli più o meno occulti

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LaPresse

Tanto accanimento contro l’uso del contante non mi convince, pertanto sono stato stuzzicato ad approfondire gli studi e i dati disponibili. Nel 2016 la Banca centrale europea (Bce) ha condotto un’indagine sull’utilizzo, da parte dei consumatori, degli strumenti di pagamento con l’obiettivo di stimare valore e volume dei pagamenti in contanti rispetto agli altri. Nell’indagine sono state incluse tutte le transazioni effettuate nei punti vendita al dettaglio con esclusione delle bollette, delle automobili, dell’e-commerce eccetera, che, invece per importo, rappresentano la parte preponderante dei corrispettivi.

E’ stato evidenziato che la domanda di contante ha continuato a crescere contemporaneamente all’offerta di nuovi strumenti di pagamento, come ad esempio la possibilità di pagare con gli smartphone. L’uso degli strumenti elettronici per i pagamenti è aumentato in tutto il mondo, anche se non si hanno evidenze di una sostituzione del contante, verosimilmente perché le banconote vengono utilizzate anche come riserva di valore.

I risultati delle verifiche evidenziano che nel 2016 circa il 79% di tutti i pagamenti nei punti vendita è stato effettuato in contanti, ma in valore i contanti rappresentano solo il 54%. In Italia l’uso della moneta legale ha riguardato l’85,9% delle transazioni e, in valore, il 68,4%. Bisogna tener conto che il valore medio unitario delle transazioni italiane rispetto all’area euro è significativamente più basso: all’aumentare dell’importo della transazione decresce la quota di pagamenti effettuata in contanti; infatti, per i pagamenti di importo superiore a 100 euro, che rappresentano solo l’1,7% delle transazioni rilevate, sono stati utilizzati prevalentemente strumenti alternativi al contante.

Sintetizzando, i pagamenti per le transazioni di importo infimo, soprattutto in Italia, vengono effettuati in contanti, quelli di importo più elevato vengono eseguiti con altri strumenti. Le banconote di importo più elevato vengono utilizzate prevalentemente come riserva di valore, come dimostrato nei primi anni di introduzione dell’euro. In Italia, infatti, come ho già scritto, i tagli da 100 euro e superiori sono rimasti inutilizzati dal 2002 e riversati alla Banca d’Italia a partire dal 2011.

La penalizzazione del contante avviata dall’attuale governo cosa potrebbe determinare? I dati statistici ci dicono che se si sostituisse tutta la valuta legale con gli altri sistemi di pagamento avremmo un incremento delle transazioni alternative al contante del 609,2%, mentre in termini di valore l’aumento sarebbe pari a poco più del doppio, con un incremento del 216,4% (690 miliardi di euro) . Di contro, i costi di gestione del sistema dei pagamenti aumenterebbero con percentuali inverse, perché, in base ai dati rilevati, i singoli trasferimenti senza contanti sono mediamente di importo triplo rispetto a quelli in contante e consentono perciò di ottenere una remunerazione in commissioni tripla rispetto a quella ottenibile dall’estensione a tutti i pagamenti. Ne consegue che i soggetti legati ai sistemi di pagamento si troverebbero a gestire un volume di attività quadruplicato, a fronte di commissioni soltanto triplicate, cioè, per loro, più il valore delle singole transazioni si abbassa e meno conveniente appare l’estensione dell’alternativa al contante; il vantaggio si avrebbe dal noleggio delle apparecchiature a una platea più vasta di soggetti obbligati a munirsene.

E’ bene tener presente comunque che, aggiornando i dati al 2018 (vedi tabella sotto), al passivo della Banca d’Italia compaiono banconote in circolazione per 198 miliardi di euro; le operazioni con strumenti di pagamento diversi dal contante ammontano invece a complessivi 9.502 miliardi di euro, delle quali quelle eseguite con carte di pagamento sono poco al di sotto dei 230 miliardi di euro. Il contante – che genera un ammontare di transazioni triplo (690 miliardi di euro) – evidentemente continua a essere utilizzato come riserva di valore, sia pure per importi più modesti rispetto al passato, avendo rilevato, come indicato più sopra, una riduzione nella richiesta dei tagli più elevati a partire dal 2011.

Da quanto precede appare inverosimile la riconduzione di un’evasione fiscale e di attività illecite che superino addirittura i 100 miliardi di euro all’uso del contante. E’ invece possibile che la linea strategica dell’attuale governo sia più articolata e anche poco trasparente nei confronti della popolazione.

Partiamo dal dato delle commissioni bancarie, le quali non derivano solo da quelle fatte pagare agli esercenti (noleggio apparecchiature, canone mensile, costi fissi o percentuali), ma anche da quelle legate all’utilizzo dei terminali di una banca piuttosto che di un’altra. Questi trasferimenti tra banche incrementano l’ammontare complessivo delle commissioni e sono da assoggettare all’Iva del 22%, ma non teniamone conto.

Se calcoliamo una commissione onnicomprensiva addebitata agli esercenti pari al 2%, si perviene a un valore di 4,6 miliardi di euro sui trasferimenti di beni e servizi pagati con mezzi diversi dal contante a favore degli istituti interessati (le commissioni contabilizzate dalle banche nel 2018 ammontavano a 31,4 miliardi di euro, oltre 6,9 di Iva. I 4,6 miliardi di euro hanno generato Iva per 1,01 miliardi di euro). Ridurre il contante a sola riserva di valore disincentivandone l’utilizzo genererebbe ulteriori commissioni per 13,8 miliardi di euro – che al netto dei modesti costi dispiegano utili soggetti a tassazione sul reddito d’impresa – e altra Iva pari a 3,04 miliardi per un totale di 16,84 miliardi che gli esercenti verosimilmente scaricheranno sui prezzi. Questi ultimi verranno anche maggiorati dell’Iva aggiuntiva, che farà conseguire allo Stato un introito variabile da 1,68 miliardi a 3,70 miliardi secondo l’aliquota Iva da applicare.

Perciò complimentiamoci con chi propone l’abolizione del contante. La manovra consente di affermare di non aver elevato le aliquote Iva, ma:

a) aumentano le commissioni per 13,8 miliardi di euro a favore delle banche e conseguentemente le entrate fiscali connesse a tale incremento (oltre 4 miliardi se ipotizziamo un’incidenza del 29% sul lordo e avendo riguardo all’invarianza dei costi);

b) aumentano gli introiti Iva al 22% in relazione a dette commissioni di oltre 3 miliardi;

c) aumentano gli introiti Iva sul prezzo inflazionato dalla traslazione delle commissioni dagli esercenti ai consumatori, intorno a 3 miliardi, per cui la maggiorazione delle entrate fiscali raggiungerà i 10 miliardi di euro, delle quali 6 miliardi per Iva;

d) il costo per i consumatori sarà in termini di maggiore inflazione (che purtroppo avrà un effetto domino), partendo da un esborso iniziale intorno ai 20 miliardi di euro.

Non sarebbe stato meglio sopportare l’aumento dell’Iva per 23 miliardi di euro? Sarebbe stata scongiurata l’inflazione e si sarebbero evitati gli ulteriori balzelli per i quali non esiste nemmeno unità di intenti all’interno della compagine governativa.

STRUMENTI DI PAGAMENTO DIVERSI DAL CONTANTE NEL 2018 (fonte: Appendice alla Relazione Banca d’Italia)
VOCI NUMERO IMPORTO
migliaia composiz. % milioni composiz. %
Assegni 152.193 2,3 409.780 4,3
Bonifici/Disposizioni d’incasso, di cui 2.631.430 39,2 8.862.170 93,3
Bonifici 1.450.051 21,6 7.831.794 82,4
Disposizioni d’incasso 1.181.379 17,6 1.030.376 10,8
Operazioni con carte pagamento Pos 3.915.957 58,5 229.677 2,4
Totale 6.699.580 100,0 9.501.626 100,0
BANCONOTE IN CIRCOLAZIONE 198.089

 

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