MADE IN ITALY/ Le Fiere in terapia intensiva: l’ora del risiko (e degli investimenti)

- Nicola Berti

Il prolungarsi dell’emergenza Covid aumenta la pressione sullo strategico settore delle fiere. Che devono cercare di uscire dalla crisi

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La terza ondata Covid prolunga e aggrava la permanenza in terapia intensiva per il settore delle fiere, strategico per il Made in Italy. I dati diffusi dall’Aefi – che associa 39 poli fieristici italiani – sono drammatici: nel 2020 la pandemia ha bruciato l’80% del miliardo di fatturato prodotto l’anno prima. Gran parte dei mille eventi in programma (fra cui storici marchi globali come il Salone del Mobile di Milano o il Vinitaly di Verona) hanno dovuto cancellare le loro edizioni. E i primi tentativi di digitalizzare le manifestazioni non hanno potuto dare che risultati economici simbolici.

Il 2021, alla svolta del primo trimestre, non si profila incoraggiante come negli auspici. Con l’Italia in zona rossa fino a Pasqua i primi rinvii al 2022 non si sono fatti attendere ed è tornato virtualmente in bilico l’intero calendario di un anno che avrebbe già dovuto segnare un rimbalzo. L’emergenza delle Fiere italiane non è più uno dei tanti “cahier des doleances” lasciati dal forte contraccolpo recessivo della pandemia. Uno dei principali “portali” del Made in Italy rischia di uscire prostrato da due anni di crisi-Covid: anzitutto per i 120mila occupati diretti e indiretti  (senza considerare l’indotto turistico). Ma il rischio vero è che vengano dispersi tutti gli asset immateriali accumulati nei decenni dalle fiere nazionali: la forza di attrazione di 20mila espositori e 20 milioni di visitatori all’anno; la capacità di “matching” (è stimato in 60 miliardi il fatturato generato dal circuito delle “exhibition” italiane).

Come affrontare la crisi delle Fiere? Negli ultimi dodici mesi la sola strategia di settore si è concretizzata nell’accesso a linee di credito d’emergenza accordate dalla Cassa depositi e prestiti. Nelle ultime settimane, il presidente dell’Aefi, Maurizio Danese (Veronafiere), ha battuto con forza un tasto unico: lo Stato deve sbloccare oltre 400 milioni di aiuti pubblici già stanziati dei decreti via via varati dal governo Conte-2, ma erogati solo in minima parte. Secondo Danese vanno emanati senza più indugio i provvedimenti attuativi e questo senza preoccupazioni per eventuali obiezioni Ue (la Germania si è appellata – per lo stesso dossier – a clausole di “calamità naturale”).

È un pressing, quello del leader Aefi, che poggia su un assunto strategico: il network delle fiere italiane presta una sorta di “servizio pubblico” all’Azienda-Italia e quindi merita il supporto pieno del bilancio statale (Mise ed Esteri). Fino ad alcuni anni fa, in effetti, la cornice era convalidata dal fatto che le fiere italiane erano enti pubblici. Ma la “foresta pietrificata” non è più tale già da tempo: tutti i grandi poli si sono trasformati in Spa e due “major” come Fieramilano e Ieg sono approdate alla quotazione di Borsa (la seconda dopo una fusione fra Vicenza e Rimini). Gli enti pubblici continuano a punteggiare in modo importante gli azionariati: Fieramilano Spa (presieduta dal leader di Confindustria Carlo Bonomi) ha come azionista di maggioranza una Fondazione, in cui gli stakeholder principali sono Regione Lombardia, Comune di Milano e Camera di commercio metropolitana di Milano, Lodi e Monza-Brianza. In Ieg primo socio è una holding partecipata da Comune, Provincia e Cdc di Rimini. Proprio dalle due Fiere quotate sono comunque giunti segnali d’iniziativa diversi dalla semplice attesa di sussidi pubblici.

Fieramilano, dopo la chiamata di Luca Palermo come nuovo Ceo, ha da poco ufficializzato un piano industriale triennale improntato alla difesa proattiva: in cui è stata inequivocabile l’apertura ad aggregazioni strategiche, supportata da un budget di investimenti fino a 125 milioni. Ieg è invece da mesi in colloqui di fusione con BolognaFiere (controllata da Comune e Area Metropolitana di Bologna, oltre a Cdc e Regione Emilia-Romagna): un piano nato sotto gli auspici diretti dei governatori Stefano Bonaccini e Luca Zaia. Questi hanno chiesto assieme al ministro dell’Economia (allora Roberto Gualtieri) di considerare un investimento della Cdp nell’azionariato della società unica in cantiere: ciò anche in linea con l’intento del cosiddetto “decreto Liquidità” di promuovere l’intervento della Cassa in operazioni di ricapitalizzazione di ogni impresa italiana che lo richiedesse.

È un orizzonte – quello disegnato da ambedue i “cantieri” aperti – quasi agli antipodi dell’appello “statalista” di Aefi. È una linea strategica che sembra partire dalla realtà di un settore in via di tendenziale consolidamento già prima della rottura epocale portata dal Covid. Ed è una dinamica risolutiva che pare più congruente con i concetti fondanti della “Draghinomics”: per la quale i “sussidi” alimentano “debito cattivo” e quindi vanno minimizzati a vantaggio degli “investimenti” (capaci invece di valorizzare e ripagare ogni “debito buono”). È quindi assai più probabile che nel Recovery plan nazionale troveranno spazio incentivi a processi di fusione/acquisizioni – a partire dagli investimenti di soci vecchi e nuovi, meglio se privati o di settore –  piuttosto che contributi-tampone, ex post a fondo perduto. Ed è più verosimile che a un Fiera veda finanziato un progetto specifico di digitalizzazione piuttosto che generiche azioni di “internazionalizzazione”.

Che il settore sia tutt’altro che “sleeping”, di fronte alle sfide del momento, lo ha comunque confermato nei giorni scorsi Annalisa Sassi, presidente degli industriali di Parma, azionisti di Parmafiere assieme a Credit Agricole Cariparma, Comune, Provincia e Camera di Commercio.  “Su Fiera e Aeroporto siamo aperti al dialogo con chi porta valore”, ha detto in un’intervista. Una disponibilità ad aprire tavoli indirizzata con tutta evidenza a raggiera, in tre direzioni: Milano, Bologna e Verona. Attorno all’Arena, in particolare, il sistema cittadino deve decidere e breve su un aumento di capitale da 30 milioni. Un’operazione già andata deserta due volte nel corso del 2020. Il Comune sembra infatti intenzionato a diluire la sua quota di maggioranza relativa, mentre fra gli azionisti privati per ora solo Fondazione Cariverona (secondo socio) ha dato una disponibilità di massima a intervenire: ma a condizione di inserire Veronafiere nel grande risiko nazionale ormai in corso, con la bussola puntata sull’approdo in Borsa.

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