MANOVRA & LAVORO/ Tante risorse che lasciano indietro l’occupazione dei più fragili

- Natale Forlani

Nonostante i buoni propositi e il volume delle risorse, nella manovra vi sono politiche del lavoro troppo simili a quelle fallimentari degli ultimi 10 anni.

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LaPresse

La Legge di bilancio 2022, che sarà approvata in via definitiva nella giornata odierna, contiene numerosi provvedimenti di politica per il lavoro con l’intento di fornire una cornice di riferimento a tutti gli attori, a partire dalle imprese, dai lavoratori e dalle loro rappresentanze, che sono a vario titolo coinvolti nella gestione di una complessa fase di transizione economica destinata a modificare radicalmente le caratteristiche della produzione e del mercato del lavoro. Una transizione che comporterà anche la gestione di rilevanti costi sociali che derivano dalla perdita involontaria del lavoro per milioni di persone, associata alla progressiva obsolescenza di molte professioni generata dalle innovazioni tecnologiche e dalle trasformazioni delle organizzazioni produttive.

Gli interventi contenuti nella Legge di bilancio vanno pertanto valutati in parallelo a quelli predisposti con il Piano nazionale di resilienza e di ripresa, finanziato con le nuove risorse europee e finalizzato a potenziare la componente degli investimenti per la transizione ecologica e ambientale. Nell’ambito del quale viene dedicato uno specifico capitolo alle politiche attive per il lavoro per la finalità di adeguare i servizi di orientamento e le competenze delle risorse umane ai nuovi fabbisogni e di rendere sostenibile la mobilità del lavoro.

I provvedimenti contenuti nella nuova Legge di bilancio possono essere sintetizzati in tre ambiti: quelli destinati ad alleviare i costi della potenziale, o reale, perdita del lavoro; quelli finalizzati a rafforzare la modalità e gestione delle transizioni lavorative; il sistema degli incentivi rivolti alle imprese per facilitare le nuove assunzioni.

La riforma degli ammortizzatori sociali, finanziata con una dotazione aggiuntiva di 5 miliardi di euro, rappresenta il pezzo forte degli interventi. Si propone l’obiettivo di estendere a tutti i lavoratori dipendenti del settore privato, apprendisti e lavoratori domestici compresi (stimati in 12,4 milioni) l’utilizzo delle casse integrazioni (Cig) per far fronte alle riduzioni temporanee delle attività lavorative in costanza del rapporto di lavoro. La riforma estende l’utilizzo delle Cig anche per le causali derivanti dalle crisi aziendali, compresa la cessazione definitiva delle attività, per le imprese con più di 15 dipendenti, ripristinando le causali che erano state soppresse con la riforma del 2014. Gli interventi vengono differenziati per i massimali di utilizzo temporale, partendo da un minimo di 12 mesi nell’arco di un quinquennio mobile, sulla base del numero di addetti delle imprese (fino a 5, tra 5 e 14, oltre i 15). Una differenziazione che viene applicata anche per i contributi a carico delle imprese e dei lavoratori destinati al finanziamento dei fondi mutualistici dei vari settori di attività costituiti presso l’Inps. La riforma prevede anche la possibilità di usufruire di ulteriori 12 mesi di Cig per le aziende con più di 15 dipendenti che sottoscrivono accordi collettivi finalizzati alla ricollocazione dei lavoratori. 

Per finanziare i provvedimenti delle casse in deroga utilizzate per far fronte alle fermate delle attività conseguenti ai provvedimenti disposti dalle autorità per contrastare la diffusione del Covid nel corso del 2022, sono stati stanziati 700 milioni di euro. La riforma dei sostegni al reddito prevede anche il potenziamento dell’indennità di disoccupazione (Naspi) per la perdita involontaria del lavoro, con l’allungamento dei periodi di utilizzo temporale, l’aumento dell’importo mensile a 1.200 euro, la riduzione del requisito di anzianità lavorativa presso l’impresa per l’accesso alle prestazioni da 90 a 30 giorni, l’attenuazione del decalage degli assegni (3%), a partire dal sesto mese rispetto all’attuale terzo. Anche per i lavoratori parasubordinati e i collaboratori autonomi viene estesa a 12 mesi la possibilità di usufruire della specifica indennità di disoccupazione (Dis-coll).

In parallelo alla riforma dei sostegni al reddito viene estesa alle aziende con più di 50 dipendenti la possibilità di sottoscrivere con le rappresentanze sindacali i contratti di espansione che prevedono la possibilità di anticipare il pensionamento per i lavoratori anziani che maturano i requisiti in via ordinaria nel corso dei prossimi 5 anni, attualmente in vigore nelle imprese con più di 100 dipendenti. 

Per il medesimo scopo viene costituito presso il ministero dello Sviluppo economico un fondo di sostegno di 150 milioni di euro per sostenere i costi dei prepensionamenti nelle piccole imprese. In sostituzione della Quota 100 che esaurisce i suoi effetti nell’anno in corso, viene introdotta la pensione anticipata con la Quota 102 (64 anni di età e 38 di contribuzione) limitatamente al 2022; viene prorogata l’Ape sociale che consente ai lavoratori anziani con almeno 63 anni di età e 36 di contributi versati (32 per i lavoratori dell’edilizia e dei ceramisti) che perdono involontariamente il lavoro di accedere all’assegno di pensionamento anticipato; estende l’anticipo di pensione con i requisiti del lavoro usurante a 24 nuovi profili professionali; proroga l’anticipo di pensione a 58 anni, meglio noto come “opzione donna” con la modalità di calcolo integralmente contributiva. Nel complesso vengono introdotte, o confermate 6 modalità per accedere alla pensione anticipata. 

Nel capitolo della gestione delle transizioni lavorative, vanno ricompresi anche gli interventi che si propongono di scoraggiare i comportamenti indesiderati delle imprese e dei beneficiari dei sostegni al reddito. Nella Legge di bilancio viene inserita, dopo un faticoso compromesso raggiunto tra i ministri del Lavoro, dell’Economia e dello Sviluppo economico, l’articolazione degli interventi predisposti per ridurre l’impatto delle delocalizzazioni delle produzioni verso altri Paesi, imponendo alle imprese con più di 250 dipendenti, e che licenziano almeno 50 lavoratori, di comunicare anticipatamente (almeno 90 giorni) alle autorità ministeriali e all’Anpal la decisione di ridimensionare le attività, di predisporre un piano adeguato per il ricollocamento dei lavoratori, con un inasprimento delle sanzioni, consistente nel raddoppio delle indennità di licenziamento previste dalla legge, nel caso di inadempimento o di mancata intesa con le rappresentanze dei lavoratori sul piano di ricollocazione. Un complesso di norme, per molti aspetti di difficile interpretazione, che si configurano di fatto come un aggravamento degli oneri per la gestione delle riduzioni di personale per le imprese italiane e le multinazionali che hanno sedi in altri Paesi.

Nell’ambito della parziale riforma del Reddito di cittadinanza sono state introdotte delle misure restrittive per limitare la possibilità di rifiutare le offerte di lavoro congrue da parte dei beneficiari dei sussidi (massimo due rifiuti rispetto ai tre attuali) rafforzando gli obblighi di frequentare i percorsi di formazione e di svolgere i lavori di pubblica utilità, sanzionando le inadempienze con la perdita del sussidio pubblico.

Per favorire le nuove assunzioni, la Legge di bilancio prevede: l’erogazione di contributi equivalenti al 50% delle retribuzioni di un intero anno per le aziende che assumono lavoratori in cassa integrazione delle aziende in crisi; sgravi sui contributi previdenziali, aggiuntivi alle 15 tipologie già vigenti, pari al 20% dei contributi per imprese che assumono i beneficiari del Reddito di cittadinanza; del 50% dei contributi per favorire il ritorno al lavoro delle donne dopo successivo all’utilizzo della aspettativa per la maternità; del 100% fino a 36 mesi per gli apprendisti assunti dalle piccole imprese; del 50% o 100% fino a 48 mesi, in relazione al territorio di appartenenza, per l’assunzione o la stabilizzazione di giovani under 35 anni. 

La mole delle risorse, soprattutto quelle destinate alle politiche passive e ai pensionamenti anticipati, è notevole. Soprattutto perché sono misure per una parte destinate a produrre effetti di trascinamento sui conti pubblici e delle imprese. Ma sulla loro efficacia, per la finalità di contribuire alla crescita dell’occupazione, è lecito dubitare. 

La crescita della spesa per le politiche passive che rimane largamente superiore a quella prevista per le politiche attive, nonostante le risorse del Pnr, continua a rimanere il connotato negativo delle politiche del lavoro italiane. Una riforma degli ammortizzatori sociali, che ripristina l’utilizzo delle casse integrazioni per mantenere in vita con i sussidi pubblici dei posti di lavoro praticamente inesistenti rischia di minare qualsiasi proposito di far decollare le politiche attive per il lavoro. 

La proliferazione degli incentivi per le assunzioni, ormai estesa a qualsiasi tipologia di disoccupati, oltre che confondere le idee alle imprese, li rende praticamente inutili per la finalità di elevare le probabilità di trovare un’occupazione per i soggetti più fragili. Nonostante i buoni propositi e il volume crescente delle risorse impegnate, queste politiche del lavoro rimangono troppo simili a quelle fallimentari praticate nel corso degli ultimi 10 anni. Distanti dai fabbisogni reali e dai comportamenti che dovrebbero essere sollecitati per farvi fronte.

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