MANOVRA & TASSE/ La verità sulla plastica “cattiva” che si vuol colpire

- int. Finizia Auriemma

Esiste un uso sbagliato della plastica, che va contrastato in una logica di economia circolare. Perché è una risorsa che può essere riutilizzata più volte

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(Pixabay)

Dopo le critiche avanzate dai produttori della filiera del packaging, il governo, in vista dell’esame parlamentare della manovra, sta pensando di dimezzare la plastic tax. Attualmente – stando a quanto previsto dall’articolo 79 del disegno di legge “Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2020 e bilancio pluriennale per il triennio 2020-2022” – è prevista una tassa sulla plastica pari a un euro al chilo e ora si starebbe pensando non solo di restringere la gamma dei prodotti coinvolti, ma anche di limare il prelievo simulando tre “scalettature” tra i 60 e i 40 centesimi al chilo. Inoltre, si valuta anche l’ipotesi di rinviare a luglio l’entrata in vigore della norma, che dovrebbe al momento scattare a partire dal 1° aprile.

“L’imposta sulla plastica – ha chiarito il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri – ha lo scopo di disincentivare i prodotti monouso e promuovere materie compostabili ed eco-compatibili. Non è quindi un’imposta generalizzata sulla plastica, materiale di cui difficilmente riusciremo a fare a meno, ma ha l’obiettivo di limitare l’impiego di oggetti che usi una volta e rimangono nell’ambiente per centinaia di anni”. Ma i dubbi restano. La plastic tax aiuta davvero il riciclo? Servirà a inquinare di meno? E’ una tassa di scopo oppure – come lascia intendere la stessa relazione tecnica al provvedimento depositata al Senato – è tesa solo ad aumentare il gettito senza nessun effetto ambientale? Ne abbiamo parlato con Finizia Auriemma, che insegna Chimica industriale all’Università Federico II di Napoli.

La plastic tax si propone di colpire la plastica “cattiva”, quella dei contenitori mono-uso, per incentivare il ricorso a quella “buona”, biodegradabile e compostabile. Funzionerà?

Non esistono una plastica “cattiva” e una plastica “buona”. Esiste un materiale che si chiama plastica, che ha salvato la vita a migliaia di persone, basti pensare alle sacche per le trasfusioni o agli stent, tanto per limitarsi agli utilizzi più conosciuti nell’ambito della medicina. Senza parlare del fatto che quella che tutti definiscono la plastica “cattiva” è quanto di più green ci possa essere.

Addirittura?

Sì, perché è fatta solo di carbonio e di idrogeno, che sono gli stessi atomi che costituiscono il corpo umano e hanno il vantaggio, rispetto agli altri materiali e alle altre plastiche cosiddette “buone”, di avere una densità molto piccola.

Che cosa significa?

Che il trasporto di questo materiale da un posto a un altro implica un basso consumo di energia e quindi bassa produzione di anidride carbonica. In buona sostanza, se non si fosse inventata la plastica, se non la si fosse utilizzata in tanti campi, oggi non ci troveremmo in questa situazione climatica, seppure di emergenza, saremmo invece 200 anni avanti come surriscaldamento globale, con un pianeta cioè ben più inabitabile. Quindi, è meglio dire: meno male che c’è la plastica. Certo, è giusto ridiscuterne il suo utilizzo.

In che modo?

Non nell’ottica mono-uso, gettandola poi via anche se si dovesse biodegradare. Va utilizzata in maniera tale da riciclarla, riutilizzarla. E’ un concetto su cui bisogna insistere con forza. E siccome è la chimica ad aver inventato la plastica, sarà sempre la chimica a salvare il mondo dal cattivo e indiscriminato uso della plastica.

La plastic tax può aiutare a correggere l’utilizzo errato della plastica?

Spero di sì. Mia mamma aveva un sacchetto in cui erano conservate tutte le buste di plastica, sistematicamente riutilizzate più volte e in altri mille modi prima di finire nella pattumiera. E l’ultimo uso era quello destinato a contenere i rifiuti di casa. Anch’io faccio la stessa cosa. Quello che non capisco, vista la facile disponibilità della plastica, è perché le persone non ne dispongano in maniera più accurata.

I sacchetti di plastica sono stati via via sostituiti dalle shopper bag in tela…

Attenzione: il consumo di energia per produrle equivale a qualcosa come un migliaio di buste di plastica. Il che significa che dovremo utilizzare queste bags in tessuto per almeno 10 anni per poter compensare quel consumo energetico anziché utilizzare mille borse di plastica. Non c’è proprio paragone. La plastica oggi in uso viene prodotta senza uso solvente, utilizzando piccolissime quantità di sostanze estranee, parliamo di parti per trilione, e da gas che si ricavano in grandissima parte dalle fonti petrolifere. Ma quello che si sta facendo è andare verso il riciclo chimico della plastica che finisce nelle discariche, così da poter ricavare nuovamente il gas di partenza. A quel punto, ricavati etilene e propene in maniera più save, questa plastica torna a essere quella ideale. Ovviamente, bisogna associare anche le bioplastiche.

Le aziende della filiera del packaging criticano la plastic tax da un euro al chilo perché la considerano troppo onerosa, paventando ricadute sulle tasche dei consumatori e il rischio che venga messo in ginocchio un intero settore industriale. Che ne pensa?

La plastica in gioco oggi nella produzione industriale ammonta a migliaia di tonnellate e anche un’aliquota di 60 o 40 centesimi va a incidere sui costi e sul prezzo finale. Però diciamo una cosa: è bello andare a comprare la pasta sfusa. Ma sa quanti quintali di questa pasta sfusa devono essere poi buttati ogni anno, perché la pasta, materiale organico composto di amidi, attrae microrganismi e la sua conservazione si accorcia? La pasta dentro una bella busta di plastica invece può essere conservata anche per anni. La plastica ha semplificato tantissimo la spesa di tutti i giorni e queste performance difficilmente si possono ottenere con la plastica cosiddetta buona, quella biodegradabile. La cosiddetta plastica cattiva fa tante cose buone…

Non si può tornare indietro?

Bisogna adottare delle iniziative per cui in maniera più responsabile si usa e riusa la plastica, si impara a riconoscerla, anche per avere una raccolta differenziata più mirata e ottimale. Poi tocca a noi chimici progettare metodi per utilizzarla come materia grezza al fine di riottenere la materia prima per recuperarla in un ciclo che si chiude, chiamato economia circolare. L’economia lineare è un modello che non va più.

Il problema allora non è tanto tassare la plastica, ma imparare a utilizzarla e riciclarla al meglio?

E’ proprio così. Bisogna curare molto l’informazione, a partire dal produttore, che deve contrassegnare meglio le plastiche, per passare agli enti locali, che devono incrementare la raccolta differenziata, fino ai consumatori, che devono imparare alcuni accorgimenti sul buon riutilizzo della plastica.

Ma la plastica mono-uso è difficile da smaltire, richiede anni se non decenni…

Questo però vale solo in un’ottica di economia lineare, con la plastica che finisce nella discarica, dove subisce i vari processi degradativi, che durano anni, fino a diventare microplastica. Bisogna cambiare paradigma. Paradossalmente quello che sta inquinando il mondo perché finisce nelle discariche può diventare una risorsa. Attraverso tre processi.

Quali?

Oltre al riciclo chimico, può essere utilizzato il riciclo energetico, dove la plastica “cattiva” contiene molecole ricche di energia, che potenzialmente può essere rilasciata in maniera controllata e quindi finire in un termovalorizzatore ecologico e produrre nuova energia. Infine, c’è il riciclo meccanico, attraverso il quale la plastica viene maciullata e riutilizzata per un nuovo prodotto. La plastica delle discariche è una sorgente da sfruttare.

Se si vuole davvero operare una svolta green, non sarebbe allora il caso, anziché puntare sulla plastic tax, introdurre incentivi per potenziare questi processi di riciclo della plastica?

In Italia già operano in tal senso molti gruppi di ricerca e bisognerebbe investire con maggior decisione su ricerca e università nel campo del plastic waste per riottenere materia prima tale da produrre nuovi materiali.

In quest’ottica si inserisce il recente accordo che l’Università Federico II ha siglato con la Nestlé per identificare strategie innovative in vista dell’adozione di nuovi packaging sostenibili. Quali sono gli obiettivi?

L’accordo prevede innanzitutto obiettivi a corto raggio: progettare e definire packaging con nuovi materiali polimerici che abbiano il minimo contenuto di plastica possibile, riducendo gli spessori dei fogli di plastica utilizzati per assicurare la qualità  e la sicurezza dei prodotti. Poi ci sono obiettivi a medio raggio per il riutilizzo meccanico e a lungo raggio per il riciclo chimico.

E’ un modello valido anche per altre aziende e altri settori industriali, oltre all’alimentare? 

Assolutamente sì.

(Marco Biscella)

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