MATURITÀ, PUNTEGGIO FINALE/ Dove passa la differenza tra responsabilità e algoritmi?

- Gianni Zen

Le commissioni di maturità sono alle prese con il punteggio finale da assegnare agli studenti. E il calcolo del punteggio è un problema

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(LaPresse)

Sembra un fatto secondario, inerente comunque al tema delicato della valutazione, ma esprime la burocratizzazione mentale che regna nel mondo della scuola. Segno non troppo nascosto di una difficoltà non sempre avvertita come tale.

Parlo della facoltà che hanno le commissioni di maturità di assegnare 5 punti di “bonus” agli studenti con già buoni risultati, ad integrazione del punteggio ottenuto.

Già questa cultura dei “bonus”, che da qualche anno sta mettendo in crisi i rapporti tra istituzioni e cittadini, per cui il nesso tra diritti e doveri è andato un po’ in secondo piano, dovrebbe far riflettere sulla sua pervasività, cioè su questa capacità di diffusione senza alcuna avvertenza riguardante i rischi connessi.

In seconda battuta, è un’intromissione di una qualche concessione che nei fatti inquina la sempre faticosa ricerca dell’equità nelle valutazioni a scuola, in un contesto che non è immediatamente riducibile a matematismi di varia natura, conditi o meno con test o cosiddette prove oggettive. Sapendo che non c’è valutazione sommativa, come ci si dice a scuola, che possa annullare la responsabilità di una valutazione formativa. Che è il suo vero valore aggiunto, perché capace di aiutare, nella forma dell’auto-aiuto, uno studente ed una classe, rispetto al cammino educativo e quindi culturale a tutto tondo.

Come è la situazione dei punteggi nella valutazione è semplice a dirsi. Le scuole, al momento dell’ammissione degli studenti a questi esami finali, hanno un massimo, per il triennio, di 50 punti da assegnare. E l’esame stesso ne ha 50 a disposizione, per un totale di 100 punti. Per cui, se uno studente, nel triennio e negli esami, ottiene sempre il massimo riesce ad ottenere anche la lode oltre al 100.

La commissione di maturità, poi, può assegnare 5 punti a tutti quegli studenti che ottengono, nel triennio, almeno 40 punti su 50, e alle prove d’esame sempre almeno 40 punti su 50.

Come dividere – ecco l’inghippo – questi 5 punti, che sono indipendenti dal valore delle prove, le quali otterranno un loro valore autonomo?

Qui le proposte delle commissioni si sono sbizzarrite, partendo da un automatismo che finisce per sminuire proprio il senso dell’esame.

Parlo della proposta di distribuire i punti sulla base del valore quantitativo dei punteggi raggiunti, partendo, per capirci, da chi ottiene 95, per cui assegnando i 5 punti a chi già ottiene i 95 arriverebbe a 100 come risultato finale. E giù a scalare.

Sembra una cosa banale e non rilevante, ma per i ragazzi anche le piccole differenze diventano segni distintivi.

Cito la cosa, ripeto, perché sintomo di una burocratizzazione che sta rendendo sempre più complicata la vita non solo della scuola, ma di tutta la nostra vita sociale. Cioè affidare ai matematismi degli algoritmi quella è la nostra discrezionale responsabilità.

Nel caso della scuola: perché non riservare un eventuale punteggio aggiuntivo a dati di qualità, per un’intuizione, per una prova, per una riflessione, per un’informazione che hanno arricchito, come si dice oggi, una “performance”? Cioè l’originalità, la passione, la sensibilità, un qualche valore aggiunto.

Non dovremmo mai dimenticare che la scuola è luogo di vita della qualità delle persone, non della cruda misurazione (necessaria ma non sufficiente) delle loro prestazioni. Oltre quindi ogni algoritmo.

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