MERCATONE UNO/ 1800 senza lavoro lo sanno dai social: se la vita val meno di un tweet

- Mauro Leonardi

La Shernon Holding, che gestisce la Mercatone Uno, è fallita è lo ha dichiarato su Facebook, senza dire nulla ai dipendenti

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Un punto vendita della Mercatone Uno (foto dal web)

La Shernon, la società che aveva acquistato 55 punti vendita del marchio Mercatone Uno, è stata dichiarata fallita e così, dalla sera alla mattina, 1800 lavoratori si sono ritrovati senza lavoro, increduli, perché sono venuti a conoscenza del fallimento della loro ditta solo la notte tramite i social network. “Non c’è stata nessuna comunicazione ufficiale da parte dell’azienda”, ha spiegato Luca Chierici, segretario della Filcams di Reggio Emilia.

Era da mesi che le cose non andavano bene ma nessuno pensava che la fine di tutto arrivasse così repentinamente e soprattutto in questo modo. Lo storico marchio emiliano era stato acquistato nell’agosto 2018 e l’acquirente aveva parlato di un imponente piano di rilancio che avrebbe dovuto portare a decisi ricavi già dal 2022. Così però non è stato. Ad aprile scorso la Shernon aveva presentato richiesta di concordato preventivo garantendo comunque i presidi occupazionali cui avrebbe fatto seguito, in accordo col ministero per lo Sviluppo economico, un piano di salvataggio per l’azienda.

Ieri, senza alcun preavviso, la Shernon ha dichiarato fallimento senza comunicare nulla ai sindacati e tenendo del tutto all’oscuro i lavoratori, ai quali non solo non è arrivata alcuna lettera di licenziamento ma che hanno saputo della chiusura soltanto sui social, in tarda serata, dai responsabili delle varie filiali.

Oltre alla gravità oggettiva della chiusura c’è la beffa della mancata comunicazione. In una società come la nostra, l’unica fonte della fiducia è la trasparenza. In un momento in cui le minacce alla nostra esistenza e le insicurezze a proposito del lavoro e quindi della vita, urlano, c’è assoluta necessità di una comunicazione che crei comunione. Una mail può servire a informare ma non serve a comunicare nel senso forte del “creare un legame”: figuriamoci apprendere le cose dai social. Tutti noi preferiamo sapere la verità, anche quando è scomoda, piuttosto che l’opacità di un buonismo letale. I fatti, anche se brutali, sono molto più motivanti che un racconto distorto della realtà. Possiamo immaginare da soli cosa avviene quando dietro il silenzio si nasconde il fallimento, ovvero la notizia peggiore di tutte, oltretutto più volte negata durante il dipanarsi della vicenda.
Questa notizia deflagra come una bomba sul doveroso silenzio elettorale. Perché è una vicenda che, a quanto sembra, aveva già coinvolto il ministero per lo Sviluppo economico. Il Mise avrebbe dovuto studiare un piano di salvataggio per l’azienda, un paracadute che avrebbe dovuto attutire il peso delle difficoltà, lo spettro della povertà, la paura di non riuscire a portare avanti le proprie famiglie. La non comunicazione di quanto avvenuto non è una mera assenza, non è vero che non dice nulla. Parla di indifferenza verso la vita dei propri dipendenti e le vite delle loro famiglie. Diffonde sentimenti di sfiducia, di disperazione, di tutto ciò che sta alla base degli astensionismi o delle scelte di voto che danno forza ai populismi più utopistici e per questo forieri solo di nuove cocenti delusioni. Viene da chiedersi se una notizia pessima come questa, gestita nel peggiore dei modi, sia solo una coincidenza.


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