MES SANITARIO/ Big data, ospedali, organizzazione: ecco come usare i 37 miliardi

- int. Davide Croce

In Italia non si discute affatto di come spendere i 37 miliardi del Mes sanitario. Che sarebbero comunque insufficienti rispetto a problemi e necessità attuali

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LaPresse

Al di là del dibattito sulle condizionalità, c’è una domanda costantemente elusa e inevasa nella discussione sul Mes sanitario: a cosa dovrebbero servire i soldi del Mes sanitario? Come e dove andrebbero spesi? “Sono risorse da prendere per provare a far compiere al nostro paese e al nostro Servizio sanitario nazionale quel salto che non siamo riusciti a fare negli anni anche a causa dei continui tagli”. Come? “Puntando su sistemi informativi, progettazione e rinnovo degli ospedali, riorganizzazione di ruoli e reparti. Ma per far questo occorre una seria progettazione”. Non ha dubbi Davide Croce, docente di Economia e Management nella sanità e nel sociale all’Università Carlo Cattaneo-Liuc di Castellanza (Varese), con il quale abbiamo provato a dare una risposta a quell’interrogativo. Sapendo bene, comunque, che i 36-37 miliardi del Mes “non sono sufficienti”, a meno che non concentrassimo il tiro su sistemi informativi e riorganizzazione.

Secondo lei i fondi del Mes sanitario sono da prendere. Ma ne abbiamo veramente bisogno?

Il Mes è un prestito ma con un interesse molto basso e per un paese che ha già un debito elevato è da prendere. Poi, chiaramente, siccome l’Italia è già molto indebitata, indebitarsi ulteriormente si può fare solo se si è veramente in grado di utilizzarli bene.

Su questo punto, in effetti, c’è ancora poca chiarezza. Il dibattito si concentra esclusivamente sulle condizionalità e sull’entità dei fondi, 36-37 miliardi, tanto che il Piano nazionale di riforma predisposto dal governo tra le priorità politiche e sociali segnala che “da una ricognizione effettuata è emerso che il fabbisogno di interventi infrastrutturali in ambito sanitario è pari a 32 miliardi”. Ma a cosa dovrebbero servire?

Mettiamoci nei panni di una persona normale, che va a usufruire del Servizio sanitario e normalmente si accorge di una serie di problemi strutturali. Per esempio, spesso il cittadino deve ripetere le stesse informazioni, deve portarsi appresso gli esami, entra in strutture affollate – e in tempi di Covid-19 questo è un ulteriore problema –, vecchie e magari senza neppure un parcheggio comodo. Teniamo poi conto che il nostro paese sta invecchiando, quindi i bisogni aumenteranno.

Questi sono i problemi. Quali soluzioni si potrebbero trovare con i fondi del Mes?

Ci conviene fare degli investimenti in tre direzioni.

Da dove partire? Qual è la priorità?

Il primo ambito è il sistema informativo. Il valore del futuro sono i dati, le informazioni, tutto il mondo sta andando in questa direzione e tutte le previsioni indicano un incremento di risorse e investimenti tecnologici per l’informazione.

In termini più concreti?

Informazione per noi vuol dire sapere quali esami, in quale giorno, in quale struttura e con quale esito ha eseguito ogni paziente. Partendo da qui si può lavorare sul vero futuro del mondo sanitario: incrociare le informazioni perché così diventa più chiaro dove si può migliorare anche la cura.

Cure più personalizzate e più efficaci?

Non solo questo. Si possono raccogliere, aggregandoli, i dati su tutti i pazienti che soffrono della medesima patologia, valutandone l’aderenza o evitando magari l’overtreatment, la cura eccessiva. Sono informazioni che non può vedere il singolo medico o il singolo ospedale, si ricavano da platee più ampie, utilizzando i big data, che possono aiutare a capire tante cose. Ecco, su questo fronte noi non siamo ancora ben strutturati. E con l’informazione anche la prevenzione, che già funziona bene, farebbe un bel passo in avanti.

Il secondo ambito?

Bisogna investire sugli ospedali, su quello che io chiamo l’involucro, il contenitore, con apparecchiature, attrezzature e arredi nuovi.

Perché?

Perché questo involucro, cioè muri e attrezzature, oggi è inefficiente, costa circa come il fatturato di un anno di quegli ospedali, cioè è come se casa mia costasse il mio stipendio annuale. Rispetto al volume di risorse in gioco non c’è dubbio che convenga chiuderli, buttarli giù e riaprirne di nuovi ogni 30-40 anni, non oltre. Dal punto di vista economico-finanziario sono una follia, soprattutto in un mondo dove l’evoluzione tecnologica corre molto veloce. Servirebbe un piano programmato per rinnovare gli ospedali più fatiscenti e meno efficienti, con un notevole salto qualitativo anche sul fronte delle prestazioni, dell’assistenza, della maggiore sicurezza e tracciabilità.

Qual è il terzo ambito d’intervento?

Rivedere l’organizzazione alla luce del fatto che il numero dei medici è in calo. Il dato è strutturale e non possiamo certo ovviare assumendo medici dai paesi in via di sviluppo, come ha fatto il Regno Unito, depauperandoli ancora di più.

L’alternativa?

Con un finanziamento inferiore agli altri due e temporaneo ma con risultati superiori, occorrerebbe utilizzare in forma più proattiva rispetto all’attuale le altre figure e professioni sanitarie, dal tecnico di radiologia all’ostetrica, dall’infermiere all’ortottista. Sono professionalità già formate, sono laureati che dovrebbero essere inseriti in un percorso sul modello americano: ognuno faccia il pezzo di cui è principe. Inutile che il medico provveda a fare l’iniezione, non ha senso, è uno spreco. Si tratta di riqualificare e riorganizzare reparti e ruoli all’interno degli ospedali.

Non crede che oltre agli ospedali il sistema sanitario nazionale abbia la necessità, come ha dimostrato la pandemia, di rafforzare anche la medicina del territorio?

Prendiamo il medico di medicina generale. In media ha 1.500 assistiti, di cui un terzo circa sono pazienti cronici con patologie completamente differenti, che spaziano dal diabete all’infartuato alle malattie rare. Come può una qualsiasi persona normodotata seguirli tutti? E’ un modello organizzativo vecchio che va bene su una popolazione giovane.

Che cosa bisogna fare?

Va inserita, in tandem con il medico, la figura dell’infermiere di famiglia, che ha la disponibilità ad andare a domicilio, può fare adeguata informazione sanitaria e prevenzione, “perdendo” quel tempo che il medico fa fatica ad avere, soprattutto a vantaggio delle persone più anziane e sole. In Danimarca, ad esempio, vige l’obbligo di far visita agli over 75 almeno una volta ogni sei mesi.

I soldi del Mes possono essere utilizzati per assumere personale sanitario?

No, sono spese correnti, non investimenti.

Non sarebbe il caso di intervenire anche per cercare di ridurre la piaga delle lunghe fila d’attesa, che inevitabilmente i mesi di lockdown hanno peggiorato?

Anche in questo caso non è possibile, a meno che non si investa nella telemedicina, cioè sugli investimenti in informatica.

A proposito di Mes si sente parlare di “costi sanitari diretti e indiretti”. Che cosa rientrano in queste categorie?

Nei costi diretti rientra l’erogazione dei servizi, negli indiretti intervengono i costi della famiglia, cioè le spese “out of pocket”, e sociali.

Può citare un esempio?

Una paziente con l’osteoporosi presenta dei costi diretti, dall’ingessatura ai farmaci, che sono facilmente intuibili. Il costo indiretto, nel caso per esempio di un paziente ancora in attività lavorativa, è legato alla protezione sociale della sua malattia. E la miglior forma di investimento, perché il Mes copre solo gli investimenti, nei costi indiretti è la prevenzione. Bisogna investire su lì.

Trentasette miliardi fanno gola e nell’Italia dei mille campanili ci sarà la corsa ad accaparrarseli. Con quali criteri dovrebbero essere assegnati?

Sarebbe importante utilizzare i soldi del Mes per ridurre il divario tra Nord e Sud. Tenendo presente che in campo sanitario la devolution è stata attuata solo sulla parte economica: il Mef controlla quella, senza verificare qualitativamente che cosa il sistema dà in cambio. I criteri di valutazione, come i Lea, sono oggi obsoleti, non misurano più nulla, è il momento di utilizzare parametri di outcome: lo stato di salute dei cittadini. Non si tratta di dare risorse a fondo perduto, ma di legare il finanziamento ai risultati raggiunti. Dobbiamo stressare di più le prestazioni.

Come deve cambiare la sanità dopo l’emergenza Covid-19? Che cosa ci ha insegnato la pandemia?

La pandemia ci ha fatto capire che la direzione che stavamo seguendo non è più perseguibile. Non vale più il mondo del più basso prezzo possibile, e quindi che si produce là dove costa meno, se poi nel momento del bisogno ci accorgiamo che non abbiamo più mascherine. La sanità ha bisogno di una rivisitazione completa del know how dell’emergenza, perché non eravamo pronti. E poi abbiamo bisogno di formazione e programmazione, di risorse umane nuove, perché sono cambiate le sfide.

(Marco Biscella)

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