IL CASO/ Sinigallia (Arca): le storie di clochard a lieto fine sono tante, ma mancano le risorse

- int. Alberto Sinigallia

Renzo e Wainer per anni sono stati clochard ma ora, grazie alle loro idee e tenacia, hanno trovato un lavoro, un appartamento e una nuova vita. Ne parliamo con ALBERTO SINIGALLIA

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Foto (Ansa)

Renzo, chiamato da tutti “Nocciolina”, è nato 41 anni fa a Giussano, mentre Wainer ha 40 anni ed è nato a Desio. Dopo le scuole medie i due si perdono di vista ma entrambi, uno a 16 e l’altro a 20 anni, perderanno i genitori: Renzo cerca di arrangiarsi e per un periodo riesce ad andare avanti, ma a 25 comincia la sua vita da clochard, e resterà in strada per sedici anni. Wainer invece si laurea in sociologia, prende un master in criminologia e si mantiene facendo il disc-jockey in vari locali milanesi e non. Nel 1998 diventa responsabile del personale di un’azienda, che però nel 2004 è costretta a chiudere, lasciandolo improvvisamente senza un tetto sopra la testa. Incredibilmente una sera, mentre sta andando al Centro Aiuto della Stazione Centrale, Wainer incontra Renzo detto “Nocciolina”, l’amico delle medie, e da quel giorno diventano inseparabili. Sopportano il freddo invernale e il caldo estivo, cercano insieme i luoghi ideali dove dormire e grazie ai frati di viale Piave riescono a cambiarsi e a lavarsi tutti i giorni. Intanto Wainer organizza raccolte di sacchi a pelo per gli altri clochard e crea addirittura un gruppo sul social network Facebook, chiamato “Clochard alla riscossa”. Un giorno, i due incontrano l’assessore alle Politiche sociali Mariolina Moioli che decide di ascoltare le loro proposte: Wainer vorrebbe censire i senzatetto con una tessera magnetica e cercare loro lavoro attraverso la raccolta dei curricula. La Moioli vuole credere in loro, e oggi “Nocciolina”, dopo mesi di apprendistato, sta iniziando il contratto a termine con l’Amsa come spazzino, nella speranza che diventi a tempo indeterminato, mentre Andrea sarà l’addetto alle pubbliche relazioni nel collegamento tra i clochard e i Servizi sociali, e insieme vivono in un alloggio popolare in via Tracia, zona San Siro. IlSussidiario.net ha chiesto un commento a Alberto Sinigallia, presidente della Fondazione Progetto Arca, che da anni accoglie e aiuta migliaia di persone in difficoltà: «L’indigenza continua ad aumentare, e anche i dati Caritas parlano di un 24% in più di richieste. Per noi è anche di più, perché nel 2011 siamo anche intorno al 40% in più di richieste ricevute. Inoltre è importante sottolineare che la Comunità europea ha azzerato gli aiuti alimentari destinati alle persone indigenti, mentre con la nuova Finanziaria le risorse dei Comuni sono state tagliate notevolmente, come  anche quelle della Regione.  Noi continuiamo ad impegnarci attraverso i nostri operatori, volontari e donatori, ma con l’aumento di richieste e i tagli alle risorse, andremo presto incontro a grandissime difficoltà. Posso già immaginare che con questa emergenza freddo i Centri saranno stracolmi e decine di persone ferme davanti ai dormitori non riusciranno ad entrare. Il nostro obiettivo è quello di portare le persone all’autonomia e al reinserimento sociale, per cui abbiamo percorsi di prima, seconda e terza accoglienza e di inserimento lavorativo. Tutto questo implica però un tempo necessario: solo per fare un esempio, nei nostri Centri abbiamo decine di rifugiati politici che ogni sei mesi vengono inseriti nel mondo lavorativo, riescono ad affittare una casa e ad avere una propria autonomia». Alberto Sinigallia ci spiega poi che «quelle dei clochard sono storie molto soggettive, e non si può generalizzare. Nonostante le lauree e diverse professionalità, non è impossibile ritrovarsi in una strada, e possono esserci tantissime cause, come problemi economici, emotivi, crisi personali.

A Linate si possono trovare persone che un tempo erano operatori finanziari e che, magari dopo essersi separati e aver avuto varie crisi di diversa natura, hanno perso il lavoro e hanno cominciato a bere, diventando poi clochard nel giro di pochi mesi. La cosa più difficile dello stare in strada è proprio il riuscire a non bere, perché a volte l’alcol è una necessità per riscaldarsi nei giorni e nelle notti molto freddi,  e sappiamo che una volta che si diventa alcolizzati, la forza di volontà comincia ad abbandonarci. Sono necessarie strutture che sostengano queste persone, che possano indicare loro delle strade, e in questo il contatto umano è fondamentale: infatti abbiamo creato centri molto piccoli, dormitori che non superano i venti posti letto, proprio perché non crediamo che basti solo raccogliere il bisogno primario dell’uomo, come la fame, il sonno e la sete, ma è necessario andare oltre per risvegliare quello che una persona ha dentro per ripartire. Proprio l’altro giorno è venuta una persona dalla Francia che abbiamo aiutato in passato, solo per far vedere alla moglie che era con lui da dove aveva iniziato il proprio recupero, e ci ha detto che ora lavora in Francia e ha anche dei figli. Un altro esempio che non scorderò mai è quello di una ragazza di appena vent’anni che è stata praticamente portata da un tossicomane a prostituirsi e a consumare droghe regolarmente. Dopo un mese di questa vita, siamo riusciti a ricollegarla alla famiglia che l’ha protetta, e in due mesi si è disintossicata nei nostri centri. Ci sono tantissime persone che sono veramente a rischio, che se lasciate sulla strada possono giocarsi completamente la vita. Anche questa ragazza, se fosse rimasta dei mesi in quelle condizioni senza un aiuto, non voglio neanche immaginare cosa sarebbe potuto accadere».

 

(Claudio Perlini)



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