IDEE/ Penati: via Provincia e Comune, Milano Città Metropolitana nel 2016

- int. Filippo Penati

Non si placa la polemica nell’opposizione dopo l’astensione del Pd sulla proposta dell’Idv di abolire le province. FILIPPO PENATI propone la Città Metropolitana e ne spiega i vantaggi

PalazzoMarinoR400
Palazzo Marino a Milano

«Ammettessero l’errore invece di accusare». Il leader dell’Idv, Antonio Di Pietro, tiene viva la polemica con il Partito Democratico a pochi giorni dall’astensione del Pd sulla proposta dell’Italia dei Valori di abolire le province. «Nessuno sbaglio, semmai abbiamo “peccato” di serietà – replica su IlSussidiario.net il vicepresidente del Consiglio regionale, Filippo Penati -. Sarebbe stato facile, infatti, accodarsi alla propaganda e alla demagogia dipietrista. Il tema però è serio: come si fa a mettere sullo stesso piano una provincia sarda di 50.000 abitanti con quella milanese che ne ha più di tre milioni? E come si può sciogliere la provincia di Milano senza pensare di creare un ente di governo di area vasta?».

Proprio a questo proposito, lei ha voluto rilanciare per Milano l’ipotesi della Città metropolitana. Quali sarebbero i vantaggi?

Appena fui eletto Presidente della Provincia promossi una ricerca con l’Ocse, una territorial review di cui furono presentati i risultati in un convegno del 2006 a cui partecipò l’allora premier, Romano Prodi. La necessità di un governo di area vasta emergeva già chiaramente e l’istituzione della Città metropolitana era prevista dalla Costituzione.
Oggi sarebbe un chiaro segnale di un rinnovamento, in vista di una maggiore efficienza del sistema decisionale delle istituzioni.

E che area comprenderebbe?

Mi sono sempre opposto a chi sosteneva che dovesse comprendere Milano e i comuni limitrofi, lasciando la “ciambella” intorno sotto la Provincia. Sarebbe una soluzione nefasta, peggiore dell’esistente. Credo che la cosa migliore sia invece sciogliere Comune e Provincia per creare un unico ente.

Con quale divisione di poteri?

Le attuali circoscrizioni diventerebbero dei veri e propri comuni, o delle municipalità, con la stessa autonomia di cui godono gli altri. Le scelte con una ricaduta limitata al territorio dei singoli comuni spetterebbero ai sindaci. La Città metropolitana, invece, si occuperebbe soltanto delle decisioni di scala larga: infrastrutture, inquinamento, risorse idriche, gestione dei rifiuti… 

E come mai la proposta si arenò?

Il lavoro continuò anche quando divenne ministro dell’Interno Roberto Maroni. Sembrava quasi fatta. Poi però nel centrodestra si fece largo un’idea sbagliata.

Quale?

Qualcuno pensò che fosse una “furbata del centrosinistra” per espugnare Milano e che volessimo sommare i voti dei milanesi a quelli dell’hinterland per spostare il consenso verso sinistra. Un calcolo clamorosamente sbagliato. Nel 2009, infatti, persi la provincia battendo però Podestà a Milano. E Pisapia, poco tempo fa, ha stravinto senza bisogno di trucchi.  

Ma secondo lei ci sono le condizioni per riproporre questa idea oggi?

Penso proprio di sì. Se c’è la volontà politica da un punto di vista tecnico basta unificare le date elettorali e prevedere un regime transitorio.

In che modo?

Nel 2014 si potrebbe eleggere un consiglio provinciale che rimanga in carica soltanto per due anni. Nel 2016 si scioglierebbe il consiglio comunale, quello provinciale e si potrebbe istituire la Città Metropolitana.

Sul modello di Roma Capitale?

Il percorso può essere quello di una legge speciale per ogni città metropolitana, anche se, a dire il vero, nel nostro Paese dovrebbero essere soltanto due: Milano e Napoli.
Ciò che conta comunque è che abbiano lo stesso rango delle regioni e che siano titolari anch’esse del federalismo fiscale.

A livello politico, la polemica sulle province tra Idv e Pd è un segnale di un disagio più ampio nell’opposizione?

Guardi, io penso che il vento sia cambiato e che il centrosinistra a questo punto debba attrezzare bene le sue vele. C’è un’esigenza nuova nell’aria, ci sono voti in libertà e una crisi evidente di un sistema politico-sociale incardinato fino ad oggi sulla figura di Berlusconi. Se questo è lo scenario non ha più senso il comitato anti-berlusconiano, come non aveva più senso il Cln dopo il 25 aprile. L’anti-berlusconismo ha funzionato a intermittenza come le luci dell’albero di Natale e, soprattutto, non ci ha permesso di governare con successo. Per questo il Pd sta cercando di offrire al Paese tutta la sua credibilità. Anche a costo di subire l’attacco degli alleati, di certa stampa, dei social network, o di farsi fare la lezioncina sulle province da Pier Ferdinando Casini.

Proprio Milano e Napoli, le due più importanti vittorie del centrosinistra alle ultime elezioni, possono costituire un laboratorio per il futuro o, al contrario, tramutarsi in un boomerang?

Sono due situazioni molto diverse. A Napoli la vittoria di De Magistris ha saputo incrociare l’esasperazione popolare sulla gestione dei rifiuti e la voglia di cambiamento, ma non vedo le premesse per un laboratorio. A Milano, invece, è finito drammaticamente il sogno di Berlusconi e Bossi di costruire qui la “Bologna del centrodestra”. Le condizioni per costruire un progetto ci sono. Ciò che non deve fare il centrosinistra è rinchiudersi nell’autosufficienza e nell’illusione che aver radicalizzato l’offerta politica basti per poter vincere anche in futuro.

(Carlo Melato)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori