DIBATTITO/ 2. Frangi: vi spiego perché lo spettacolo di Castellucci non è blasfemo

- Giuseppe Frangi

GIUSEPPE FRANGI ci dice la sua sul controverso spettacolo di Romeo Castellucci, in scena al teatro Franco Parenti di Milano:  «Sul concetto di volto nel figlio di Dio

concettovoltodioR400
Immagine d'archivio

Caro direttore, Non ho visto lo spettacolo di Romeo Castellucci ma ho una grande curiosità e desiderio di andarlo a vedere: mi auguro quindi che «Sul concetto di volto nel figlio di Dio» (questo il titolo) vada in scena, senza incappare in ulteriori crociate, tanto più che il regista ha annunciato di aver rinunciato alla scena che più aveva sollevato l’indignazione dei cattolici oltranzisti parigini. Il Teatro Franco Parenti è una grande istituzione libera di Milano, legata nelle sue origini ad alcuni grandi e “rischiosi” spettacoli di Giovanni Testori; è un teatro vivo, ed è quindi giusto che possa accogliere uno spettacolo vivo e destinato a far discutere come questo di Romeo Castellucci.

Dovessi spiegare perché «Sul concetto di volto nel figlio di Dio» mi interessa (a parte la stima che ho per quel gruppo teatrale, la Societas Raffaello Sanzio), direi innanzitutto questo: è uno spettacolo che rimette inaspettatamente il volto di Gesù al centro della scena. E non si tratta di un volto arbitrariamente reinterpretato, ma è il volto “oggettivizzato” dal genio di Antonello, un volto che si è sedimentato nella memoria di ogni cristiano. È uno di quei volti che “colpisce per sempre”. Di più: non è un volto di un Gesù di Passione ma è un Gesù Salvatore che domina in dimensioni gigantesche e straordinariamente suggestive tutta la scena.

«Io voglio stare di fronte al volto di Gesù» ha infatti detto Castellucci, per dare la chiave dello spettacolo. In una stagione in cui la cultura ha ripulito ogni discorso da quel volto, il tentativo di Castellucci mi interessa quindi a priori.

Il volto di Gesù non è mai un volto obbligante, tant’è vero che nel corso della storia si è lasciato guardare da occhi diversissimi tra loro, a volte adoranti, a volte pretenziosi, spesso anche ostili. Non è un volto che determina percorsi predefiniti. È un volto che lascia liberi. Ma il suo porsi come volto è il suo primo modo di irrompere sulla scena della storia. «Questo Cristo interroga come un’immagine vivente e certamente divide e dividerà ancora», ha detto Romeo Castellucci.

Il regista autore si interroga e interroga quel volto sul tema della sua onnipotenza: come si spiega il declino a volte degradante della vita umana (incarnato nella figura del vecchio sfiancato e seminudo sulla scena) di fronte a quel volto che annuncia la salvezza?.

«Nella figura del figlio attraverso i suoi tentativi di pulire il suo padre malato, si riconosce la lunga storia dei profeti della Bibbia che tentano di risollevare il popolo di Israele smarrito nei suoi peccati», ha scritto il domenicano Therry Hubert, dopo aver visto lo spettacolo a Parigi. E da parte sua il regista precisa: «Vorrei solo far combaciare due forme apparentemente lontane: la scatologia (la decadenza del corpo umano) e l’escatologia (il volto di Cristo). Tutto questo in modo degno». Come tentativo non mi sembra da poco…

La domanda che sta alla base dello spettacolo fa scattare rabbia, rancori, disperazione ma anche a a volte sembra trasformarsi in implorazione. Quel volto non è lontano, è vicino, presente ma resta comunque misterioso: nelle immagini si scorgono anche dei gesti che indicano un istintivo abbandono, quasi un aderire senza pretese.

Alla fine sul volto un velario nero, come un sudario scivola drammaticamente sul volto. Con una didascalia cupa, da scommessa persa. «Non è il mio pastore», sancisce l’autore. Non è una “bella” conclusione. Ma da qui a vederne una soluzione blasfema ce ne corre… 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori