DIBATTITO/ 2. Molto rumore per il Nulla, ma lo spettacolo di Castellucci non è arte

CAMILLO FORNASIERI racconta lo spettacolo di Romeo Castellucci, Sul concetto di volto nel figlio di Dio, al Teatro Parenti di Milano, oggetto di numerose polemiche negli ultimi giorni

26.01.2012 - Camillo Fornasieri
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Immagine d'archivio

Milano, teatro con quattro grossi cellulari della polizia, tranquilli poliziotti con sigaretta e divisa antisommossa. Un pullman di vecchie signore del Veneto per snocciolare rosari, l’unico segno dei dimostranti agguerriti in agguato.
Spettacolo teatrale inconsistente, poverissimo, banale.
Il teatro dovrebbe essere avvenimento. Non accade invece nulla, solo lunghe azioni prive di senso dove il vecchio padre malato di Parkinsons defeca senza freno più volte e il figlio lo lava e deterge più volte, fino a perdere la pazienza e chiedere scusa. Unico rapporto col Volto di Gesù di Antonello da Messina che campeggia, un sound di sussurri del nome di Gesù, ad azioni concluse, finite…
A Milano si crede sia successo qualcosa ma si è solo affermato il diritto di “dire”, di “rappresentare”, ma è cosa scontata: occorre entrare nel merito, come già con saggezza anticipata hanno fatto alcune autorevoli note.
In un teatro come questo, l’arte, sembra non sapere dire più nulla, se non rappresentare, assistere all’ovvio della fatica e della ribellione e, fatto ancor più eloquente, con forme e mezzi poveri, privi di immedesimazione con l’esperienza umana o con quella della natura.
La vita presuppone il suo significato, cercato, anche perso, il dolore morale, l’incompiutezza dell’umano. Diceva Peguy, non basta la vita di un uomo per spiegare l’uomo.
Manca infatti nell’arte -così come dalle cronache e dalla cultura-  la constatazione o il racconto dell’essere “in rapporto” con, con il reale; del non essere solo pensiero (ciò che pensiamo), istinto (ciò che re-attivamente proviamo), mancano i segni di una lotta nuova, umana, che, per entrare nel merito del soggetto messo in scena, racconti l’esperienza reale di centinaia di figli e famiglie che assistono questi nostri ammalati. L’arte dovrebbe essere proprio sorpresa e capacità di dire ciò che viene negato, misconosciuto, tacitato, non quello che è scontato.
Non c’è grido nell’arte quando non c’è vita nell’arte.
Dopo questo spettacolo quanto “nostro” è diventato questo ammalato? Quanto, invece, solo spunto per una tesi?
Quanta distanza dalla bellezza, il suo bisogno infatti sarebbe l’irruzione, l’introduzione di qualcosa di non riducibile ai nostri pensieri e istinti, qualcosa con cui finalmente fare i conti, mentre invece la bellezza del Volto di Antonello è la prima cosa con cui non si fanno i conti. Si dà per scontato cosa significhi e che -come nel finale più ovvio, già scritto e scontato- si vada contro di lui.
L’uomo messo in scena è stato ridotto a una “necessità” così come Dio, per forza “necessario” per dare corpo al dramma. Ma così si finisce per affermare che l’uomo sono le sue necessità-escremento. E di conseguenza diventa una necessità (artistica, scenica, concettuale), solo praticata e usurata, di prendersela con Dio. Credendo di sapere già tutto della vita e del cristianesimo, si è “praticanti” ma non credenti (o sapienti) per questo il primo umiliato è l’uomo e con lui, stretto a lui, l’Uomo.
La tela del Volto al termine viene imbevuta con le colate della necessità (escrementi) rovesciando sopra di essa -come si rovesciamo i discorsi, i nostri commenti infiniti e istintivi che corrono in rete su ogni argomento- fino a stracciare il volto di Gesù e far comparire la scritta “Tu sei (non) il mio pastore”.
In realtà non è mai stato così nella storia dell’uomo, solo dopo l’avvenimento di Gesu Cristo, perchè è stata la prima volta che Dio si è preso cura dell’uomo, fino alla fine, “fino alla morte di croce”. Qualcuno dice: “bene sono gli unici simboli che ci rimangono”. Ma questo è un ripetere vuoto e scontato, occorre fare il passo della vita, prendere sul serio il simbolo e portarlo a “segno”. L’arte dovrebbe essere la prima ad essere “onesta” e “leale”.

Non è un atto di accusa al regista, le opere non buone, non belle, spesso succedono anche nelle migliori carriere o intenzioni. Forse la sua era “un’intenzione”, ma l’arte è qualcos’altro.
Si ripete la scena dell’indifferenza moderna, l’ignorare, citandolo a più non posso, l’oggetto in questione, per poi fargli subire il silenzio, coperto dalla nostra saccenza al suo riguardo.
Siamo in un tempo in cui non si sa più cosa sia il cristianesimo e l’origine della pretesa cristiana: ce lo testimoniano i ragazzi che quando ne sentono parlare per la prima volta sono come di fronte a un imprevisto, a una scoperta assoluta. Come può non essere così per gli adulti, per gli intellettuali? Non abbiamo il coraggio di dirlo? Essi, infatti credono sempre di sapere già tutto, per questo lo citano, lo “rappresentano” ma non lo “vogliono” conoscere.
La vita, anche la violenza vera se ne è andata dalla vita esangue di un mondo vecchio, mentre in altri Paesi realmente accade, come per i ragazzi di 10 e 11 anni crocifissi, innocenti, solo perché cristiani (per chi non lo sa, in Sudan). Quanto teatro per loro… .
Sì, si potrebbe dire che se c’è stato un insulto è stato è proprio al teatro, dove non è successo nulla.
Dovremmo tutti scusarci per “il nulla”.
Abbiamo un altro documento, per altro davvero minus -come tanti del pubblico confessavano ma hanno avuto il coraggio di dire solo a tu per tu (sic)- dell’arte incastenata, questa sì imbavagliata, al lato scontato e banale della vita.
Ripetiamo che quasi mai si racconta nell’arte, come in questo teatro, il desiderio e la sua lotta con la circostanza, cioè la risurrezione. L’avvenimento della resurrezione della carne (perfino un filosofo ateo come Finkielkraut afferma che ‘sembra’ all’esperienza che l’amore possa durare!) nessuna arte o letteratura lo prende più in considerazione, preferendo rimanere al di qui, condannando, mentendo, l’uomo a un essere “senza desiderio”.
Non si deve dimenticare, se si cita Testori come in questi giorni -come disse a un ben noto incontro-“siate resurrezionali e insurrezionali…”.
Ma non è più possibile scambiare per arte, lo scontato, l’ovvio, e perdersi il meglio.
Dostoevskij diceva che la bellezza è tremenda, perché c’entra col mistero della vita, interroga. Oggi si dice il contrario, che il tremendo (quello che definisco io, decido io) è la bellezza pr rimanere ancorati a uno straccio di certezze.
L’uomo tornerebbe ad essere un mistero, non una necessità, il povero vecchio rappresentato in scena assomiglierebbe a uno dei nostri vecchi così ‘conciati’ e amati –con fatica- nelle nostre case.
Mia figlia mi ha chiesto, papà, ma cosa hai visto? Un uomo malato e trattato solo come malato. Mi ha risposto: è crudele. Lei ha sei anni.
Se questa è Milano che insorge, come forzatamente si è voluto dipingere, Milano che vibra di cultura, beh siamo finiti. Ma sappiamo che non è così, per fortuna, tutta questa è stata solo una “rappresentazione”, con gli amici poliziotti che hanno fatto la loro comparsa. La “rappresentazione” si distacca dall’arte, prende le distanze dalla vita.



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