RICORDO/ Don Giussani, il’92 e quell’ideale di vita più umana

- Gianluigi Da Rold

“Mi spaventa l’Italia…E’ l’assenza di un ideale che produce confusione”: le parole pronunciate nel 1992 da Don Luigi Giussani, e ricordate da GIANLUIGI DA ROLD risultano quanto mai attuali

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Don Giussani

Grande paese, grande civiltà bimillenaria. E’ questa l’immagine, in estrema sintesi, l’Italia che mi ha sempre consegnato mio padre. “In più – diceva – con eccellenze umane che non hanno pari al mondo”. Ma oltre ai talenti, ci sono anche i difetti: “Un paese di smemorati, disinvoltamente intenzionati a non ricordare mai”. La rimozione è in effetti uno degli sport preferiti da queste parti, anche quando si accosta l’aspetto antropologico alla crisi economica, sociale, civile, che stiamo vivendo. Di certo in tutto il mondo. ma anche in Italia.
Oggi ricordo un grande uomo, un “grande signore” come dicono i francesi in rari casi, prima ancora che un sacerdote. E mi viene in mente quello che mi disse, quando scrivevo sul Corriere della Sera in una giornata d’ autunno del 1992, a Lourdes, a proposito dell’Italia dell’epoca: “Mi spaventa l’Italia, mi sembra un sommovimento terrestre, un terremoto. Dove chi spinge di più riesce a buttare via più pietre che gli ingombrano il terreno. E’ una situazione civile dove non c’è un ideale adeguato, dove non c’è nulla che ecceda l’aspetto utilitaristico. Un utilitarismo perseguito senza alcun punto di fuga ideale. Questo non può durare. Il timore è che si scatenino conflitti senza fine”. Parlava in questo modo, in quel giorno lontano, don Luigi Giussani, e oggi mi sembra che abbia descritto quello che ho visto in questi ultimi venti anni, sia in Italia che in tutto il mondo.
E ho paura di vedere ancora negli anni (spero) che mi restano da vivere. Forse l’aveva solo azzeccata. Ma certo, ancora oggi mi fa impressione, che, per quelle dichiarazioni, arrivò una critica a Giussani da un monsignore “molto televisivo”, che fu pubblicata sul Corriere. Sembrava una critica dettata dalla paura, perché bisognava dire che tutto andava bene. Biblioteche, archivi, collezioni, internet possono confermare la sequenza del giornale di via Solferino. Si può vedere il “tutto” nella terza pagina di quei giorni.
Perché mi è tornata in mente quella frase, proprio oggi, nel settimo anniversario della morte? Perché mi sembra di un’attualità terribile. Perché svela un realismo e una lucidità che ancora mi impressionano. Perché mi rivelò, e mi rivela ancora, la ricerca, quasi disperata, di un’umanità che si è completamente smarrita.
Era come se Giussani mi avesse descritto degli uomini “mutilati”, cioè senza la loro vera natura essenziale, la più consistente ed esclusiva: il dono di vivere con un ideale. 

Lo stesso concetto di popolo, vocabolo caro alla sinistra e oggi quasi dimenticato, mi suggerì Giussani era collegato all’ideale: “Un ideale di vita umana o più umana, non può non suscitare l’interesse della gente, che in qualche modo si riconosce amica e collabora in vista di un percepito o supposto ideale di migliore umanità e cerca di trovare anche gli strumenti per realizzare questo ideale. Questo è un popolo”.
Mi colpirono due altre frasi, sollecitate da mie domande. La prima: “Non c’è una macchina che produce intossicazione culturale. E’ l’assenza di un ideale che produce confusione”. La seconda: “Una persona che non ammette che in lui c’è una parte di tradimento, di non volontà nel perseguire il proprio ideale, che ognuno ha dentro di sé ( per i cristiani è il riconoscimento del peccato originale), non è più autentica, non è più vera in nessun rapporto. Perché dimentica la verità essenzialmente iniziale, cioè che la meschinità, la miserabilità, la pigrizia, la cattiveria offuscano il cuore dell’uomo che è costituito dall’ideale. Il peccato originale è un mistero senza il quale non si capisce più nulla; un’ipotesi di lavoro senza la quale non ci si orienta più”. Quando rileggo queste frasi mi passano davanti tutte le immagini di questo mondo dell’apparenza che recita le sue giaculatorie stralunate, che dovrebbero essere moderne, avanzate, progressiste.
Da quello che dice “mi voglio realizzare”, “prendo in mano la mia vita”, che però di fronte alle grandi crisi si spaventa, si terrorizza e diventa o furibondo o inerte.
E poi le nuove ispirazioni-aspirazioni del terzo millennio, con l’individualismo di massa che però vuole la mutua, i contributi e si trova in rapporto diretto con l’entità astratta, lo Stato, a cui assegna pure il ruolo di “santuario dell’etica”. Infine la visione dell’uomo ridotto a uomo economico massimizzante, in conflitto e competizione con tutti. Non so di chi sia colpa una visione simile della vita e dell’uomo come si è formata in questi ultimi cinquant’anni. A questo punto non mi interessa neppure. Ringrazio solamente di aver conosciuto Luigi Giussani che mi ha fatto riscoprire l’umanità che avevo dimenticato.



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